Recensione “Lucky” (2017)

harry dean stanton, lucky, film

Il suono di un’armonica tra i cactus e la polvere del deserto. Il volto scavato di Harry Dean Stanton, alla sua ultima, emozionante, interpretazione. Il film d’esordio di John Carroll Lynch (celebre caratterista, forse lo ricorderete come il sospettato numero uno in “Zodiac” o come barbiere in “Gran Torino”) è un racconto country, una lezione di vita sotto il sole battente di un piccolo paesino del Sud degli Stati Uniti. Una storia che sembra uscita da una canzone di Johnny Cash, presente nel film con la bellissima “I see a darkness”, che sembra esprimere benissimo lo stato d’animo del protagonista (Well, you’re my friend / And can you see / Many times we’ve been out drinking / Many times we’ve shared our thoughts / But did you ever, ever notice / The kind of thoughts I got?).

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 10

Giornata epica. Una di quelle giornate che andrai a ricordare negli anni a venire, alla quale penserai in un freddo pomeriggio d’inverno, mentre fuori piove. Così, all’improvviso, mentre ti troverai a sorseggiare una tazza di tè caldo, ti tornerà in mente quel giorno di tanti anni prima in cui hai ascoltato parlare David Lynch. E ti scapperà un sorriso. Ecco come dovrebbe essere un Festival di cinema: la Festa di Roma si fa perdonare le code chilometriche, alcuni film brutti, la bizzarra programmazione. Tiè, si fa perdonare pure per la mancanza del caffè in sala stampa. Nel giorno di chiusura, veri e propri fuochi d’artificio.

Prima di arrivare al doppio incontro con Lynch (quello stampa e quello per il pubblico), partiamo subito dalle cose formali: il Premio del pubblico per il Miglior Film di questa 12a Edizione è andato a “Borg McEnroe”, al quale non manca nulla per un premio di questo tipo: una storia vera, intrattenimento, ritmo, ottimi attori e una buona dose di coinvolgimento. Uscirà al cinema giovedì prossimo, quindi potrete recuperarlo presto. Ma torniamo a noi e cominciamo tutto dal principio, ovvero dal mattino. Esco di casa verso le 8 del mattino e la mia 600 blu è avvolta da una nebbia irreale, che accompagnerà il mio viaggio fino all’Auditorium: praticamente il contesto ideale per il cosiddetto Lynch-day, alcuni scorci del Lungotevere sembravano davvero uscire fuori da “Twin Peaks”. Al mattino vedo l’atteso film di Paolo Genovese, “The Place”, dopo l’ottimo “Perfetti Sconosciuti” un altro film girato interamente in un unico ambiente. Valerio Mastandrea è seduto al tavolo di un bar e una serie di persone si rivolgerà a lui per chiedere un accordo: dovranno compiere un’azione ben precisa per ottenere ciò che vogliono. Soltanto un film molto ben scritto può reggere per due ore intorno ad un tavolo e “The Place” ce la fa: non cede un momento, inizialmente incuriosisce per poi progressivamente coinvolgere e spiazzare. Piaciuto.

Dopo il film avevo intenzione di cercare Orlando Bloom dalle parti di Casa Alice, dove avrebbe dovuto tenere un incontro con i giornalisti, ma visto che la conferenza stampa di Lynch è stata anticipata di trenta minuti (e vedendo la fila per entrare) decido di rinunciare a Legolas in cambio di un posto in buona posizione per il Maestro. La conferenza stampa scivola via tra applausi, qualche risata e ottimi spunti. Il momento più memorabile è stato quando un giornalista ha domandato a Lynch cosa pensasse dello scandalo sulle molestie di Hollywood e se prima o poi uscirà fuori anche il suo nome: “Stay tuned!”, la risposta secca del regista, con la sala che veniva giù dalle risate. Lynch ha parlato poi di meditazione trascendentale e di come questa tecnica lo abbia aiutato a scaricare lo stress e a trasformare la sua creatività in un flusso inarrestabile al quale più volte è riuscito ad abbandonarsi. Se i risultati sono la sua filmografia, domani comincio a meditare pure io. Secondo Lynch il segreto per fare bene qualunque lavoro è la gioia, l’entusiasmo nello svolgere anche l’impiego meno stimolante, e ha spiegato che molti registi fanno cinema per soldi, per il business, ma alcuni lo fanno davvero per amore. Ah, Lynch conferma di non essersi pentito di aver girato “Dune” al posto de “Il ritorno dello Jedi”, che gli era stato offerto da Lucas ma che lui ha rifiutato. Subito dopo la conferenza l’uomo più atteso di questo Festival si è fermato per molto tempo a firmare libri, quaderni, locandine e quant’altro. Io, come al solito, ho lentamente conquistato una postazione ideale per scattare decine di fotografie e alla fine, già che c’ero, mi sono fatto firmare un taccuino. Poi, dal nulla, un attimo prima di vederlo andar via, riesco a fargli un ritratto. Fare il ritratto a David Lynch significa che per me è tempo di appendere la macchina fotografica al chiodo, la mia carriera ha ormai raggiunto il suo apice.

