Una Vita da Cinefilo Magazine – Numero 27

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Capitolo 230

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Si sta come d’autunno, nei cinema gli spettatori. Con questa parafrasi cinefila apro un nuovo capitolo di questa antica rubrica, nata su un sito molto più serio di questo e poi sfociata in un blog, questo blog, al quale so che volete parecchio bene (e pure se così non fosse, fatemelo credere). Duecentotrenta capitoli pieni zeppi di film, ovviamente, ma anche di pensieri, aneddoti, considerazioni, voli pindarici, ricordi e qualche sprazzo di sana critica, ma non troppa. Bel numero 230, melodico, armonioso e… Vabbè, come diceva il buon Roger Murtaugh in Arma Letale: “sono troppo vecchio per queste stronzate”, diamoci un taglio e parliamo un po’ di cinema, anche perché sono qua per questo.

The Blues Brothers (1980): Durante la Festa del Cinema di Roma, prima di ogni film, proiettavano uno spezzone musicale tratto da vecchie pellicole. La scena del twist suonato da Ray Charles mi è rimasta attaccata alla pelle per giorni e giorni, fino al punto in cui ho pensato: “Sarebbe ora che mi rivedessi i Blues Brothers”. Così, dopo davvero troppi anni, ho passato nuovamente la serata con Jake e Elwood. Da allora metto gli occhiali da sole anche di sera. Capolavoro totale e assoluto.

Joy (2015): Al contrario di molti devo dire che il cinema di David O. Russell non mi è mai dispiaciuto. Ho amato molto “The Fighter”, ho visto per ben due volte al cinema “Il lato positivo” e “American Hustle” l’ho trovato una figata. Nonostante non fossi pienamente convinto dalla trama, ho deciso di dare una chance alla sua ultima fatica. Niente, penso sia uno dei suoi film peggiori: abbastanza prevedibile, si salva grazie agli interpreti e ad una buona regia, ma non va oltre la sufficienza scarsa. Never a Joy.

Loveless (2017): La mia teoria sui film “esotici” colpisce ancora. In cosa consiste? Semplice, se in Italia viene distribuito un film russo, norvegese o, che ne so, turco, allora vuol dire che deve essere proprio un bel film, perché nessun distributore rischierebbe di mandare al cinema un film così così proveniente da una cinematografia “minore”. Il russo “Loveless”, come volevasi dimostrare, è un filmone: non per niente ha vinto il premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes (e il regista è lo stesso del meraviglioso “Leviathan”, di un paio d’anni fa).

C’est la vie (2017): Alla Festa del Cinema di Roma l’avevo erroneamente scansato, tuttavia il passaparola era stato talmente positivo che, appena saputo della proiezione stampa, ho pensato di dargli una possibilità. Ho fatto bene: il film fa ridere, non è mai banale, ha ottime trovate e ti fa sentire come un amico che ti dà una bella pacca sulla spalla. Uscirà nel 2018, merita una serata al cinema.

Akira (1988): Uno dei capolavori dell’animazione giapponese, un cult e via dicendo. Lo vidi per la prima volta da bambino e, anche se non ci capii niente, rimasi affascinato dalle sue atmosfere, le moto, i poteri mentali e tutto quanto. Ora che sono bello grandicello me lo sono ritrovato su Netflix e ho pensato che rivedendolo avrei potuto finalmente apprezzarlo appieno. Sono rimasto nuovamente affascinato dalle sue atmosfere, le moto, i poteri mentali e tutto quanto però, oh, pure stavolta non c’ho capito quasi niente.

Tutti insieme appassionatamente (1965): Ogni cinefilo che si rispetti ha qualche lacuna cinematografica che, per timore del pubblico giudizio, fa sempre finta di aver visto. Quando un classico non visto esce in una conversazione tra amici ecco allora che si dice: “L’ho visto troppi anni fa, non me lo ricordo”, oppure si resta in silenzio e si annuisce con convinzione. Ora non dovrò più fingere di aver visto “The Sound of Music” perché finalmente ho affrontato queste tre ore di film e, che dire, ne è valsa decisamente la pena. Bellissimo.

Beyond Stranger Things: Una volta i contenuti speciali, con interviste e dietro le quinte, li trovavamo sui dvd. Ora cominciano ad affacciarsi anche su Netflix (vedi “Tredici”). Approfondimento interessante sulla seconda stagione di “Stranger Things”, più convincente dal punto di vista della scrittura televisiva che come dietro le quinte dello show (anche se 7 episodi forse sono troppi). I ragazzini però si confermano irresistibili, non c’è niente da fare: lo speciale ti fa davvero venire voglia di far parte del cast.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 8

Niente David Lynch oggi, la mia talpa all’interno dell’albergo dove certamente alloggerà in questi giorni il regista non mi ha fatto sapere più niente e quindi, non avendo in mano notizie certe sull’orario in cui Lynch sarebbe arrivato, ho preferito evitare un appostamento. Ad ogni modo la giornata è iniziata clamorosamente bene: so che ci tenete molto a sapere com’è andato il mio viaggio sulla metro e vi posso tranquillizzare subito dicendovi che sono riuscito addirittura a trovare il posto a sedere sia a Termini che sul tram. Momento più unico che raro (forse un po’ troppa gente si sta facendo il ponte del 1 novembre). Passiamo ora a qualcosa di meno interessante: il cinema.

