Recensione “Fahrenheit 11/9” (2018)

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Alla Festa del Cinema di Roma è stato uno degli autori più applauditi: Michael Moore è tornato ad infiammare nuovamente l’animo degli spettatori e dopo l’America di Bush, raccontata con incredibile lucidità in “Fahrenheit 9/11”, sposta definitivamente il suo sguardo su Donald Trump (argomento già trattato nel docufilm “Michael Moore in Trumpland”) e lo fa in maniera pressoché perfetta: il documentarista premio Oscar infatti concentra il suo lavoro non tanto sulle magagne della gestione Trump, quanto sulla terrificante domanda “How the fuck did this happen??” (“Come cazzo è potuto accadere??”). La risposta sarà spaventosa.

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Recensione “Friedkin Uncut” (2018)

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I documentari sui grandi registi provocano sempre uno strano effetto: qualunque sia il lavoro che tu faccia, ti vien voglia di scendere in strada con una macchina da presa per girare qualcosa. Questo film di Francesco Zippel, dedicato al grande William Friedkin, non solo non fa eccezione, ma ti entusiasma a tal punto da spingerti davvero a dedicarti a questa professione: provate anche voi ad ascoltare Friedkin e i suoi collaboratori raccontare il modo in cui hanno girato la celebre scena dell’inseguimento ne “Il braccio violento della legge” o il modo in cui hanno brillantemente affrontato le difficoltà legate alle riprese de “Il salario della paura” o di “Cruising”.

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Recensione “Ciano – A Fisherman’s Tale” (2018)

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La settimana scorsa, nella splendida cornice di Noto, in Sicilia, un poetico viaggio in compagnia di un pescatore ha raccolto la palma come miglior documentario al termine del Festival internazionale Corti di Mare: un premio prestigioso e senza dubbio meritato per un documentario che, attraverso la storia di un uomo e del suo mestiere, riesce ad ergersi a metafora di un mondo che va troppo veloce e che a causa dei suoi cambiamenti repentini sta probabilmente perdendo qualcosa di bello dietro di sé.

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Recensione “Visages, Villages” (2017)

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Agnes Varda, una donnina di quasi 90 anni, unica regista donna a ricevere un Oscar alla carriera. JR, un giovane spilungone di 35 anni celebre per appiccicare letteralmente al muro i volti delle persone che fotografa. I due si incontrano e danno il via ad un progetto di enorme bellezza: girare la Francia su una sorta di camera oscura mobile per apporre i volti delle persone sulle facciate dei palazzi in cui vivono.

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Recensione “Eric Clapton: Life In 12 Bars” (2017)

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Per la prima volta UVDC ospita un guestpost: l’articolo è firmato da Guglielmo Latini, stimato collega ed amico, nonché grande esperto di musica.

Sulla scia dei tanti film-evento che negli ultimi anni hanno riscosso un notevole successo occupando le sale per pochi selezionati giorni, il 26, 27 e 28 febbraio uscirà in Italia il documentario “Eric Clapton – Life in 12 Bars”, inizialmente andato in onda su Showtime negli Stati Uniti e dedicato alla vita del celebre chitarrista britannico.

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Cosa vedere su Netflix?

Cos’è Netflix ormai lo sappiamo tutti, il problema di molti – e spesso anche il mio – è che talvolta apro la pagina e mi trovo davanti a decine e decine di film, perdendo almeno dieci minuti per decidere cosa vedere. Ho pensato di scrivere questa specie di guida per aiutare tutti voi a districarvi nel mare di pellicole (e anche qualche serie tv) che galleggiano nell’universo italiano di Netflix: è uno sporco lavoro (ed è in costante aggiornamento), ma qualcuno lo deve pur fare…
Un consiglio: se cercate un film in particolare, aiutatevi con il pulsante “cerca” sulla colonna di destra. E voi cosa guardate? Aggiungete i vostri consigli tra i commenti e, nel caso trovaste qualcosa non più in catalogo, vi prego di segnalarmelo.

