Masters of Cinematography #6 – Janusz Kaminski

Sta per arrivare anche in Italia il nuovo film di Steven Spielberg, “The Post”, con Tom Hanks e Meryl Streep. Quale migliore occasione per un nuovo capitolo di Masters of Cinematography se non questa, da dedicare al direttore della fotografia che ha reso grande il cinema di Spielberg negli ultimi venticinque anni? Sto parlando del polacco Janusz Kaminski, in profumo di nomination all’Oscar proprio con “The Post”. Kaminski di statuette ne ha già vinte due (nel 1994 per “Schindler’s List” e nel 1999 per “Salvate il soldato Ryan”), da aggiungere ad altre quattro nomination per la migliore fotografia (“Amistad”, “Lo scafandro e la farfalla”, “War horse”, “Lincoln”). Kaminski, nato a Ziebice nel 1959, arriva negli Stati Uniti nel 1981 come rifugiato politico e sei anni più tardi ottiene una laurea in cinema al Columbia College di Chicago. Sarà l’incontro con Spielberg e lo straordinario lavoro svolto in “Schindler’s List” a cambiargli la carriera, rendendolo uno dei nomi più importanti nel panorama della fotografia cinematografica.

Speciali precedenti:
#1 Nestor Almendros
#2 Vittorio Storaro
#3 Roger Deakins
#4 Emmanuel Lubezki
#5 Sven Nikvist

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Schindler’s List (Steven Spielberg)

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Masters of Cinematography #5 – Sven Nykvist

Quinto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Dopo gli straordinari Deakins e Lubezki, facciamo un bel salto indietro con gli anni e andiamo ad occuparci dell’uomo che ha reso grande il cinema di Ingmar Bergman: il direttore della fotografia Sven Nykvist. In cinquant’anni di carriera Nykvist ha lavorato ad oltre 130 film, curando venti film di Bergman e vincendo due premi Oscar: uno per “Sussurri e Grida” nel 1973, di cui è impossibile dimenticare la dominante rossa, e un altro nell’83 per “Fanny e Alexander”. Il suo stile è caratterizzato da naturalismo e semplicità, elementi con cui ha sviluppato la sua maestria nell’uso della luce e delle ombre. Celebre per il suo bianco e nero, di cui è forse uno dei più grandi interpreti, con le sue atmosfere ha saputo perfettamente ricreare il mood delle pellicole di Bergman, al quale il suo nome è legato in maniera praticamente indissolubile. Nel 1996 diventa il primo europeo ad entrare nell’American Society of Cinematographers.

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Sussurri e Grida (Ingmar Bergman)

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Fanny e Alexander (Ingmar Bergman)

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Masters of Cinematography #4 – Emmanuel Lubezki

Quarto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Il mese scorso abbiamo parlato di Roger Deakins e avrete pensato che meglio di così non si potesse fare: la sua galleria di frames sembrava davvero insuperabile. Sembrava. Solo perché ancora non avevamo affrontato l’argomento “Chivo”.

Emmanuel “Chivo” Lubezki non credo che abbia bisogno di presentazioni. Nato a Città del Messico nel 1964, ottiene 8 volte la candidatura ai premi Oscar: ne vincerà 3 in tre anni consecutivi (2014, 2015, 2016, rispettivamente per “Gravity”, “Birdman” e “Revenant”). Celebre la sua collaborazione con Terrence Malick e in particolare con i connazionali Alfonso Cuaron e Alejandro Gonzalez Inarritu.

Lubezki, anche grazie alle tre statuette di fila, è diventato una sorta di mito per gli appassionati di cinema: il suo nome ormai è celebre al pari di quello di un grande regista o di un grande attore, restituendo finalmente alla sua categoria il palcoscenico che merita. Vi lascio adesso alla galleria di immagini, sedetevi comodi e lasciatevi emozionare…

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I figli degli uomini (Alfonso Cuaron)

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Masters of Cinematography #3 – Roger Deakins

Terzo appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Nelle prime due puntate abbiamo approfondito la carriera di Nestor Almendros e Vittorio Storaro, oggi continuiamo a restare in Europa e andiamo a conoscere meglio i lavori di Roger Deakins, inglese di Torquay, di cui avevo già parlato in un articolo a proposito di Blade Runner 2049. Deakins ha collezionato finora la bellezza di 13 candidature agli Oscar (di cui 2 durante la stessa edizione!), tuttavia senza riuscire mai a portarsi a casa l’ambita statuetta: ci riuscirà forse con il nuovo Blade Runner? Chissà. Il DoP britannico coltiva sin da piccolo una profonda passione per la pittura, che sfocia pochi anni dopo nel vero amore della sua vita: la fotografia. Dopo un passato da operatore per alcuni documentari, nel 1991 incontra i fratelli Coen sul set di “Barton Fink”, dando inizio ad un sodalizio storico. Non lo nascondo, è uno dei miei direttori della fotografia preferiti. Preparatevi per la galleria di immagini, perché c’è davvero di che strabuzzare gli occhi.