Dovete sapere che prima di ogni proiezione c’è una clip di circa un minuto con una scena musicale tratta da grandi film del passato. In questi giorni ci siamo trovati di fronte “Cabaret”, “The Producers”, “Pulp Fiction” e altri, ma la clip più bella resta quella di stamattina: Ray Charles e i Blues Brothers, quando ci regalano “Shake a tail feather”, fanno scatenare la sala (producendo un mormorio alla fine del video che si potrebbe tradurre in qualcosa come: “Fateci vedere Blues Brothers”). Altro mormorio un minuto dopo: prima dei titoli di testa di “A prayer before dawn”, compare il logo del Festival di Cannes con la scritta “Official Selection” e per un momento crediamo davvero di trovarci sulla Croisette. Il film di Jean-Stephane Sauvaire arriva direttamente dalla selezione ufficiale di Cannes e, se ieri mi lamentavo della mancanza di “film da Festival”, oggi posso dire di esser stato accontentato. Il film racconta la storia vera di un pugile inglese, Billy Moore, arrestato in Thailandia per possesso di droga e subito incarcerato in una prigione locale (un carcere thailandese non è proprio una passeggiata di salute). Billy, che comunque non è uno stinco di santo, si ritrova in un’enorme cella piena di assassini tatuati dalla testa ai piedi, che urlano per due ore versi incomprensibili e perdono spesso l’occasione per dimostrarsi dei galantuomini, se così si può dire. L’unica salvezza per il protagonista sarebbe rimediare qualche stecca di sigarette per convincere l’allenatore di Thai-Boxe a prenderlo nella sua palestra. Non vi dico nient’altro perché il film sarà distribuito in Italia, ma posso già rivelarvi che si tratta di un’ottima pellicola: evitatelo se cercate un film classico, ma se siete pronti a soffrire, a subire una caterva di mazzate insieme a Billy (grazie al regista che con questi primissimi piani ci dà l’impressione che stiano menando pure noi), allora si rivelerà un film splendido nella sua cruda realtà.

“Trouble no more” al contrario, pessimo documentario sulla svolta religiosa di Bob Dylan, è “una sòla”, come ha affermato fuori dalla sala un prestigioso giornalista di cui ovviamente non posso fare il nome. Credeteci però: è davvero un lavoro di scarso interesse, senza dubbio atipico nel suo genere: il film comincia come un classico documentario, raccogliendo interviste sulla delusione dei fan di Dylan dopo un concerto a New York (“Non ha fatto neanche una delle vecchie canzoni”, “Amo il sound di Dylan, ma non me ne frega niente delle sue idee religiose” e via discorrendo), subito dopo si trasforma in una cosetta televisiva e poco interessante. Canzoni tratte dal concerto di cui sopra vengono alternate a Michael Shannon che interpreta un predicatore, poco credibile e decisamente fuori luogo. La musica non è male ovviamente (anche se dopo gli anni 60 Bob Dylan ha prodotto tanta spazzatura e pochissime perle), sarebbe stato forse interessante, ai fini del documentario, sottotitolare i testi delle canzoni, invece così si assiste per un’ora ad un’altalena di cinque minuti di canzoni e cinque minuti di prediche. L’unico merito di questo film è stato di averci portato all’Auditorium Michael Shannon, che ha incontrato la stampa (me compreso, anche se c’entro poco) subito dopo pranzo.

L’attore del Kentucky, oltre a dimostrarsi anche lui una persona simpaticissima e disponibile più del dovuto, ha parlato molto di Bob Dylan e del film di cui vi ho parlato poco fa. A quanto pare i sottotitoli alle canzoni non c’erano per il semplice fatto che quel simpaticone di Dylan non vuole che i suoi testi vengano tradotti in altre lingue (e può anche andarmi bene, ma almeno in inglese li potevano comunque mettere…). Alla domanda: “Bob Dylan ha visto il film? Gli è piaciuto?”, Shannon e la regista hanno risposto: “Abbiamo sentito dire che era contento, ma lui è più concentrato sul presente e si preoccupa davvero poco di ciò che ha fatto nel passato”. Io amo molto il primo Bob Dylan, ma devo dire che in quanto a simpatia è proprio out… Resta comunque lo stonato più leggendario della storia della musica.

Restano soltanto due giorni di proiezioni e al di là dell’incontro con David Lynch l’impressione è che il meglio ci sia già stato. Comincia ad affiorare un po’ di stanchezza e anche i più insospettabili (me compreso), ovvero persone che mai si lamentano e che sono sempre state soddisfatte di ciò che hanno potuto vedere, stavolta hanno davvero molto da ridire. Anche l’organizzazione ha lasciato un po’ a desiderare: tantissime proiezioni che si accavallano alle 9 e poche negli altri orari, le repliche pomeridiane sono sempre in una delle sale più piccole (il Teatro Studio) in cui si può accedere solo dopo un paio d’ore di fila (mentre le due sale più grandi, alla stessa ora, restano deserte). Sicuramente ci saranno degli ottimi motivi dietro queste scelte così sconsiderate, ma l’anno prossimo qualcuno dovrebbe davvero lavorare meglio sulla programmazione. Sulla selezione dei film non mi esprimo ancora, ma il livello medio è sicuramente un po’ più basso rispetto alle edizioni passate: alla fine sono gli incontri ad essere il fiore all’occhiello di questo Festival 2017. Vabbè, dopo questo sfogo posso finalmente lanciarmi sul letto a quattro di bastoni, dandovi appuntamento a domani con la penultima puntata di questo diario. Lo so che non vedere l’ora di rivedere qua sopra le care vecchie recensioni. Non manca molto, ve lo prometto.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 7

Svegliarsi la mattina dopo una vittoria della Roma è sempre una cosa bellissima, farlo dopo un 3-0 contro i campioni d’Inghilterra è un’esperienza ancora più esaltante. In questo splendido giorno di festa la mia mitica 600 blu è scivolata sul Lungotevere deserto con un grande sorriso sul cofano, finestrini abbassati e i gol di ieri sera della Roma urlati a tutto spiano dai radiocronisti. Per svegliarmi lungo il tragitto non c’è stato dunque bisogno né di Bruce Springsteen né dei Pearl Jam: son bastati i gol della Roma. Meglio di dodici caffè.

Oggi avevamo un po’ tutti riposto le nostre speranze cinematografiche in Steven Soderbergh, e il suo “Lucky Logan” non ha tradito le attese. Se da un lato non possiamo definirlo né un film molto originale, né tanto meno una pellicola “da festival” (se capite cosa voglio dire), dall’altro trovare un film per niente soporifero questa settimana è stata davvero una boccata d’aria fresca. La trama è piuttosto semplice: Channing Tatum e Adam Driver, i fratelli Logan, organizzano la classica rapina perfetta durante una gara automobilistica: tra personaggi sopra le righe (praticamente tutti) e situazioni paradossali, il film scorre che è un piacere. Soderbergh si autocita, girando una sorta di “Ocean’s Eleven” più rustico e caciarone ma altrettanto divertente. In particolare c’è stata una scena, in cui viene citato “Game of Thrones”, che ha fatto venir giù la sala dalle risate. Non è esattamente il film che vorrei vedere durante un Festival, ma con questi chiari di luna me lo prendo e me lo abbraccio senza starmi a lamentare troppo.