Ultimo aggiornamento 29 novembre 2018
Vecchi Film: Forrest Gump, Rushmore
Film italiani e internazionali: Roma
Film USA: Barriere, Her, Arrival
Commedie: Qualcuno salvi il Natale
Animazione: Nightmare Before Christmas, Wall-E
Documentari: Springsteen on Netflix
Serie Tv: Hill House

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Recensione “Oasis: Supersonic” (2016)

I titoli di coda sono accompagnati dalle note di “The Masterplan”, in cui la voce di Noel Gallagher chiede al fratello Liam di prendere le cose come vengono, perché non c’è modo di sapere cosa accadrà in futuro. C’è un progetto, un piano superiore, un destino al quale appartengono. Un destino che nel film viene citato più volte da Liam e Noel. Il ritornello è struggente ma anche emozionante, soprattutto se nelle due ore precedenti hai assistito alla scalata verso il successo dei Caino e Abele del rock. Lo ammetto, si sono affacciate delle lacrime in quel momento, perché il trentacinquenne che vi scrive oggi, a quei tempi era un adolescente tormentato che ha vissuto gli Oasis sulla propria pelle. Il primo cd che ho comprato in vita mia è stato “What’s the Story Morning Glory” e al liceo avevo uno zaino Invicta sul quale avevo scritto con un pennarellone nero il logo OASIS. Gli anni 90, i miei anni 90, si sono abbattuti su di me con l’impeto e la carica esplosiva della band di Manchester: è stato un viaggio nei ricordi e nella nostalgia, ma parliamo anche di un film di grande valore, cercherò di spiegarvi il perché.

Nell’agosto del 1996 gli Oasis suonano a Knebworth davanti ad un pubblico di quasi trecentomila persone: si tratta dell’evento musicale più seguito di quell’estate. Soltanto tre anni prima gli Oasis esordivano sulla scena musicale britannica. Cosa è successo in quei tre anni? Il documentario di Mat Whitecross ce lo racconta in maniera schietta e un po’ fuori di testa, in perfetta linea con lo stile della band. Ci sono immagini di archivio assolutamente preziose, con le prime registrazioni di questo gruppo di amici provenienti dalle case popolari di Manchester. Ci sono aneddoti memorabili, molti dei quali anche piuttosto divertenti (come si può non ridere di fronte alle frecciatine continue dei fratelli, delle loro litigate a colpi di mazze da cricket e cassonetti, o dei loro deliri di onnipotenza?): la storia di quando Noel fa ascoltare per la prima volta “Live Forever” alla band di Liam e nessuno crede che abbia davvero scritto una canzone così bella è solo uno dei tanti aneddoti che arricchiscono il documentario di quell’alone di leggenda che gli Oasis inevitabilmente si portano dietro.

All’inizio del film Noel Gallagher afferma che “gli Oasis sono come una Ferrari: bella da vedere, bella da guidare, ma se vai troppo veloce finisci per perdere il controllo”. Le sue parole saranno profetiche: la band, come spesso accade nel mondo della musica, viene risucchiata dal successo, lo showbiz la mangia e la mastica, e quel gruppo di amici che voleva soltanto fare musica, fumare erba, bere birra e incontrare qualche ragazza, si ritrova al centro di un ciclone mediatico che non ha scrupoli nel sfruttare la storia del padre violento in cerca di perdono o le loro dichiarazioni provocatorie a proposito dell’uso di droga nel Regno Unito. Noel, anima del gruppo, è ancora profeta nell’affermare che tutto questo passerà, tutte le voci, le chiacchiere, le “rotture di palle” finiranno e ciò che resterà nel futuro saranno soltanto le loro canzoni.