Dopo un pranzo fugace a base di pane e prosciutto e mezzo pacco di Ringo al cioccolato, incontro per caso Valerio Mastandrea, che tra poco dovrà andare in conferenza stampa per “The Place”. Scambiamo due battute sulla Roma e, niente, io a Mastandrea lo adoro proprio. Subito dopo arriva il momento fatidico: devo cominciare la fila. Sono le 14.15 e l’incontro di Lynch con il pubblico sarà alle 17.30. In quanto pubblico l’incontro è riservato a chi ha acquistato il biglietto, gli accreditati potranno riempire i posti rimasti vuoti fino all’esaurimento della sala (è così per ogni proiezione o incontro pubblico). Come dicevo, mancano ancora più di tre ore e davanti a me ci sono già una cinquantina di persone, ma resto ottimista: la Sala Sinopoli è grande e in queste occasioni speciali permettono sempre di sedersi sui gradini, nel caso non ci dovesse essere altro spazio. Mi armo di buona volontà e mi siedo sul pavimento, tre ore passeranno in fretta: comincio a leggere “Mindhunter” (grazie a Pierluca per la dritta), per prepararmi al meglio prima di vedere la serie su Netflix. Dopo alcune decine di pagine alcuni amici accorrono a farmi compagnia e senza neanche accorgermene si fanno le 17.30. Riesco ad entrare in sala e mi siedo sui gradini. Lynch viene accolto da una cascata di affetto, vengono mostrate alcune clip tratte dai suoi film, il regista parla del suo amore per Philadelphia (di cui ama lo sporco, la corruzione, la follia) e per Los Angeles (splendida per la sua incredibile luce). Subito dopo ci vengono mostrate alcune opere d’arte che l’hanno ispirato (Francis Bacon su tutti) e subito dopo tre video tratti da film da lui amati. Ci sono “Lolita” di Stanley Kubrick, “Viale del tramonto” di Billy Wilder e “Otto e mezzo” di Federico Fellini. Lynch racconta che a Los Angeles, per raggiungere gli studi della Paramount, bisogna passare da due strade, Gordon e Cole: “Sono certo che Wilder, nel fare il tragitto quotidiano verso gli studios, abbia preso da qui il nome per il suo personaggio (Gordon Cole), lo stesso nome che io poi ho riproposto in Twin Peaks”. “Lolita” invece è per lui un film privo di difetti, mentre su Fellini racconta un paio di aneddoti molto belli: “Sognavo da tempo di conoscere Federico. Una sera ero a cena con Silvana Mangano e Marcello Mastroianni, era una cena a base di funghi. Dissi a Marcello quanto amassi Fellini e lui il giorno dopo mandò un’auto al mio albergo per portarmi a Cinecittà ed incontrare Federico, con il quale ho passato l’intera giornata. Qualche anno dopo tornai in Italia per girare una pubblicità della Barilla, e Tonino Delli Colli, il direttore della fotografia, mi disse che Fellini era in ospedale. Lo andai a trovare e c’era con lui anche un giornalista, Vincenzo Mollica. Dissi a Fellini di riprendersi presto, perché tutto il mondo aspettava un suo nuovo film. Due giorni dopo entrò in coma e morì dopo poco tempo. Anni dopo incontrai di nuovo Vincenzo, mi disse che subito dopo che uscii dalla stanza di Fellini, Federico disse di me: “È un bravo ragazzo””. Applausi e un po’ di emozione: non so gli altri presenti, ma io ho avuto come l’impressione di guardare dal buco della serratura e per un attimo sentirmi parte di un mondo che non mi appartiene, un mondo dove i miti, i maestri, i grandi del cinema sono soltanto esseri umani. È stato davvero bello.

