“Once Upon a Time in Hollywood”: le prime immagini del nuovo film di Tarantino

Il 26 luglio uscirà nelle sale americane il nuovo film di Quentin Tarantino, “Once upon a time in Hollywood” (“C’era una volta a Hollywood” nella versione italiana, che da noi uscirà presumibilmente dopo l’estate). Il titolo richiama immediatamente al cinema di Sergio Leone, per Tarantino una fonte d’ispirazione più volte dichiarata. Nel cast straordinario troviamo Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Al Pacino, Tim Roth, Kurt Russell, Bruce Dern, Emile Hirsch, Dakota Fanning, Luke Perry, il fedelissimo Michael Madsen e molti altri. Su Vanity Fair sono uscite in esclusiva alcune immagini ufficiali del film che rendono il fotografo di scena di Tarantino uno dei lavori più invidiabili dell’universo (ho sbagliato tutto nella vita!). Qui di seguito trovate tutte le immagini, buon fomento!

Continua a leggere

Recensione “The Wolf of Wall Street” (2013)

wolf

Martin Scorsese porta i suoi bravi ragazzi nel mondo della finanza e il risultato è un film di 180 minuti in cui ogni scena è spinta all’eccesso: denaro, sesso e droga all’ennesima potenza. Quella di Jordan Belfort è una storia (vera) che sembra vissuta appositamente per permettere a Scorsese di trasportarla su grande schermo: ci sono tutti gli elementi nei quali il regista newyorkese ama sguazzare. Vero è che non ci sono gangster e omicidi, ma cambiando gli addendi il risultato cambia poco. “The wolf of Wall Street” è un film totalmente sopra le righe, e ci gode ad esserlo: l’edonismo dei personaggi di Scorsese qui è moltiplicato, amplificato, esasperato e spinto all’estremo, grazie anche ad un cast di interpreti fuori dall’ordinario e una gran bella colonna sonora (che spazia da “Everlong” dei Foo Fighters a “Mrs Robinson” in versione Lemonheads, da “ça plane pour moi” di Plastic Bertrand fino addirittura a “Gloria” di Umberto Tozzi).

La storia segue l’ascesa e la caduta di Jordan Belfort, il broker che ha guadagnato miliardi di dollari grazie ad una serie di truffe ai danni dei suoi clienti. Un’ascesa folle, durante la quale Belfort si concede ogni forma di vizio: donne di ogni genere, una moglie mozzafiato (Margot Robbie…), droghe di ogni tipo, automobili, barche, elicotteri e qualunque tipo di follia (come ad esempio nani volanti lanciati contro un bersaglio). Un vortice di potere e denaro, dove l’adrenalina domina il mondo distorto in cui sembra affogare il suo protagonista, esaltato ed esaltante, avido e al tempo stesso generoso, affabile, gentile, ma al tempo stesso criminale.

Un gangster dei tempi moderni, un Robin Hood dell’alta finanza (rubava ai ricchi per dare a se stesso), un cowboy nel mondo selvaggio di Wall Street. Un lupo che non ha mai nascosto la sua passione per il sesso e per le droghe, un narcisista che ha vissuto la sua vita in funzione del denaro. Soltanto la straordinaria versatilità di Leonardo Di Caprio poteva rendere credibile un personaggio così complesso. Al suo fianco, il miglior Jonah Hill mai visto sullo schermo. Scorsese inanella una serie di scene madri, spinge ogni dettaglio, ogni attore, ogni sequenza fino all’estremo e talvolta anche oltre, gli unici limiti che si concede il suo film sono quelli che si pone lui stesso. Barocco, caleidoscopico, totalmente folle. Bentornato Mister Scorsese!