Centrale nel documentario, non poteva essere altrimenti, è il rapporto tra i fratelli Gallagher, di come i loro contrasti siano stati decisivi per lo scioglimento della band, anche se Liam afferma che i conflitti tra loro due sarebbero emersi qualunque fosse stata la loro strada: “Se nella vita avessimo fatto i pescatori magari ci saremmo lanciati addosso le trote”. La bravura di Whitecross nel raccontare emerge nell’incredibile empatia che può provare uno spettatore comune con quella che è stata probabilmente la band più famosa degli anni 90: sono dei ragazzi di strada, che si ritrovano catapultati davanti a migliaia di persone che cantano le parole che Noel magari ha scritto alle 3 di notte mentre era su un aereo, e che ballano canzoni che sono nate mentre gli altri membri della band erano usciti un momento per comprare del cibo cinese. Quel concerto a Knebworth ha un che di malinconico: è l’apice del successo per gli Oasis, ma forse anche la fine dell’anima reale della band, il turning point che trasforma il sound grezzo e appassionato di quattro ragazzi nella macchina da soldi di uomini rancorosi, stanchi, che senza neanche accorgersene hanno venduto l’anima al diavolo dell’industria discografica. C’è qualcosa negli occhi di Liam quella notte (scena bellissima), c’è uno sguardo sul pubblico impazzito che rivela molto più di decine di canzoni. Tra le righe c’è una bella riflessione sull’era digitale, a quei tempi ormai alle porte: pochi anni dopo sarebbe arrivato Internet, Napster e subito dopo i concerti registrati su telefono, messi su YouTube, talvolta addirittura in tempo reale su Periscope, dove la magia di vivere un evento storico si sarebbe persa per sempre nella condivisione massiccia e ossessiva. Gli Oasis sono stati forse l’ultimo grande gruppo rock che abbiamo dovuto cercare in radio o in tv per sperare di poter sentire il loro nuovo singolo, l’ultimo grande gruppo rock prima dell’era del masterizzatore, dell’MP3, delle riproduzioni di massa. C’era una magia in tutto ciò, la musica aveva un valore diverso quando riuscivi ad ascoltare la canzone che amavi inaspettatamente, senza trovarla a portata di clic. Ma forse queste sono le parole di un vecchio fan nostalgico, catapultato in un’età adulta per la quale non si sente ancora pronto, dove i Talent e i Reality hanno cancellato quel poco di bellezza che c’era nella musica di una volta. Ma da qualche parte, in un bar di Berlino, in un pub di Londra o in qualunque altra parte del mondo, ci sarà sempre un gruppo di amici che suona le proprie canzoni, tra una birra e l’altra, lasciando accesa quella scintilla che nessuna industria potrà mai cancellare. Mi sono dilungato, i ricordi hanno avuto la meglio, la mia adolescenza è tornata al suo posto, nella memoria. …But don’t look back in anger, I heard you say.

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Recensione “S is for Stanley” (2015)

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Tutto avrei pensato, tranne che trovarmi con gli occhi lucidi al termine di questo documentario. Spesso ci dimentichiamo che dietro al Cinema, all’industria o alla macchina dei sogni, ci sono degli esseri umani, persino dietro un genio come Stanley Kubrick. Alex Infascelli porta sullo schermo il bellissimo libro di Filippo Ulivieri (lettura obbligatoria per ogni appassionato di cinema), traendone un documentario che, seppur costruito su una lunga intervista, riesce a toccare le corde dello spettatore con la sua umanità, con l’appassionante e sincero ricordo di un uomo comune catapultato in un mondo straordinario: Emilio D’Alessandro.

Il documentario ripercorre, attraverso la voce del protagonista, la incredibile storia di Emilio D’Alessandro, immigrato italiano a Londra, pilota di auto da corsa e in seguito, per puro caso, autista personale, tuttofare, uomo di fiducia e migliore amico di Stanley Kubrick, oltre che testimone oculare della realizzazione dei suoi ultimi quattro capolavori.

Già dalla prima scena ci si immerge completamente nella storia: Infascelli entra nel garage di Emilio D’Alessandro, nella sua residenza a Cassino, trovando un vero e proprio museo kubrickiano: oggetti di scena, lettere, biglietti, costumi e ricordi tratti da “Barry Lyndon”, “Shining”, “Full Metal Jacket” e “Eyes Wide Shut”, un film quest’ultimo che stava rischiando di saltare dopo le dimissioni provvisorie di Emilio. Il protagonista racconta la sua vita con Stanley con un velo di malinconia, gli occhi lucidi ma anche tanta ironia. Testimone degli ultimi giorni di vita di Kubrick, D’Alessandro afferma che ancora oggi, quando sente squillare il telefono, si immagina per un momento che possa essere proprio il suo vecchio amico. La storia di un’amicizia lunga quasi trent’anni che, nonostante le differenze caratteriali, ha unito due persone totalmente vicine dal punto di vista umano: “Non avevo mai visto un film di Stanley perché mi sembravano troppo lunghi. Quando sono tornato in Italia però ho deciso di vederli, e soltanto lì mi sono accorto che era un genio”. Vincitore del David di Donatello per il Miglior Documentario. Un gioiello.

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Capitolo 210

Dopo circa due anni e mezzo torna la rubrica che ha dato origine a questo blog, che come qualcuno ricorderà era inizialmente uno spin-off cinematografico personale del portale Livecity, ormai non più attivo da tempo. Lo scopo di questa rubrica era di riassumere in poche parole i film visti nell’ultimo periodo, come si può raccontare ad un amico quando ci domanda: “Hai visto questo film? Com’è?”. Dopo 209 capitoli, che trovate riassunti cliccando sulla categoria UVDC Rubrica, Una Vita da Cinefilo torna per parlarvi in breve delle ultime visioni.