Roma dà il suo benvenuto a novembre con una meravigliosa giornata di sole, una di quelle giornate in cui chiudersi in sala a vedere film sembra quasi un insulto alla vita. Per questo motivo non ho combinato granché fino alle 14, in cui c’è stata la bellissima conferenza stampa di sir Ian McKellen. Gandalf  il Bianco (almeno per quanto riguarda l’abbigliamento) si è presentato sul palco della Petrassi in perfetto orario e ci ha fatto tutti innamorare di lui. Mi è piaciuta molto una frase a proposito della recitazione: “Quando reciti tu diventi quel personaggio e quel personaggio diventa te”. L’attore inglese ha poi intrattenuto il pubblico citando (su richiesta) una delle battute più celebri di Gandalf (“You… Shall not.. Pass!”) e dopo la conferenza si è fermato più del concesso a firmare autografi a tutti. Sarebbe stato bello andare anche all’incontro con il pubblico oggi pomeriggio, ma non si può volere tutto (leggasi: “ho preferito tornare a casa a farmi una pennichella”).

Ieri su queste pagine avevo annunciato i miei propositi fotografici, ovvero ritrarre un po’ di persone qui all’Auditorium. Ma veramente ci avevate creduto? Devo dire che per un paio di minuti c’avevo creduto pure io, dopo però sono rinsavito e mi sono seduto a prendere caffè come se non ci fosse un domani. Ma il domani in realtà ci sarà e, non essendo un giorno festivo, c’è il serio rischio di trovarsi di fronte ad un’altra giornata moscia. Ormai il modus operandi è piuttosto chiaro: le cose migliori ci sono durante i giorni festivi e prefestivi (Bigelow, Linklater, Gillespie durante il weekend, oggi Soderbergh e sabato prossimo Lynch), mentre nel resto della settimana bisogna essere un po’ fortunati nella scelta del film da vedere. Talvolta si pescano chicche, talvolta si ha a che fare con il classico “Film Valium”. Sono quasi tentato di andare a cercare (o meglio stalkerare) David Lynch in giro per Roma. Ho avuto delle soffiate (capirete che non posso dirvi nulla), ma aspetto qualcosa di più sicuro prima di allontanarmi dall’Auditorium alla ricerca di un Tulpa (chi ha visto l’ultima stagione di “Twin Peaks” capirà).

Se esistessero ancora i premi per film, regia, sceneggiatura e attori, senza dubbio la scelta ricadrebbe sui soliti noti di questi giorni: regia alla Bigelow, sceneggiatura a Linklater, Bryan Cranston e Margot Robbie per gli attori, miglior film se lo lotterebbero invece “Detroit” e “Last Flag Flying”. Invece c’è rimasto soltanto il premio del pubblico e secondo le nostre sensazioni la vittoria sarà del francese “C’est la vie” (che non ho visto, ma sembra abbia fatto sbellicare tutti dalle risate).

Oggi pomeriggio volevo restare all’Auditorium a scattare foto, ma poi nella mia testa è risuonata la voce di Gandalf a suggerirmi di andar via. Così, mentre camminavo con la macchina fotografica in mano e scorreva sul tappeto rosso la passerella dei The Jackal, dall’alto della struttura realizzata da Renzo Piano ho sentito forte e chiaro il messaggio che mi stava mandando lo stregone. Erano soltanto due parole: “Fuggite, sciocchi!”. E così ho fatto. A domani!

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 6

Sembrava una splendida mattinata: mi sono alzato alle 7 senza troppi patemi, non ho bruciato il caffè, non mi sono strozzato col plumcake, non sono scivolato nella doccia, non ho trovato 8 milioni di persone dentro la metro, il clima era gradevole e l’orario di arrivo all’Auditorium più che perfetto. Insomma, mancava solo Lou Reed ad improvvisarmi una “Perfect Day” lungo il tragitto (ma ammetto che far resuscitare Lou sarebbe stato un po’ complicato). Invece che è successo? Niente, ho completamente sbagliato la scelta dei film.

Quello delle 9 era il norvegese “Valley of Shadows”, di Jonas Matzow Gulbrandsen (detto anche “Jonas Ctrl+C/Ctrl+V”). Più che la valle delle ombre mi è sembrata la valle del sonno, e penso che mettere alle 9 del mattino un film norvegese con 6 o 7 dialoghi in tutto sia stata proprio una cattiveria. Eppure l’inizio prometteva benissimo: in una valle vicino ad una foresta, due bambini scoprono che alcune pecore sono state uccise durante una notte di luna piena. L’atmosfera del film fa il suo dovere, se prima aveva la mia curiosità, adesso aveva conquistato la mia attenzione. Poco dopo però il bimbo biondino, il protagonista, si lancia in un’avventura solitaria all’interno della foresta (con lo scopo di ritrovare il suo cane, sparito il giorno prima) e da là in poi ci saranno sì e no due dialoghi in tutto il film. Non che questo sia un difetto, per carità, però ho accusato duramente il colpo. La pellicola è girata bene, tecnicamente non le manca nulla, ma l’ho trovata davvero faticosa. Il messaggio è chiaro: non bisogna aver paura di ciò che non si conosce. Infatti ora che sto film lo conosco, il solo pensiero mi terrorizza. Lupo ululà, sbadiglio ululì.

Alle 11 ho deciso quindi di affidare i miei occhi ad un film giapponese, perché si sa, il cinema orientale spacca. Vi dirò soltanto che “And then there was light” detiene un record per questa edizione del Festival: non ho mai visto tante persone uscire dalla sala prima della fine del film. I primi due spettatori se ne sono andati dopo circa 7 minuti, da là in poi ho assistito ad un esodo di massa senza soluzione di continuità. Io ho resistito poco più di un’ora (in compenso appena uscito fuori mi sono imbattuto in Dakota Fanning).