In chiusura, Paolo Sorrentino è salito sul palco per consegnare a David Lynch il premio alla carriera: “Sono onorato di essere qui per dare questo premio al Maestro, ho un po’ di febbre stasera, ma sarei venuto a dare questo premio anche in barella”. Quindi gli applausi e la standing ovation. Tutto quasi commovente, senza dubbio emozionante. Abbiamo assistito a qualcosa di poco convenzionale, ho avuto l’onore e la fortuna di potervelo raccontare, a grandi tratti, con manciate di errori grammaticali (è mezzanotte e il sonno mi sta distruggendo), ma ero lì, come c’ero nei Festival degli anni passati per Al Pacino o per Bruce Springsteen, gli altri due di questo ideale podio di incontri che più mi hanno segnato durante le dodici edizioni di questa manifestazione.

Finisce qui, per quest’anno, il mio racconto della Festa del Cinema: un diario sporco, brutto e cattivo, ma sicuramente vero, sentito. Un racconto quotidiano di emozioni e di sbadigli, di recensioni scritte male, di testi non riletti, di errori sintattici e grammaticali. Ma forse per questo anche un po’ più reale, scritto di getto e col cuore. Vorrei avere meno sonno e scrivervi molto di più su questo doppio incontro, ma mi dilungherei e finirei con l’annoiarvi (se non l’ho già fatto!). Grazie per avermi seguito fino in fondo: da domani si torna alla vita reale, con la consapevolezza, oggi ancora più forte di prima, che il cinema sarà sempre là a salvarci la vita. Parafrasando il vecchio Tuco: “è una gran cosa sapere che, vento o pioggia, c’è sempre un bel film che ti aspetta”.

_MG_9684Foto by Alessio Trerotoli

Capitolo 227

Agosto vita mia non ti conosco. Già Roma è una città piuttosto surreale durante questo mese (niente traffico, parcheggi vuoti, negozi chiusi), aggiungeteci la visione di tre film di David Lynch, intramezzate da tre puntate della nuova stagione di Twin Peaks, e comprenderete il grado di surrealismo di questo mio pezzo d’estate romana. Ancora una settimanella e si torna alla vita: cinema, ventilatore nell’armadio (speriamo) e un bel piatto di carbonara (ad agosto è proibita, troppo caldo!).

Strade Perdute (1997): David Lynch tra Twin Peaks e Mulholland Drive. La follia è dietro l’angolo e probabilmente con questo film il regista si è “allenato” in vista del suo capolavoro definitivo (Mulholland Drive, appunto). Pochi registi sono in grado di mettere angoscia nello spettatore con una sola inquadratura, e ancora di meno sono quelli che riescono a non farti capire quasi nulla di ciò che succede facendoti però dire: “Però, che bel film!”. Il tizio con la faccia bianca me lo sono sognato la notte. ‘Cci sua.

Il maledetto United (2009): Solitamente i film che parlano di calcio sono piuttosto piatti, salvo alcune eccezioni tipo Febbre a 90. Stavolta devo dire che invece la pellicola di Tom Hopper funziona, eccome se funziona, perché riesce a usare il calcio come pretesto per raccontare l’ambizione, il fallimento e il riscatto di un uomo apparentemente infallibile. Oltre a raccontare un calcio per cui non si può non provare nostalgia, lontanissimo rispetto ai milioni del PSG e alle fighette social che vediamo sui campi di oggi.

Lo squalo (1975): Ci sono alcuni film che, pur avendoli visti 842 volte, ogni volta che li trovi per caso in tv li devi rivedere. Nonostante l’aver visto questo film in tenera età abbia provocato in me una sorta di terrore per l’alto mare (anche se presumo che in Puglia, dove vado solitamente al mare, non ci siano tutti ‘sti squali bianchi), ogni volta che lo guardo è un’emozione. Perché tutti noi nella vita abbiamo momenti in cui ci serve una barca più grossa e poi ci arrangiamo sempre con quella che abbiamo… Capolavoro.