————-
Da leggere anche: The Wolf of Wall Street – La giungla della finanza secondo Martin Scorsese

the-wolf-of-wall-street-poster-1

Recensione “Il grande Gatsby” (“The great Gatsby”, 2013)

“È inevitabilmente sconfortante guardare attraverso nuovi occhi cose alle quali abbiamo già applicato la nostra visuale”: dalle parole di Nick Carraway, emerse dalle righe del magnifico libro di Francis Scott Fitzgerald, si può già capire perché il film di Baz Luhrmann non è il capolavoro che tutti aspettavano. Dover fare i conti con un libro che tutti abbiamo letto e amato (e se non lo avete ancora fatto mi domando cosa stiate aspettando), al quale “abbiamo già applicato la nostra visuale”, crea inevitabilmente un più o meno lieve senso di delusione nello spettatore. Ma se da un lato l’impresa ambiziosa di Luhrmann può sembrare un’occasione sprecata, dall’altro la potenza della storia è talmente forte da riuscire comunque a rendere il film uno spettacolo da ammirare. Luhrmann applica il suo stile sfarzesco alle feste di casa Gatsby, ad una New York piena di soldi, jazz e apparenze, in cui è l’ombra di un’illusione (che talvolta si può confondere con il sogno) la forza motrice dei suoi personaggi.

Nick Carraway, un giovane conformista e puritano del Midwest, si trasferisce a Long Island per cercare fortuna a Wall Street. Qui resta affascinato dallo stile di vita del suo vicino di casa, il misterioso signor Gatsby, di cui tutti parlano molto ma di cui nessuno conosce il passato. Dopo aver stretto una sincera ed ammirata amicizia con lui, Nick si ritrova ad essere testimone e tesoriere delle sue verità, dei suoi segreti, dei suoi sogni, del suo grande amore per Daisy. Luhrmann dà il meglio di sé nelle scene di festa, ricreando il suo Moulin Rouge in versione stellestrisce, mostrando “entusiastici incontri tra gente che non si conosceva neanche di nome”, ma lascia tutto in superficie, senza entrare mai davvero nella profondità dei suoi magnifici personaggi, oltre a bruciare malamente una delle sequenze più toccanti e commoventi del libro, e questo è forse il peccato più grande del film (oltre all’inutilità del 3D). L’ultima fatica di Luhrmann merita comunque la visione, anche solo per la sua capacità del regista di riarrangiare a modo suo la caleidoscopica New York di quegli anni ruggenti.

Di Caprio è l’attore ideale per un personaggio così pieno di contraddizioni e al tempo stesso così rassicurante, sembrerebbe quasi che lo scrittore abbia creato Gatsby pensando a lui. Il Gatsby di Fitzgerald è un eroe romantico, che è solo anche quando è circondato da migliaia di persone. È il sogno americano che si attorciglia su se stesso, che cede all’illusione di una luce verde. In fondo tutti probabilmente abbiamo avuto qualcosa là in fondo che ci sembrava di poter toccare con mano e che poi abbiamo perso: “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… E una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

pubblicato su Livecity

Recensione “Django Unchained” (2012)

Quando la pellicola tende verso la conclusione, sulle indimenticabili note de “Lo chiamavano Trinità” di Franco Micalizzi, la sensazione è una sola: Quentin Tarantino ha fatto di nuovo centro. In quello che è il suo film più lungo (2 ore e 45 minuti), il regista più amato degli anni 2000 butta dentro tutto ciò che abbiamo imparato ad amare con il suo cinema. Django è un film potente, brutale, ironico, brillante, epico. In una parola, gargantuesco. C’è tanto Morricone (come poteva mancare la musica del Maestro in un western di Tarantino?), c’è un cast di straordinari interpreti: dai protagonisti Christoph Waltz e Jamie Foxx ai meravigliosi personaggi di contorno, Leonardo di Caprio e soprattutto Samuel L. Jackson, che sembra rinascere come attore ogni qual volta la sceneggiatura di Tarantino si posa sulla sua testa. A proposito di sceneggiatura, ancora una volta i dialoghi confermano il talento dell’autore per la danza lessicale dei suoi personaggi: dapprima ironica e lineare, infine pomposa ed epica, con nuovi tormentoni da regalare al culto  del regista.