L’argomento del giorno qui all’Auditorium è senza dubbio l’incontro di ieri sera con Nanni Moretti, che secondo alcuni è stato un vero e proprio “one man show” sul cinema e sulla vita. C’è chi ha definito questo incontro come il migliore di sempre qui a Roma. Sarebbe stato proprio bello esserci. La giornata di oggi non offre molto e penso che il programma non sia stato realizzato in maniera molto logica: ci sono tre proiezioni in contemporanea alle 9, altre due o tre alle 11 e poi soltanto una alle 15 (e se quello delle 15 è un film che hai già visto o se non riesci ad entrare per la fila, c’è il rischio di restare a spasso fino alle 18, quando si è fortunati). Insomma, la mia scelta di venire al Festival solo dalla mattina fino a metà pomeriggio non sta pagando molto: non riesco a vedere molti film e il livello medio è piuttosto basso quest’anno (ed è molto raro che io affermi una cosa del genere, sono quasi sempre rimasto soddisfatto negli anni precedenti). I grandi picchi del weekend non sono sufficienti: siamo a martedì e gli unici ottimi film che ho visto sono “Detroit”, “Last Flag Flying” e “I, Tonya”. Tre film in sei giorni sono davvero pochissimi. Ad appesantire tutto ciò c’è anche l’inattesa delusione per i film della sezione “Alice nella Città”, normalmente garanzia di qualità con la sua programmazione da sempre celebre per le chicche e per le sorprese offerte in passato. Anche da questo punto di vista, per quel che ho potuto osservare, non c’è stato il salvagente che tanto speravo. Non buttiamoci giù tuttavia, restano ancora quattro giorni di film, domani arriva Soderbergh a tentare di risollevare lo spirito e soprattutto sabato prossimo David Lynch potrebbe farci dimenticare qualunque licantropo norvegese o strambo tizio vendicativo giapponese.

Domani ho in mente un reportage fotografico costituito da ritratti di persone presenti al Festival. Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’Auditorium, ma se state leggendo queste righe e domani avete in programma di venire al Festival io ve lo dico: acchittatevi, che io vi fotografo. In attesa dei film di domani, speriamo di aver finito con gli scherzetti: vogliamo un po’ di dolcetti.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 5

E quindi uscimmo a riveder le stelle: ogni volta che esco sano e salvo dalla metropolitana mi viene in mente l’ultimo verso della Divina Commedia. Certo, non esco a vedere proprio le stelle, ma il cielo sì, e ogni volta piazzale Flaminio mi sembra il luogo più bello dell’universo. Questa premessa per comunicare che, sì, il weekend è finito e ho ricominciato a prendere la metro. Bene, veniamo alle cose importanti.

Alle 9 c’era la possibilità di scegliere tra ben quattro film. Dopo una più o meno attenta visione dei trailer, ho declinato “C’est la vie” (commedia francese firmata dagli autori di “Quasi amici”), ho scartato un film americano di cui non c’era neanche il trailer online (o forse non l’ho trovato, vabbè) e sono rimasto con una coppia di contendenti molto diversi da loro ma entrambi in qualche modo allettanti. “Lola + Jeremy”, commedia romantica francese, ispirata al cinema di Gondry, sembrava la scelta più ovvia (bastava una parola per me: Parigi), ma la notte ha emesso il suo verdetto e alla fine sono entrato nel Teatro Studio per “Blue my mind” di Lisa Bruhlmann. Il trailer purtroppo mi aveva già rivelato il colpo di scena finale (ma che è sta moda di far vedere mezzo film già nel trailer? Spiegatemelo), tuttavia l’ho trovata una pellicola per niente banale. Siamo in Svizzera: una ragazzina, Mia, si trasferisce con la famiglia in una nuova città. Nuova scuola quindi, nuove amicizie, grandi cambiamenti. Mia fa di tutto per farsi accettare dalle nuove amiche, si lascia facilmente andare a sesso, droga e rock ‘n’ roll, ma qualcosa in lei sta cambiando (e non si tratta soltanto delle prime mestruazioni). Si sta trasformando in qualcosa di non umano: mangia i pesci dall’acquario, le stanno crescendo delle strane membrane tra le dita dei piedi e ha le gambe piene di lividi. Il film racconta in maniera originale e decisamente fantasiosa la fase di trasformazione di una bambina in una giovane donna. C’è ritmo, ottimo uso del linguaggio cinematografico (molte situazioni non sono rivelate ma accennate al punto giusto) ed un’idea originale alle spalle: secondo me è un film riuscito.

Alle 11 c’era un film brasiliano con Vincent Cassel, ma ho optato per qualcosa di totalmente diverso: il convegno “Condizioni Critiche” (!), curato da Mario Sesti (che qui non finiremo mai di ringraziare per le cose meravigliose che ci ha fatto vedere una decina d’anni fa nell’ormai mitologica sezione Extra del Festival). Una bellissima occasione per sentir parlare delle condizioni attuali della critica cinematografica, grazie anche alla partecipazione di Anthony Scott (critico del NY Times) e Annette Insdorf (insegnante di critica cinematografica della Columbia University). Credetemi, è stato illuminante: una lunga chiacchierata sui compiti del critico, sul suo ruolo in quest’epoca social e tante altre cosette bellissime sul modo di raccontare il cinema. Tutte cose che io purtroppo non so ancora fare come vorrei, ma un giorno magari ci arriveremo. Tra l’altro l’evoluzione del critico cinematografico è stato l’argomento della mia tesi di laura magistrale, quindi l’incontro di oggi è stato particolarmente interessante per il sottoscritto (dlin dlon: se mai nella vita vi dovesse interessare la mia tesi, trovate tutto lo speciale qui sul blog diviso in 9 capitoli, basta cercare “critico cinematografico” nella barra di ricerca qui a destra).