Velluto Blu (1986): Altro noir firmato David Lynch, forse il suo film più riuscito tra quelli girati nel secolo scorso. Il giovane studente Kyle MacLachlan indaga, insieme a Laura Dern, sul caso di un orecchio mozzato ritrovato su un campo dietro casa sua. La storia che ci sarà dietro, neanche a dirlo, è folle (mamma mia Dennis Hopper, che fenomeno nella parte del cattivo!). Dietro tutto ciò c’è la perdita dell’innocenza adolescenziale, la scoperta che esiste un mondo malvagio dietro le staccionate bianche e le rose gialle. Ottima la colonna sonora (dove spicca, al di là della “Blue Velvet” che dà il titolo, la splendida “In dreams” di Roy Orbison).

Cuore Selvaggio (1990): Ultimo boccone di questa scorpacciata di film di Lynch. Un road movie atipico, con Nicolas Cage che fugge insieme alla bella Laura Dern verso un futuro tutto da scrivere ma soprattutto lontano dalla madre di lei, che è una psicopatica. I due si amano e questo potrebbe bastare in un mondo in cui il cuore delle persone è selvaggio e dove le regole sono tutte da scrivere. Anche qui il cattivo di turno è tutto un programma: Willem Dafoe geniale. Finale splendido con (SPOILER) Cage che canta “Love me tender” sul cofano di un’auto. Bellissimo, nonostante il grottesco omaggio al Mago di Oz.

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Twin Peaks 2017: Salute all’FBI (Episodio 7)

Se le prime sei puntate di questa stagione potevano esser viste come gli episodi della nuova serie di David Lynch, l’episodio 7 può essere invece visto a tutti gli effetti come un episodio di Twin Peaks. Se i fan più nostalgici avevano bisogno di essere nutriti, stavolta hanno davvero di che abbuffarsi. Procediamo con ordine.

Questa settima, bellissima, sinfonia si apre con Jerry Horne strafatto in mezzo al bosco: telefona al fratello dicendogli che qualcuno gli ha rubato la macchina. Siamo a Twin Peaks dunque, poco dopo ci spostiamo nell’ufficio dello sceriffo: Hawk sta mostrando allo sceriffo Truman la sua recente scoperta. Il biglietto che si trovava nel bagno della centrale sono in realtà tre fogli: ebbene sì, le teorie che giravano nei giorni scorsi erano dunque esatte, si tratta infatti di tre delle quattro pagine mancanti del diario di Laura Palmer (!!!). Le annotazioni di Laura riguardano Annie, che le è apparsa in sogno per dirle che il buon Dale è nella Loggia è non riesce ad uscire (sogno di cui peraltro troviamo traccia in “Fuoco cammina con me”). Annie è ovviamente Annie Blackburn, la sorella di Norma, la fiamma di Dale Cooper nelle ultime puntate della seconda stagione di Twin Peaks, che fu portata da Windom Earle nella Loggia Nera per attirare Cooper e ucciderlo. Lo ricordate, no? Bene, il diario segreto di Laura era stato affidato ad Harold Smith, l’agorafobico appassionato di orchidee, morto suicida (?). In questo diario, ritrovato da Donna, mancavano delle pagine. Su una di queste pagine ritrovate, Laura aveva annotato: “Ora so che non è Bob. So di chi si tratta”. Ovviamente parliamo di Leland Palmer. Hawk intuisce che Leland, smascherato da sua figlia, abbia strappato le pagine compromettenti dal diario e le abbia nascoste nel bagno della centrale di polizia quando fu portato là per essere interrogato sull’omicidio di Renault (temendo di venir perquisito, Leland avrebbe nascosto le pagine proprio dentro i bagni della polizia). Ma se il buon Dale era nella Loggia e non poteva uscire, quello che ne uscì chi era? Noi ovviamente lo sappiamo, Hawk invece avrà bisogno ancora di qualche puntata, probabilmente.

