Recensione “L’Isola dei Cani” (“Isle of Dogs”, 2018)

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Sono bastati circa 48 secondi a farmi pensare per la prima volta “questo film è stupendo”. In effetti solo Wes Anderson potrebbe riuscire a mettere insieme un cast composto da Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, F. Murray Abraham, Greta Gerwig, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Harvey Keitel, Tilda Swinton e moltissimi altri con l’intento di doppiare un film sui cani. Già, perché è proprio qui che si compie il miracolo del regista texano: confermarsi ancora una volta genio delle storie strampalate, dove i buoni sentimenti sono il motore dell’azione, dove l’infanzia è sempre un’avventura e soprattutto dove l’unione fa la forza, che sia in una famiglia dalle tute rosse, nello staff di un oceanografo, in un gruppo di boy scout oppure, come in questo caso, in una gang di cani abbandonati.

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Recensione “Lei” (“Her”, 2013)

Se “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” è stata la miglior storia d’amore degli anni 2000, “Her” di Spike Jonze si candida seriamente ad essere una delle migliori (se non la migliore) di questo decennio: “L’amore è una specie di pazzia socialmente accettata”, afferma uno dei personaggi del film, e il punto è che tutto ciò suona talmente vero, talmente reale da poterci credere profondamente. Dopotutto, in una società in cui lo smartphone e i social network sembrano il centro di gravità delle relazioni umane, è davvero così strano pensare ad un futuro in cui finiremo per innamorarci del sistema operativo del nostro computer? Spike Jonze racconta la sua versione del futuro a tinte pastello, in cui solitudine e malinconia procedono di pari passo nel cammino verso il crepaccio dei ricordi. Se però è vero che “il passato è solo una storia che ci raccontiamo”, il futuro è qualcosa di talmente indefinito che da un lato ci affascina, dall’altro ci spaventa.

Theodore si è lasciato con sua moglie, ma non riesce a firmare le carte per il divorzio. La sua vita va avanti tra il lavoro (scrive deliziose lettere d’amore su commissione) e le canzoni malinconiche che accompagnano il suo ritorno a casa. L’uscita di un nuovo sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale cambierà i suoi giorni: Samantha, la voce del suo computer, è al tempo stesso segretaria, confidente, amica, compagna di giochi, fino a diventare la sua amante. Theodore comincia così una storia d’amore con il suo sistema operativo: per entrambi sarà l’occasione di sondare le profondità dell’animo umano e le migliaia di sfumature di ciò che li circonda.

Se il cinema ci ha raccontato il futuro in centinaia di versioni differenti, il futuro – non così remoto – in cui si muovono i personaggi di “Her” sembra essere il più credibile mai visto sullo schermo. Spike Jonze sfrutta la straordinaria versatilità di Joaquin Phoenix per descrivere gli alti e bassi di una storia d’amore reale per quanto assurda; credibile, possibile, ma al tempo stesso utopica. Scarlett Johansson è invece la voce di Samantha, talmente intensa, divertita, sofferta, in una parola, reale, da essere premiata al Festival di Roma come migliore attrice. A completare l’opera ci ha pensato la magnifica fotografia di Hoyte Van Hoytema, e una delle migliori colonne sonore dell’anno, firmata da Arcade Fire e Karen O (“The Moon Song” è destinata ad essere una delle canzoni più belle di questo decennio cinematografico). Ecco cosa succede quando una storia d’amore incontra un talento visionario e geniale come quello di Spike Jonze: non abbiate paura ad abusare del termine “capolavoro”, perché probabilmente è di questo che si tratta.

Recensione “Bastardi Senza Gloria” (“Inglorious Basterds”, 2009)

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“Ogni uomo sotto il mio comando deve portarmi cento scalpi di nazisti, e io voglio i miei scalpi!”. Parola del tenente Aldo Raine, ovvero Brad Pitt, che sotto la mano di Quentin Tarantino si trasforma nel più spietato degli antinazisti. Segni particolari: cicatrice sul collo e un pesante accento del Tennessee. La Seconda Guerra Mondiale al cinema è stata ripresa sotto ogni punto di vista, dal serio al comico, ma il regista americano di suo ci mette una spettacolare versione della violenza, citazioni a tutto spiano e il solito carico di personaggi memorabili.

1944. Nella Francia occupata dai tedeschi, un gruppo di ebrei americani decide di trasformarsi in una banda di cacciatori di nazisti: i “bastardi” non intendono fare prigionieri, ma solo uccidere e seviziare i nemici. Inoltre prendono parte all’Operazione Kino, un attentato organizzato da una ragazza ebrea sopravvissuta al massacro della propria famiglia, in cui si pensa di uccidere le massime cariche naziste presenti all’anteprima di un nuovo film sull’eroismo tedesco.

“Quella sporca dozzina” incontra “Quel maledetto treno blindato” (film italiano di Castellari che ha ispirato il film di Tarantino), ciò che ne esce fuori è puro cinema di intrattenimento, dove non mancano scene e personaggi memorabili: la maxisparatoria nel bar, dove Diane Kruger perde la scarpetta in pieno stile Cenerentola, Melanie Laurent signora vendetta (in rosso), il temuto “Orso Ebreo”, senza dimenticare la banda dei “bastardi”. Per la prima volta Tarantino si sposta temporalmente nel passato per ambientare un suo film: cambiano i tempi, ma non la sostanza pulp, molto pulp, pure troppo.

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