Dopo un bel panino con la frittata, una delle poche cose che non passeranno mai di moda, ho atteso le 15 per recuperare uno dei film più apprezzati di questi giorni: “The Party” di Sally Potter. Ebbene, anche stavolta la sala si è riempita prima che potessi entrarvi, quindi ho perso il film e probabilmente non potrò vederlo mai più. In compenso ho consultato le care vecchie voci di corridoio: sento le voci, lo ammetto, ma non sono nella mia testa (credo). Quel che mi hanno detto è piuttosto contrastante, ma tutti gli uccellini (Lord Varys ha fatto scuola) sono concordi sul fatto che “C’est la vie”, il film francese che mi sono volutamente perso stamattina, sia una commedia divertente e non banale, per alcuni addirittura migliore di “Quasi amici”. Potrebbe lottarsi il premio del pubblico con Linklater? Vedremo. Per il momento i film più amati sono stati proprio “Last Flag Flying” e “I, Tonya”, di cui vi ho parlato nei diari precedenti. Stasera arriva all’Auditorium Nanni Moretti per un incontro con il pubblico, ma io sono già tornato nella mia dimora a Roma Sud.

La cosa peggiore (a parte la metropolitana alle 8 del mattino) è che mi porto appresso una borsa con macchina fotografica, obiettivi, penne, quaderni, panini e altre cose del genere (il peso della borsa si aggira sulle 21 tonnellate) e in cinque giorni avrò scattato sì e no 10 foto, scritto tre parole (3!) su un taccuino e aperto la borsa solo per prendere il cibo. Spero nei prossimi giorni di regalarvi qualche bella immagine del Festival, ma fossi in voi non starei là a contarci troppo. Domani vi prometto almeno due film (tre nelle mie intenzioni), ché vi sto un po’ trascurando, lo so. Ora mi sono meritato un altro paio di puntate di “Stranger Things”, a domani…

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 3

Che splendida giornata. Il primo sabato di Festival è sempre uno dei giorni più attesi dell’anno, anche solo per il semplice motivo che posso prendere la macchina per andare all’Auditorium. Un quarto d’ora da Garbatella a Flaminio: ecco cosa significa il sabato mattina. Odore di pane caldo dal forno sotto casa, Bruce Springsteen nello stereo della macchina, il primo sole del mattino che bacia Ponte Sisto, Castel Sant’Angelo e tutti i palazzi sulla rive gauche del Tevere. Alle 8.15 avevo già parcheggiato. Solo l’amore per il cinema potrebbe spingermi a tanto, ma a volte è proprio la città a sembrare un bel film.

La giornata cinematografica è cominciata alle 9 con “Stronger” di David Gordon Green, con un ottimo Jake Gyllenhaal. Il film racconta la storia di un ragazzo di 28 anni, il nostro Jake, che durante la maratona di Boston perse entrambe le gambe a causa dell’attentato del 2013. Io ho un debole per i film girati a Boston, o in Massachusetts (ancora devo capirne il motivo), ed è proprio per questo motivo che la pellicola era riuscita inizialmente a conquistarmi. Dico inizialmente perché dopo una bellissima prima parte piena di intensità e dolore, il film si trasforma lentamente in un saggio di retorica stellestrisce. Il riscatto di un Paese in costante bisogno di crearsi un eroe: oh, tanto hanno fatto che alla fine Jake Gyllenhaal dice: “Lo sapete che c’è? Fateme esse un eroe va”. E forza allora con gli abbracci, le strette di mano, i parenti dei militari e quelli dell’11 settembre. Resta un film girato molto bene, splendidamente interpretato dal signor Donnie Darko, che secondo me si va a perdere proprio nel finale, dove si poteva raggiungere lo stesso risultato evitando però le palate di retorica propinateci dal regista. Peccato. Continuo comunque ad amare l’ambientazione bostoniana, questo è più forte di me.

Il momento che attendevo di più, non soltanto oggi, ma in tutto il Festival (Lynch a parte, ne riparleremo tra sette giorni) era però “Last Flag Flying”, il nuovo film di Richard Linklater, che come ben sapete è uno dei miei registi preferiti in assoluto e anche uno dei 328 motivi per cui ha senso alzarsi al mattino. Tre ex-marine, nella fattispecie Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne, si ritrovano dopo decenni per accompagnare uno di loro al funerale del figlio, ucciso durante la guerra in Iraq. Io penso che già soltanto mettere insieme Walter White di Breaking Bad, Morpheus di Matrix e beh, Steve Carell (in quanto Steve Carell) sia stata un’idea meravigliosa, aggiungendoci poi i dialoghi e le storie di Linklater diventa un qualcosa che non sai mai fino a che punto puoi definire commedia, perché è molto di più: c’è la critica politica (e antimilitarista), il contrasto tra religione e ateismo, la tipica riflessione sul tempo e sull’amicizia, sui rimorsi di un passato che non può essere recuperato ma soltanto preso ad esempio. E poi ci sono gli elementi da road movie, che nei film di Linklater non sono mai una componente secondaria. Non so se si è capito ma per me è stato un colpo di fulmine totale: Bryan Cranston è il mattatore della pellicola (cosa darei per andare a farmi un paio di birre con lui), neanche si fa in tempo a smettere di lacrimare per le risate che si comincia a lacrimare (metaforicamente) per l’intensità dei personaggi, per le loro storie, il loro passato, i tanti errori che li rendono umani a tal punto da volerli abbracciare. Non perdetevelo per nessun motivo.

Nel pomeriggio è arrivato sul red carpet nientepopodimenoche Mazinga, per la proiezione del nuovo film sul robottone della nostra infanzia. Per i corridoi dell’Auditorium mi sono imbattuto in un gruppo di cosplayer dei vari Tetsuya, Aktarus e compagnia bella. Il film, “Mazinga Z”, è stato un simpatico tuffo negli anni 80, inizialmente stavo considerando l’idea di abbandonare la sala, poi ho lentamente ripreso ad abituarmi ai personaggi e alle battaglie di robot che alla fine devo dire che mi è pure un po’ piaciuto. La cosa più bella però sono stati i bambini presenti tra il pubblico, che urlavano “che figata!” dopo un pugno atomico oppure applaudivano quando i personaggi dicevano che questo pianeta merita di essere salvato. Mi hanno dato un po’ di speranza, è stato bello, e soprattutto mi è sembrato di rivedere me stesso alla loro età, quando guardavo Mazinga in tv.