Abbiamo un buco di venticinque anni da riempire, qualche tassello nuovo lo otteniamo da Doc Hayward, in diretta Skype con lo sceriffo: l’ultima volta che il dottore aveva visto Cooper, dopo il suo ritrovamento nei boschi, era in ospedale, nel reparto rianimazione. Là gli aveva visto ancora una strana espressione, a suo dire. Tra l’altro pare che Cooper si fosse recato là in rianimazione per “tenere d’occhio” Audrey Horne, finita in coma dopo l’esplosione della bomba alla banca. Ho una teoria, la butto là: Richard Horne è il figlio del Doppelganger di Cooper. Sappiamo che Bob non si faceva molti problemi ad infilarsi tra le lenzuola di donne incoscienti o addormentate, potrebbe dunque aver ingravidato lui, tramite Cooper, Audrey? Visto il carattere e il comportamento di Richard, la cosa non sarebbe poi così sorprendente.

Le vicende si spostano ora nell’obitorio di Buckhorn, in Sud Dakota. Scopriamo che il corpo senza testa appartiene ad un uomo di cinquant’anni, le cui impronte appartengono – sorpresa sorpresa – al Maggiore Briggs. Ma se il corpo appartiene ad un cinquantenne morto la settimana precedente, come potrebbe mai essere quello di Garland, che se fosse stato ancora vivo avrebbe circa settant’anni? Questa è la giusta osservazione di Winston dei Ghostbusters, direttore dell’aviazione militare, al telefono con la sua assistente. Nel frattempo, per non farci proprio mancare niente, nei corridoi dell’obitorio si aggira l’uomo nero che avevamo visto nella seconda puntata, lo spirito che era fuggito dalla cella accanto a quella del direttore della scuola, accusato proprio dell’omicidio del corpo senza testa. Uomo nero che poi fa pensare tantissimo a quello di “Mulholland Drive”, sempre di Lynch, ovviamente.

Un capitolo a parte riguarda Diane. La ex segretaria di Cooper sembra portare molto rancore nei confronti dell’FBI e, inizialmente, manda a quel paese sia Albert che Cole. Tra lei e Cooper qualcosa deve essere andata storta. Cole riesce però a convincerla ad incontrare Cooper in cella: Diane, in lacrime dopo l’incontro, dice a Cole che l’uomo che conosceva è cambiato. Non si tratta degli anni o dell’aspetto, si tratta della sua anima. I due tra l’altro accennano ad una notte, l’ultima in cui si sono visti, a proposito della quale Cole vorrebbe saperne di più (probabile pensare che il Cooper malvagio l’abbia violentata, o le abbia comunque fatto del male). “Noi due dobbiamo parlare”, afferma Diane, prima di lanciarsi, cicchetto in mano, in un brindisi glaciale: “Salute all’FBI”. Questa è senza dubbio una delle scene più emozionanti della puntata.

Torniamo a Twin Peaks: Andy sta indagando sull’omicidio del bambino investito da un camion nella puntata precedente. Il possessore del camion è spaventatissimo, dice che gli dirà tutto e dà appuntamento all’agente di polizia due ore dopo in un altro posto. Nel luogo dell’appuntamento Andy si ritroverà da solo con il tema di Laura Palmer che aleggia inquietante in sottofondo: al tizio sembra proprio che sia successo qualcosa. Le sorprese di questa puntata ricchissima non finiscono qua: mentre in South Dakota il Cooper malvagio sta organizzando la sua evasione, Dougie a Las Vegas riceve la visita di sua moglie e della polizia. Fuori dall’ufficio arriva il sicario nano per ucciderlo, ma Doug, improvvisamente e incredibilmente, lo disarma con due colpi alla gola, riuscendo perfino a bloccargli la mano sulla pistola, puntata verso il pavimento. La visione dell’Albero con il cervello gli ripete più volte “stringigli la mano!”. Scena da brividi. Tra l’altro le tv giungono sul luogo dell’attentato per intervistare gli astanti: è forse possibile che il Cooper buono finisca in televisione e che qualcuno a Twin Peaks lo possa vedere e riconoscere? Lo scopriremo tra sette giorni.

Torniamo ancora a Twin Peaks, luogo principale di questo episodio. Al Great Northern, Benjamin Horne riceve finalmente per posta la chiave della stanza appartenuta a Cooper 25 anni prima: la cosa non lo lascia di certo indifferente. Intanto la sua nuova assistente, Ashley Judd, sente uno strano brusio proveniente dalle pareti di legno: si tratta senza dubbio di Josie Packard, intrappolata nel legno dell’albergo dai tempi della seconda stagione. Tra Ashley Judd (Beverly) e Ben Horne sembra esserci una certa tensione sessuale, la prima tornerà comunque a casa dal marito malato. Al Roadhouse intanto un altro membro dei fratelli Renault (ma quanti erano?) parla al telefono di giovani donne e di soldi da pagare: nel locale continuano dunque gli strani traffici di una volta.