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Barton Fink (Joel e Ethan Coen)

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Masters of Cinematography #2 – Vittorio Storaro

Secondo appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica: cominciamo a fare proprio sul serio. Oggi vi parlerò di un direttore della fotografia italiano, uno dei primi nomi che vengono in mente quando si parla di questa figura professionale, un genio della luce, capace di vincere tre premi Oscar e ormai da tempo un mostro sacro anche fuori dai confini nazionali. Lo avrete già letto nel titolo ovviamente: stiamo parlando di Vittorio Storaro, romano classe 1940, premiato con la statuetta più ambita per tre volte nel giro di otto anni, grazie ai suoi lavori in “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”. Storaro non ama definirsi “direttore della fotografia” (secondo lui sul set c’è solo un director), quanto “cinefotografo”, “cinematografo” o, per dirla all’americana, “cinematographer”. Godetevi la galleria di immagini, perché qui stiamo proprio a livelli altissimi…

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Ultimo Tango a Parigi (Bernardo Bertolucci)

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Emozionare con la luce: il Direttore della Fotografia

La prima volta in cui ho sentito parlare di fotografia nel cinema ero davvero un bambino. Stavo vedendo un film, chissà quale, quando qualcuno, forse mia madre, disse: “La fotografia è davvero splendida”. Io, invece di chiedere lumi (scusate il gioco di parole), cominciai a fantasticare su come fosse possibile collegare la fotografia, che consideravo un’immagine statica, ad un film, che è immagine in movimento: ne dedussi che la Fotografia, nel cinema, fossero le inquadrature fisse, quelle che “sembravano essere una fotografia”, anche se al suo interno c’erano personaggi e oggetti che si muovevano. A parte questa storia dell’inquadratura fissa, che spero dimentichiate in fretta, non c’ero andato poi così lontano. Penso sia inutile spiegarvi cosa sia davvero la Fotografia nel cinema (non devo farlo, giusto?), quindi passerò direttamente a raccontarvi qualcosa in più a proposito della figura professionale che c’è dietro a questa arte: il Direttore della Fotografia (o DoP, come dicono quelli bravi).

Secondo la Treccani, “si definisce direttore della fotografia chi assicura una coerenza figurativa all’immagine lungo l’intero arco del film, secondo le necessità del racconto, attraverso la disposizione sul set delle fonti naturali e artificiali di luce”. Pensate solo che durante le riprese di un film, il direttore della fotografia è responsabile di moltissimi altri reparti, dagli elettricisti ai macchinisti, fino all’operatore di macchina, ovvero colui che effettua le riprese. In poche parole, il DoP è garante dell’immagine del film: si deve coordinare con lo scenografo per quanto riguarda la disposizione delle luci artificiali, con il reparto costumi per essere in sintonia con la scelta cromatica del film.

Questa figura professionale nasce negli Anni 20, quando il cinema cominciava lentamente a richiedere sul set professionisti specializzati, togliendo di fatto dalle mani del regista il compito di occuparsi di ogni cosa. Prima di allora la fotografia nel cinema era ancora piuttosto debole, non in grado di assumersi il compito di veicolare emozioni e di essere autonoma. I primi grandi nomi della fotografia cinematografica sono legati senza dubbio all’Espressionismo Tedesco: come sarebbero stati “M” di Fritz Lang o “Nosferatu” di Murnau senza la fotografia di Fritz Arno Wagner? Non lo sapremo mai, per fortuna. Questa corrente cinematografica aveva la necessità di mettere in scena la paura e l’angoscia, motivo per cui gli operatori furono costretti in qualche modo a dover maneggiare le ombre e il buio, una novità enorme per il cinema di quei tempi. Negli Stati Uniti però, prima del cinema tedesco, non si può mettere da parte il nome di Billy Bitzer, fondamentale per il suo regista David Wark Griffith, insieme (e per) al quale ha realizzato alcuni capisaldi del cinema come “Nascita di una nazione” o “Intolerance”.

Se negli anni 30 l’illuminazione del cinema favoriva un set tutto illuminato (di cui è figlio il Duccio di “Boris”, con la classica indicazione “Apri tutto!”), i film di genere, grazie anche a molti direttori della fotografia fuggiti dalla Germania nazista, trovarono una loro illuminazione di riferimento poi fondamentale nella nascita del cinema Noir.

L’avvento del colore ovviamente cambierà ancora di più le carte in tavola, con addirittura la nascita di un Premio Oscar apposito (ai tempi diviso in “Fotografia a colori” e “Fotografia in Bianco e Nero”). Senza scomodare la storia del cinema, possiamo affermare che con il passare degli anni il ruolo del direttore della fotografia, grazie anche a pellicole e lenti sempre più evolute (per non parlare della tecnologia digitale e della color correction in fase di post-produzione), ha rappresentato una fetta sempre più importante nella realizzazione visiva della fantasia del regista, portando spesso ad alcune collaborazioni storiche: pensate a Terrence Malick ed Emmanuel Lubezki, o a Ingmar Bergman e Sven Nykvist, per fare un paio di esempi, oppure a Paolo Sorrentino e Luca Bigazzi, se vogliamo restare nei confini nazionali.