In serata la Roma ha chiuso in bellezza una giornata perfetta, che sarebbe stata ancora meglio se non avessi tutto questo sonno, ma non si può voler tutto. Da segnalare che nessuno oggi parlava di “Stranger Things”, segno che le minacce che ho lanciato nei giorni precedenti hanno funzionato. Meno male, non ho dovuto litigare con nessuno. Per ora. Ah, domani si dorme un’ora in più: sì, è proprio un bel weekend.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 2

Sveglia alle 7. Incredibile ma vero: è ancora buio. Esco di casa straordinariamente presto per evitare il caos dello sciopero dei mezzi e scopro che c’è davvero un mondo già vivo a quest’ora del mattino (ehi, ti ho sentito! Sì, tu che leggi, l’ho sentito quel “tacci tua” che hai appena detto!).

Oggi tre film per il sottoscritto e un altro incontro saltato, quello con il prodigio Xavier Dolan. La mattinata si è svolta all’interno del Teatro Studio, dove abbiamo aperto le danze con il francese “Tout nous separe”, un dramma con Diane Kruger e Catherine Deneuve. Dovete sapere che io amo follemente il cinema francese, insomma, diciamo che mi chiuderei in un bugigattolo per un mese solo con acqua, pane e film transalpini. Ecco, fatta questa premessa mi sento di poter dire a pieno titolo che questo film di Thierry Klifa mi ha lasciato piuttosto freddino. La storia è un po’ difficile da riassumere in poche righe: uno spacciatore sfrutta la tossica Diane Kruger, che è innamorata di lui, per farsi dare i soldi dalla ricca madre di lei, che è Catherine Deneuve. Con questo denaro il tipo deve pagare un debito con un boss della malavita. Diane Kruger, per sbaglio, uccide il suo ragazzo ma nessuno sospetta di lei, tranne un amico della vittima che non si lascia sfuggire l’occasione per ricattare la Deneuve. La donna dovrà farsi in quattro per trovare i soldi, aiutare la figlia e prendersi pure un po’ cura del ricattatore, preso di mira dal boss. Insomma, non mi è sembrato né carne né pesce: vuole essere un po’ thriller, un po’ dramma di provincia, alla fine non c’è moltissimo. Ad ogni modo mi ha tenuto sveglio per un’oretta e mezza, non è poco vista l’ora.

Quest’estate in Puglia ho scoperto che c’è un paese in provincia di Bari, Bitritto, che è simpaticamente chiamato Bitroit. Da allora ogni volta che sentivo nominare Detroit mi viene un po’ da ridere. Dopo aver visto però “Detroit” di Kathryn Bigelow, probabilmente non riderò mai più. Per ora è il miglior film visto a questa edizione del Festival. La storia narra degli scontri avvenuti a Detroit (ovviamente) nel 1967, causati dall’intervento della polizia in un bar privo di licenza, frequentato esclusivamente da neri. Il film sottolinea i destini di alcuni personaggi, tra cui il cantante di una band motown, un vigilante ed un poliziotto bianco. Si potrebbe definire il “Diaz” americano, con una macro sequenza all’interno di un motel che è un capolavoro di tensione, rabbia e angoscia. Se devo trovare un difetto penso che il finale sia un po’ troppo lungo (il film dura 140 minuti), si poteva tagliare qualcosa e lasciare in anticipo spazio alle tipiche scritte conclusive che ci raccontano che fine hanno fatto i personaggi in questione. Ad ogni modo è un film bellissimo, penso che ne sentiremo parlare durante la notte degli Oscar.

Durante la pausa pranzo ho fatto cadere una cinquantina di grammi di pasta col pesto su una sedia, durante uno dei miei classici numeri da morto di sonno. Nel frattempo decine di ragazzini cominciavano ad assediare l’Auditorium: si trattava dei cosiddetti “dolaners” (brrrr), ovvero i giovani fan di Xavier Dolan, già in fila sul red carpet in attesa del regista canadese. Neanche il tempo di rifiatare ed eccomi nella nuovissima Sala Google per il mio primo film della sezione Alice nella Città: la sigla d’apertura rasenta il capolavoro, ennesima conferma per questa categoria che ogni anno continua a crescere e a migliorarsi. Ho visto “Dreams by the sea”, una coproduzione tra Danimarca e Isole Far Oer: non male, anche se niente di particolarmente originale. Ma lo sguardo di Sakaris Stora, regista trentunenne al suo film d’esordio, è tenero, spesso chiuso sui primissimi piani delle sue brave protagoniste, quasi a volerle coccolare e proteggere. La storia è piuttosto lineare: su uno sperduto isolotto nordico una ragazzina passa una vita piuttosto grigia, per non dire “di merda”, anche e soprattutto per colpa dei genitori (i classici religiosi fomentati, in particolar modo la madre). Un giorno si trasferisce nel paese la scombinata famiglia di Ragna, ragazza ribelle, messa a dura prova dalla vita e dai problemi della madre alcolizzata. Le due diventano amiche e la ragazzina del posto, Ester, esce finalmente dal nido scoprendo i divertimenti e i sogni di avventure lontane. Come dicevo la storia non è niente di particolarmente originale, ma il film è godibile e piuttosto piacevole, anche se la totale mancanza di un raggio di sole mi ha messo abbastanza in difficoltà. All’uscita della sala ho poi trovato un cielo carico di pioggia, tanto per chiudere la giornata in allegria.