La puntata si chiude con la fuga del Cooper malvagio, che torna dunque in libertà, e con una breve scena al Double R, con un ragazzo che cerca disperatamente un certo Bing (il figlio di David Lynch, come risulta nei titoli di coda, membro di una delle band che avevano concluso una delle puntate precedenti al Roadhouse). Episodio splendido. Cosa aspettarci dal prossimo? Beh, il Cooper malvagio è in libertà, il Cooper buono sta recuperando il senno e Hawk ha scoperto tre delle quattro pagine mancanti del diario di Laura Palmer. Siamo quasi a metà stagione e la grande, meravigliosa impressione è che il meglio debba ancora arrivare. Nella speranza di non vedere più una scena di due minuti e mezzo con un tizio che passa la scopa per terra, la domanda che risuona nelle case di tutti noi è soltanto una: quanto manca a lunedì prossimo?

Laura Dern  in a still from Twin Peaks. Photo: Patrick Wymore/SHOWTIME

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Twin Peaks 2017: Non morire (Episodio 6)

Neanche a dirlo, il sesto episodio del nuovo “Twin Peaks” pone ancora più interrogativi su tutto ciò che avevamo visto nelle cinque puntate precedenti. Le linee narrative stavolta sono due: Twin Peaks e Las Vegas (più un piccolo grande extra che vede protagonista Albert). Dunque, dopo la inquietante scena della telefonata dal carcere del South Dakota, niente Doppelganger in questo nuovo episodio. Partiamo subito dal momento più alto di questa sesta parte: Diane. Albert sotto il diluvio entra in un bar (insultando Gene Kelly e il suo “Cantando sotto la pioggia”) e saluta la celebre, attesissima Diane. La mia teoria dopo l’episodio 4 era dunque giusta: la donna che Albert doveva incontrare, l’unica che poteva riconoscere Cooper, era proprio Diane (e come avevo previsto è Laura Dern a interpretarla). La scena dura soltanto pochi secondi, ma è senza dubbio l’apice dell’episodio: “Ciao, Albert”.

A Las Vegas Cooper, nei panni di Doug, continua ad essere disorientato, per usare un eufemismo. Ancora una volta gli compare Mike dalla Loggia Nera per dirgli che deve assolutamente svegliarsi e, soprattutto, non morire (“Don’t die”!). Doug riesce, grazie alle solite visioni luminose, a finire il lavoro che gli era stato commissionato per non perdere il posto. I suoi sembrano scarabocchi senza senso, ma a quanto pare risultano essere decisivi e di fondamentale importanza per il suo capo. Al tempo stesso Janey-E (la moglie di Doug, ovvero Naomi Watts) incontra i creditori del marito aggredendoli verbalmente e saldando il debito di Doug dovuto a motivi di gioco d’azzardo (tra i creditori c’è addirittura Daniel Faraday di “Lost”!). Intanto un nano cattivissimo, evidentemente un sicario, riceve un plico contenente due fotografie: una di Doug e l’altra della donna che nell’episodio precedente voleva urgentemente che lo stesso Doug fosse ucciso. Il nano uccide la donna e le sue colleghe a colpi di cacciavite.

A Twin Peaks intanto cominciano a succedere cose strane: Richard Horne si ritrova coinvolto in un traffico di droga e, trattato a pesci in faccia (anche a causa di una strana moneta “magica”) da un certo Red, comincia a dare di matto, investendo a tutta velocità un bambino in mezzo alla strada. Ad assistere alla scena, oltre agli abitanti di Twin Peaks, c’è Carl, il gestore del parcheggio per roulotte di “Fuoco cammina con me”, che subito dopo l’impatto vede uno strano spirito uscire dal corpo del bambino e volatilizzarsi in cielo. Carl da piccolo è sparito nei boschi vicino Twin Peaks, quindi è presumibile che anche lui abbia il “dono” di vedere gli spiriti. Nell’ufficio di polizia intanto Hawk, grazie ad una moneta e al marchio raffigurante un nativo americano (il retaggio di cui parlava la Signora Ceppo nel primo episodio), trova l’indizio che stava cercando sulla porta del bagno, o più precisamente dentro la porta del bagno. Hawk estrae dal suo interno un biglietto, ma non ci è ancora dato sapere di cosa si tratti.