Negli Stati Uniti sull’orlo della Guerra Civile, il cacciatore di taglie King Schultz libera lo schiavo Django e comincia con lui una proficua collaborazione che li porterà nella piantagione del famigerato Calvin Candie, proprietario terriero assetato di sangue. Nella proprietà di Candie, la cosiddetta Candyland, lavora da schiava Broomhilda, moglie di Django. Schultz e il suo nuovo amico metteranno in piedi una farsa pur di ottenere la libertà della ragazza, mentre violenza, sacrificio, vendetta e la lotta per la sopravvivenza si ritroveranno tutte insieme a ballare, tra la vita e la morte.

Tarantino rielabora dunque il genere western, in una giostra di pallottole e potenza visiva. Django, «la D è muta», è un perfetto eroe tarantiniano: sofferente, giusto, inarrestabile e soprattutto vendicativo. Già, perché in fin dei conti, seppur il film è basato sulla ricerca di una donna da liberare, la fanfara di proiettili eseguita nel finale altro non è che il bisogno di soddisfare la vendetta di un ex schiavo nei confronti dello schiavista bianco, troppo compiaciuto nella sua logica (straordinario in tal senso il monologo di Di Caprio a proposito delle “fossette nel cranio”) da non rendersi conto che il mondo sta cambiando (la Guerra Civile persa dal Sud, di lì a poco, ne sarà la dimostrazione). Tarantino in poche parole si fa beffe dei sudisti, ridicolizzandoli nella loro goffaggine, come dimostra l’esilarante scena del Ku Klux Klan. In questa rapsodia di spunti narrativi, è la potenza del cinema il filo rosso che congiunge la composizione, rendendola un sano piacere cinematografico per il quale siamo grati. Tarantino permette ancora una volta al cinema di dimostrare con forza tutta la potenza di cui è capace quando viene giostrato dalle mani di un autore, un artigiano, che sa essere originale e al tempo stesso sa adagiarsi ad uno stile che ormai è praticamente un marchio. Di rimando, non possiamo che apprezzare: grazie Quentin.

 

django-unchained-poster-

Recensione “Shutter Island” (2010)

shutter-island

Martin Scorsese continua la sua indagine sulla violenza, cambiando totalmente registro: se gran parte della sua filmografia è sempre stata incentrata su una metaforica esplosione – dei personaggi, delle vicende e della violenza – stavolta l’isola del titolo è il luogo dove avviene il contrario, una vera e propria implosione che porterà il protagonista a scavare sempre di più all’interno di se stesso e del luogo che lo circonda, per avvicinarsi e finalmente capire la verità e la sua stessa natura. Il regista newyorkese lo fa omaggiando i grandi maestri dell’espressionismo tedesco (i riferimenti a Lang, Murnau e soprattutto Wiene sono dietro l’angolo), aiutato anche dalle tetre scenografie di Dante Ferretti, che contribuiscono a rendere l’isola un personaggio portante del film.

1954. Il capo della polizia locale Teddy Daniels viene mandato insieme ad un nuovo collega a Shutter Island, un manicomio criminale situato su un’isola-fortezza dalla quale è impossibile fuggire, per indagare sulla misteriosa fuga di una pluriomicida. I due poliziotti si ritrovano coinvolti in un’indagine che ben presto si rivela molto più grande di quel che pensavano: pazienti psicopatici e pericolosi, psichiatri gelosi e fieri della loro fortezza, sospetti e misteri dietro i quali si rivelano forse folli esperimenti medici, laboratori segreti e una pericolosa verità: Teddy Daniels capirà di non essere finito lì per caso.

Scorsese si diverte a giocare con il protagonista (un magnifico Leonardo Di Caprio), e quindi con lo spettatore, come fa il gatto con il topo: dissemina indizi, gli fa credere qualcosa per poi spiazzarlo immediatamente. L’isola – isolata e isolante – diventa così un corrispettivo fisico e spaziale di una situazione interiore, un luogo che riflette e amplifica le paure e i traumi del passato. Quello che ne esce fuori, tratto dal bestseller di Dennis Lehane (già autore di “Mystic River”), è un thriller psicologico di grande impatto visivo ed emotivo, ricco di colpi di scena e dal finale meraviglioso, racchiuso in una frase già memorabile: «Cosa sarebbe peggio? Vivere da mostro o morire da uomo perbene?».

shutterisland