Mentre mi allontanavo dall’Auditorium, un platinato Xavier Dolan cominciava a calcare il tappeto rosso per la gioia dei suoi accoliti. Tra gli altri film presentati oggi va segnalato l’ultimo dei fratelli Taviani, “Una questione privata” (tratto da un racconto di Beppe Fenoglio) e il film inglese “The Party”, già presentato a Berlino lo scorso febbraio (e che io probabilmente recupererò lunedì). Sui Taviani ho percepito pareri deludenti, ma se posso cercherò comunque di recuperare il film domani pomeriggio, anche perché quando l’argomento è l’antifascismo io potrei restare davanti allo schermo per 239 ore senza mai annoiarmi. “The Party” invece ha riscosso ottime critiche (sempre secondo le mie più o meno fidate voci da bar, o uccellini, come li chiamerebbe Lord Varys di Game of Thrones): una commedia tutta girata all’interno di una stanza, ha l’aria di essere davvero un film imperdibile.

Per il resto oggi non c’è molto da segnalare, al contrario di domani dove arriva “Stronger” con Jake Gyllenhaal e soprattutto il nuovo film di Richard Linklater, che sto aspettando come un bambino aspetterebbe i regali di Natale (anche se purtroppo il regista non sarà al festival). Per i più nostalgici domani c’è anche il film di “Mazinga Z” e poi in serata gioca la Roma. Insomma, un programmino niente male: sempre meglio che stare a Detroit nel ’67.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 1

E anche quest’anno siamo qui. Nel 2006, quando tutto questo cominciava, indossavo il mio primo pass da fresco Campione del Mondo (“Andiamo a Berlino, Beppe!”), Totti aveva appena compiuto 30 anni, io stavo cominciando la specialistica all’università e nessun mio amico era ancora sposato o aveva figli. Mamma mia. Ora, arrivato alla dodicesima edizione, mi rendo conto di quanto in fretta sia passato il tempo e soprattutto mi giunge la consapevolezza che invece di trovarmi un lavoro vero sto ancora qui all’Auditorium, a scattare foto e guardare film. Prima o poi pagherò caro tutto questo, io già lo so. Nel frattempo, eccomi qua, a raccontarvi la dodicesima Festa del Cinema di Roma come nessun altro (per vostra fortuna).

Come ogni anno (o almeno, come ogni anno da quando non vivo più a due passi dall’Auditorium, ma dall’altra parte di Roma) prendere i mezzi per arrivare al Parco della Musica ti fa capire che, comunque vada, non ci sarà mai nessun film tanto brutto quanto fare il cambio della metro a Termini, soprattutto da quando l’Atac ha deciso di ridurre le corse della metropolitana (grazie, senza di voi non saprei proprio di che lamentarmi). Va bene, ho già scritto decine di righe e non ho ancora cominciato a parlare di cinema: se avete resistito fin qua vi assicuro che d’ora in poi la strada sarà in discesa.

Ore 11: primo film del primo giorno, sempre una grande emozione ricordarsi quanto siano scomodi i seggiolini della Sala Petrassi (grazie Renzo Piano). Dopo aver ritirato il pass e aver abbracciato qualche amico che durante l’anno purtroppo vedo troppo poco, eccoci davanti allo schermo per “Hostiles”, di Scott Cooper. Posso dire subito che si tratta di un buon inizio per il Festival e Cooper può sperare anche nella tradizione: lo scorso anno ad aprire ci fu “Moonlight”, che qualche mese dopo vinse l’Oscar per il Miglior Film (oltre che quello per il migliore scippo). Christian Bale è un capitano di fanteria americano che ha sempre messo passione nel suo lavoro, ovvero uccidere gli indiani (siamo nel 1892): essendo uno dei migliori soldati a disposizione, i suoi capi gli affidano il compito di riportare un’importante famiglia di nativi nelle loro terre, nel Montana. Questi escono ora di prigione dopo sette anni e Bale, che li vorrebbe sgozzare nel sonno un giorno sì e l’altro pure, è costretto ad accettare l’incarico. La convivenza forzata tra la famiglia di Yellow Hawk (il nativo) e la squadra di Christian Bale si trasforma, lungo la strada, in un’amicizia segnata da stima e rispetto reciproco, anche perché gli ostacoli non saranno pochi. Lungo il cammino raccattano pure Rosamund Pike, rimasta vedova proprio a causa di un gruppo di indiani, che sarà fondamentale per la trasformazione psicologica del Capitano Bale. Un buon film dicevamo, anche se, dopo un capolavoro come “Balla coi Lupi”, ogni tentativo di raccontare una storia di convivenza tra soldati e nativi americani deve comunque fare i conti con il miglior film possibile sull’argomento.

All’uscita della sala ci cascano addosso due brutte notizie, una dopo l’altra: la prima è che è saltata la conferenza stampa di Christoph Waltz, motivo per cui per incontrarlo dovrò sperare in qualche posto libero in sala durante la chiacchierata con il pubblico. La seconda notizia, una tragedia, è che Karsdorp si è rotto il legamento crociato (ok, capisco che la cosa non sia strettamente cinematografica, ma se leggete questo blog da un po’ di tempo saprete bene che la mia vita da cinefilo è inevitabilmente contaminata dalla mia vita da tifoso, la mia vita da musicofilo, la mia vita da fotografo, la mia vita da cazzeggio e tutte le altre). Saltato Waltz, oltre al crociato del buon Rick, ho ripiegato sulla conferenza stampa di “Hostiles”. Rosamund Pike si è messa addosso il red carpet, un lungo vestito rosso infatti la mimetizzava con le poltrone.

Nel pomeriggio, in parte a causa di un abbiocco psicologico post-pranzo, ho saltato la proiezione del film d’animazione “The Breadwinner”, prodotto da Angelina Jolie. In compenso ho saputo dalle vecchie care voci di corridoio che si tratta di un buon film (e che durante la proiezione nella nuovissima Sala Google si aggirava un piccione in volo). Alle 17.10 circa è arrivato Christoph Waltz, con il suo sorriso di ghiaccio e il suo faccione allegro: veniva davvero voglia di offrigli un bicchiere di latte fresco (o al massimo uno strudel con panna). Il primo caso del Festival è avvenuto all’ingresso della sala, con alcune persone dotate di biglietto (arrivate però in ritardo) costrette a restare fuori poiché la sala era ormai piena. Qualcosa che nei prossimi giorni andrà sistemata, perché chi compra il biglietto non può restare fuori, no? Tra le altre cose anche io ho cercato di ottenere un biglietto dall’ufficio stampa del Festival ma appena l’ho avuto hanno chiuso l’ingresso in sala, che culo. Mi sono fatto una risata, anche perché l’alternativa era mettersi in fila con gli accreditati, una fila che arrivava dalle parti di Ponte Milvio. Per fortuna che in tutto questo tran tran ho rimediato un pezzo di torta di mela, quindi siamo riusciti comunque a dare un senso al pomeriggio.