Ah, dimenticavo. All’inizio di questa stagione il gigante fa a Cooper i nomi di Richard e Linda, “due piccioni con una fava”. Richard potrebbe dunque essere Richard Horne e Linda invece viene nominata da Mickey, un ragazzone che si fa dare un passaggio da Carl in città perché deve andare all’ufficio postale per ritirare la posta di Linda (che ancora non sappiamo chi sia). Che collegamento ci sarà tra loro due? Perché Cooper potrebbe prendere due piccioni con una fava?

Diane a parte non è stata una puntata particolarmente esaltante, la matassa continua ad avvolgersi e al tempo stesso a dipanarsi. Aspettiamo fiduciosi il prossimo episodio, sperando che Cooper riesca “assolutamente” a svegliarsi, che Diane riesca a dirci di più sul Doppelganger e che Hawk ci riveli questo incredibile indizio avente a che fare con la sparizione del nostro amatissimo agente dell’FBI.

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Capitolo 223

La primavera sta finendo, il festival di Cannes è finito, Francesco Totti si è ritirato e io anche non mi sento molto bene… Unica consolazione prima del vuoto pneumatico dell’estate è la terza stagione di Twin Peaks. Difficile parlare di cinema quando hai vissuto l’addio al calcio di uno dei suoi più grandi protagonisti, difficile parlare di altre emozioni quando hai raggiunto la consapevolezza di quanto sia maledetto il tempo che passa. “Ho paura”, ha detto il Capitano, se solo vedesse Bob di Twin Peaks, altro che paura… Soltanto quattro film in questo capitolo, ma tutta roba buona: da Lynch a Malick, fino ad una gran bella sorpresa made in Italy.

Song to Song (2017): Se amate il cinema di narrazione, questo film probabilmente non fa per voi. Ma se amate il cinema, come potete pensare di perdervelo? Parliamo di un film di Terrence Malick, quindi di un film di non proprio facile visione: bisogna avere pazienza, lasciarsi andare al flusso di immagini, al boomerang emotivo che trascina come onde di un mare in tempesta, finendo poi per infrangersi sugli occhi di chi guarda. E poi c’è la più bella Natalie Portman degli ultimi anni, come non ammirarla?

Fuoco cammina con me (1992): Dopo aver visto le prime due stagioni di “Twin Peaks” e in procinto di cominciare la terza, era doveroso guardare il prequel di questa serie meravigliosa. Il film è interessante: la prima metà è decisamente coinvolgente e piuttosto intrigante, la seconda parte invece ci mostra tutte vicende di cui eravamo a conoscenza tramite la serie e che quindi ho trovato un po’ meno interessante. Alcune trovate sono comunque strepitose. Sto riscoprendo un regista pazzesco.

Orecchie (2017): Una sorta di mumblecore all’italiana. Sorprendente. Gli applausi vanno ad Alessandro Aronadio per aver costruito questo film on the road tra le strade di Roma, con un ottimo protagonista, ottimi personaggi, una bella atmosfera e quell’inquietudine degli over 30 che è tanto cara ai grandi film indipendenti americani (vedi Noah Baumbach). Da non perdere.

Una storia vera (1999): Ancora David Lynch, in uno dei film meno “lynchiani” della sua immensa filmografia. Uno splendido racconto on the road (si è capito che mi piacciono i road movie?), con un anziano 73enne in viaggio a bordo di un tagliaerba (!) per oltre 300 chilometri con lo scopo di raggiungere il fratello che non vede da dieci anni. Malinconico, tenero, audace: bellissimo. Come da titolo italiano, è tratto da una storia vera.

Twin Peaks 3 (2017): NO SPOILER. Dopo quattro episodi possiamo già cominciare a farci un’idea sulla terza stagione di questa magnifica serie. L’operazione nostalgia è stata messa in un angolo, perché ci troviamo di fronte ad un prodotto nuovo, nonostante i continui rimandi con il passato. Alcune scene da brividi. Senza dubbio la serie dell’anno. Sto contando i giorni per l’uscita delle prossime puntate, pensate come sto.

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