Il regista può essere paragonato ad un direttore d’orchestra: la sua idea, la sua visione, è quella che tutti gli altri professionisti dovranno impegnarsi a realizzare. Ma a creare le suggestioni visive nello spettatore, a sapere quale emozione conferire ad una scena, è proprio il direttore della fotografia: dalla scelta delle luci, dalla posizione delle stesse, dalla temperatura e da molti altri fattori un ambiente, o un personaggio, possono sembrare rassicuranti o inquietanti, romantici o drammatici, cupi, claustrofobici o intimisti. Insomma, tanto per usare un’altra metafora, se il mostro di Frankenstein fosse un film, il regista sarebbe lo scienziato che si occupa di dargli vita, mentre il direttore della fotografia sarebbe colui che dovrà modellare la sua anima, il suo carattere, la sua natura (ovviamente in base alle indicazioni del regista).

Dopo tutto questo polpettone mi sembra il caso di darvi finalmente qualche altro nome. Per quanto riguarda gli Oscar, i più premiati in questa categoria, con 4 statuette ciascuno, sono stati Joseph Ruttenberg (“Il grande Valzer”, “La signora Miniver”, “Lassù qualcuno mi ama”, “Gigi”) e Leon Shamroy (“Il cigno nero”, “Wilson”, “Femmina folle”, “Cleopatra”). Ad avere più nomination invece, 18 insieme a Shamroy, è stato Charles Lang (Oscar per “Addio alle armi” e DoP, tra gli altri, di “Sabrina”, “A qualcuno piace caldo” e “Sciarada”). Altri nomi? Se avete amato “Quarto Potere” non potete non conoscere il nome di Gregg Toland, una sorta di leggenda per quanto riguarda questa figura professionale. Tra quelli contemporanei bisogna citare il dio Lubezki (“The Tree of Life”, “I figli degli uomini”, “Gravity”, “Birdman”, “Revenant”), Roger Deakins (storico collaboratore dei fratelli Coen, al quale abbiamo dedicato questo articolo), Janusz Kaminski (“Schindler’s List”, “Salvate il soldato Ryan”, “Minority Report”), Robert Yeoman (“Il treno per il Darjeeling”, “Moonrise Kingdom”, “Grand Budapest Hotel”) oppure Bruno Delbonnel (“Il favoloso mondo di Amelie”, “A proposito di Davis”, “Faust”). Ovviamente sto tralasciando qualche nome importante. E tra gli italiani? Impossibile non nominare il tre volte vincitore del Premio Oscar Vittorio Storaro (“Apocalypse Now”, “Reds”, “L’ultimo imperatore”) o il maestro Peppino Rotunno (“Rocco e i suoi fratelli”, “Amarcord”, “Il Gattopardo”). Tra gli altri vanno ricordati il già citato Luca Bigazzi (“La grande bellezza”), Tonino Delli Colli (“Il buono il brutto il cattivo”, “C’era una volta in America”), Pasqualino De Santis (Oscar per “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli) e Dante Spinotti (“Nemico Pubblico”, “L.A. Confidential”).

Vi propongo un gioco: riguardate un film che amate molto e concentratevi sull’uso della luce. Andate poi a cercare il nome del direttore della fotografia e date un’occhiata alla sua filmografia: scommettiamo che in quella lista troverete molti altri film che amate?

Vi lascio con un bel video che raccoglie tutti gli Oscar per la Fotografia dal 1927 al 2016. Se vi interessa l’argomento restate da queste parti, perché nelle prossime settimane vi farò conoscere, uno alla volta, tutti i più grandi direttori della fotografia della storia del cinema. Poi non andate a dire che non vi voglio bene.

 

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Emmanuel Lubezki (Revenant, Birdman, The Tree of Life e I figli degli uomini)

Blade Runner 2049: sarà finalmente Oscar per Roger Deakins?

Il direttore della fotografia è la figura professionale più importante e al tempo stesso più sottovalutata della storia del cinema. Presto tra queste pagine daremo inizio ad una rubrica dedicata proprio ai grandi DoP della storia: senza di loro il cinema non sarebbe assolutamente lo stesso. Molti registi devono le loro fortune a questi straordinari professionisti, ma non è ancora il momento di parlare di questo.

A settembre arriverà in sala l’attesissimo sequel di “Blade Runner”. Dalle prime immagini c’è un elemento che balza subito agli occhi per la sua grandiosità: la fotografia di Roger Deakins. Il quasi settantenne britannico è stato nominato agli Oscar ben 13 volte, tuttavia senza mai riuscire a portare nel Regno Unito l’ambitissima statuetta (se avete amato “Le ali della libertà”, “Fargo”, “L’uomo che non c’era”, “Non è un Paese per vecchi”, “Prisoners” o “Kundun”, il merito è anche suo). Con “Blade Runner 2049”, diretto da Denis Villeneuve, Deakins avrà probabilmente una nuova chance. Ecco una galleria di frame tratti proprio dalla sua ultima fatica, anche perché se sul film ancora non possiamo dare giudizi, sulla fotografia invece si può già parlare di capolavoro.

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