Per passare il tempo in attesa della mia proiezione serale ho camminato su e giù per l’Auditorium: ho visto un tizio travestito da Donald Trump (mi dicono dalla regia che era un inviato di Striscia la notizia), un ragazzo suonare “Bohemian Rhapsody” al pianoforte dell’ingresso (messo là a disposizione di tutti, o almeno di chi lo sa suonare), ho fatto merenda con un cappuccino da Tiffany (ovvero il bar stesso, praticamente una gioielleria visti i prezzi) e dunque mi sono appostato sul Red Carpet per la passerella di “Hostiles”, anche perché Rosamund Pike chissà quando mi capiterà di rivederla (mi innamorai di lei ne “La versione di Barney”, ma dopo “Gone Girl” l’ho esclusa dalla lista delle donne della mia vita, dovrà farsene una ragione).

Finalmente alle 19.30 riesco a vedere un altro film. Si tratta dell’argentino “Nadie nos mira”, di Julia Solomonoff. Sono rimasto sconcertato: hanno cambiato l’interno del Teatro Studio (a voi che leggete tutto ciò interesserà poco, ma vi assicuro che ai tempi dell’università questa era la nostra sala preferita, soprattutto perché in ultima fila c’era la ringhiera poggia testa). Sala a parte, il film si avvale della classica malinconia del cinema argentino, cosa che personalmente mi piace tantissimo. Un attore, celebre in patria per una telenovela di successo, si trasferisce a New York per cercare di sfondare nel cinema che conta. Qui la verità è però amara: Nico è costretto a sbarcare il lunario lavorando come cameriere e come baby sitter, cercando di nascondere il suo fallimento ad amici e parenti, ma soprattutto deve cercare la propria pace interiore (aah, l’amour). Insomma, non sarà un grandissimo film, ma ha quel non so che di indipendente mischiato a quel velo di tristezza tutto argentino che a me muove sempre qualcosa. Cresce lentamente e alla fine capisci che ne è valsa la pena restare all’Auditorium fino alle 9.

Lo so, oggi ho scritto un papiro lunghissimo e non so quanti di voi abbiano avuto il coraggio di arrivare fino in fondo. Cercate di capire, è il primo giorno. Domani c’è Xavier Dolan ma soprattutto c’è lo sciopero dei mezzi e sarò costretto ad uscire di casa prima dell’apocalisse. Dimenticavo: potrebbe anche piovere. A domani.

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Photo credits: Alessio Trerotoli

Capitolo 223

La primavera sta finendo, il festival di Cannes è finito, Francesco Totti si è ritirato e io anche non mi sento molto bene… Unica consolazione prima del vuoto pneumatico dell’estate è la terza stagione di Twin Peaks. Difficile parlare di cinema quando hai vissuto l’addio al calcio di uno dei suoi più grandi protagonisti, difficile parlare di altre emozioni quando hai raggiunto la consapevolezza di quanto sia maledetto il tempo che passa. “Ho paura”, ha detto il Capitano, se solo vedesse Bob di Twin Peaks, altro che paura… Soltanto quattro film in questo capitolo, ma tutta roba buona: da Lynch a Malick, fino ad una gran bella sorpresa made in Italy.

Song to Song (2017): Se amate il cinema di narrazione, questo film probabilmente non fa per voi. Ma se amate il cinema, come potete pensare di perdervelo? Parliamo di un film di Terrence Malick, quindi di un film di non proprio facile visione: bisogna avere pazienza, lasciarsi andare al flusso di immagini, al boomerang emotivo che trascina come onde di un mare in tempesta, finendo poi per infrangersi sugli occhi di chi guarda. E poi c’è la più bella Natalie Portman degli ultimi anni, come non ammirarla?

Fuoco cammina con me (1992): Dopo aver visto le prime due stagioni di “Twin Peaks” e in procinto di cominciare la terza, era doveroso guardare il prequel di questa serie meravigliosa. Il film è interessante: la prima metà è decisamente coinvolgente e piuttosto intrigante, la seconda parte invece ci mostra tutte vicende di cui eravamo a conoscenza tramite la serie e che quindi ho trovato un po’ meno interessante. Alcune trovate sono comunque strepitose. Sto riscoprendo un regista pazzesco.

Orecchie (2017): Una sorta di mumblecore all’italiana. Sorprendente. Gli applausi vanno ad Alessandro Aronadio per aver costruito questo film on the road tra le strade di Roma, con un ottimo protagonista, ottimi personaggi, una bella atmosfera e quell’inquietudine degli over 30 che è tanto cara ai grandi film indipendenti americani (vedi Noah Baumbach). Da non perdere.

Una storia vera (1999): Ancora David Lynch, in uno dei film meno “lynchiani” della sua immensa filmografia. Uno splendido racconto on the road (si è capito che mi piacciono i road movie?), con un anziano 73enne in viaggio a bordo di un tagliaerba (!) per oltre 300 chilometri con lo scopo di raggiungere il fratello che non vede da dieci anni. Malinconico, tenero, audace: bellissimo. Come da titolo italiano, è tratto da una storia vera.

Twin Peaks 3 (2017): NO SPOILER. Dopo quattro episodi possiamo già cominciare a farci un’idea sulla terza stagione di questa magnifica serie. L’operazione nostalgia è stata messa in un angolo, perché ci troviamo di fronte ad un prodotto nuovo, nonostante i continui rimandi con il passato. Alcune scene da brividi. Senza dubbio la serie dell’anno. Sto contando i giorni per l’uscita delle prossime puntate, pensate come sto.

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