Al di là delle montagne (2015): Tra paesaggi assurdi (le pagode cinesi sullo sfondo delle miniere di carbone o di piccoli paesini con strade non asfaltate) e lampi di emozioni (i ravioli fatti a mano, filo conduttore delle tre parti del film insieme ad una canzone cinese degli anni 90), soffre di alcuni cali di ritmo, ma resta un film davvero molto intenso. Apre e chiude Go West dei Pet Shop Boys…

Belgica (2016): Sarebbe un film molto interessante se non fosse così tremendamente prevedibile dall’inizio alla fine. Due fratelli, molto diversi tra loro, aprono un disco bar che presto si trasforma in un locale alla moda. Secondo voi come andrà a finire? Dal regista di “Alabama Monroe”, una piccola delusione. Visto su Netflix.

Nice Guys (2016): Shane Black di strane coppie ne sa qualcosa. Il film sembra un’avventura alla Hap e Leonard (la coppia protagonista di una fortunata serie di romanzi firmati da Lansdale) nella scena noir losangelina degli anni 70. Funziona e diverte. Pollice in sù.

Dazed and Confused (1993): Il titolo italiano sarebbe “La vita è un sogno”, ma mi rifiuto di scriverlo come titolo principale. Si potrebbe definire l’American Graffiti degli anni 70: gran bella musica, tanti attori affermati agli esordi (Ben Affleck, Matthew McConaughey, Milla Jovovich…) e c’è davvero ben altro oltre le ragazzate. Linklater non sbaglia mai.

Back in time (2015): Come ogni documentario che si occupa di film di culto, è interessante all’inizio, quando intervista gli attori e creatori di Ritorno al Futuro, parlando di come è nato il progetto, come si è sviluppato e tutto il resto. Quando però la palla passa ai collezionisti, ai fan, ai possessori di DeLorean e nerdate del genere, il film collassa. Visto su Netflix.

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Recensione “Where To Invade Next” (2015)

Michael Moore torna dietro la macchina da presa dopo sei anni e stavolta riesce nell’impresa di realizzare un documentario sugli Stati Uniti senza aver girato un solo fotogramma sul territorio statunitense. L’idea di base è a dir poco geniale: il Pentagono, stufo di perdere guerre, chiede al regista di occuparsi lui stesso di invadere nuovi territori in nome dell’America. Questo incipit di fantasia permette all’esercito di Moore, composto da se stesso e dalla sua troupe, di girare l’Europa alla conquista non del petrolio, ma di buone idee per il suo Paese, senza neanche dover sparare un solo proiettile (perché “Le buone idee sono più utili del petrolio”).

Italia, Francia, Germania, Finlandia, Slovenia, Portogallo, Norvegia, Islanda: Michael Moore gira in lungo e in largo il Vecchio Continente scoprendo che in Italia i lavoratori hanno diritto a ferie pagate e alla tredicesima, in Francia i pasti nelle mense scolastiche (anche le più povere) sono regolati da un dietologo e sono di alta qualità rispetto a quelle statunitensi. In Finlandia un sistema scolastico rivoluzionario basato sullo sviluppo delle proprie attitudini (e senza compiti a casa) ha creato degli studenti modello, in Norvegia il sistema penitenziario è basato sul perdono, sulla socialità e non sulla vendetta, motivo per cui i detenuti, una volta scontata la pena, riescono a inserirsi perfettamente nel mondo. E ancora, Michael Moore scopre l’università gratuita in Slovenia oppure un governo femminile in Islanda.

Dunque in questo suo peregrinare per l’Europa Moore “invade” i Paesi per conquistare le loro idee, per tornare a casa con le soluzioni ai problemi più radicati negli Stati Uniti: il modo in cui lo fa, tramite un’improbabile chiamata alle armi, è come al solito ironico e pieno di battute divertenti (ad esempio, citando a memoria: “Davvero nell’alfabeto sloveno manca la lettera W? Ma l’avete tolta prima o dopo Bush?”). Un documentario interessante e senza dubbio divertente, ma che ovviamente appare in alcuni momenti un po’ troppo idilliaco, generalizzando situazioni piuttosto straordinarie (come, ad esempio, i lavoratori di una fabbrica italiana che per la pausa pranzo tornano a casa per mangiare in famiglia). La bravura di Moore è nell’evitare di sottolineare i difetti degli Stati Uniti, quanto nell’aprire le porte a nuove possibilità. Con ironia, ottimismo e buone idee, niente è impossibile. Forse.

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