Recensione “Maniac” (2018)

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La nuova serie di Cary Fukunaga, già autore della strepitosa prima stagione di “True Detective”, è arrivata su Netflix accompagnata da enormi aspettative, non solo per i precedenti del suo creatore, ma anche per la presenza di una delle attrici più in voga del momento, Emma Stone, e per l’ottimo (e irriconoscibile) Jonah Hill. Inutile dire che non solo le aspettative sono state disattese, ma la serie stessa è davvero una delusione sotto quasi ogni punto di vista. Attori a parte, tra le poche note liete, lo show non decolla e, dopo un inizio promettente in cui viene svelata la magnifica ambientazione retrofuturistica, la serie prende corridoi sempre più ambiziosi, ingurgitando se stessa, finendo con il suicidarsi episodio dopo episodio.

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Recensione “La La Land” (2016)

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Finito il film, devastato da una serie di emozioni, non capisci se si tratta della musica, degli attori, della regia, delle luci di Los Angeles o che altro a provocarti questa strana sensazione alla bocca dello stomaco. Eppure c’è, non puoi farci niente, ti accompagna per strada verso la metropolitana, pensi di averla seminata al cambio di linea, ma salendo le scale di casa ti accorgi che c’è ancora, è là, ti stringe forte e ti fa ripensare che a quanto pare è quella smorfia sul viso di Emma Stone ad averti straziato. Vorresti andare a dormire – si è fatto un po’ tardi – ma c’è da scrivere la recensione, a caldo, con quella sensazione che ora si è diffusa tutta intorno a te. Ripensi al finale e ti viene di nuovo da piangere. Ma non solo al finale. “La La Land” conferma tutto ciò che di buono si è detto a proposito di questo film, tutti i premi, tutte le lacrime versate. Mannaggia al romanticismo.

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Recensione “Sotto il cielo delle Hawaii” (“Aloha”, 2015)

Cameron Crowe se non ci fosse lo dovrebbero inventare. Un regista atipico, un critico musicale mancato, un autore di grande sensibilità e dolcezza, capace di saltare dal mondo dei procuratori sportivi (“Jerry Maguire”) ad una rockband in cerca di successo (“Quasi Famosi”), per poi avventurarsi nel remake di una meraviglia di difficile definizione (“Vanilla Sky”) fino al racconto di una delle band più influenti degli anni 90, nel bellissimo documentario dedicato ai Pearl Jam (“Twenty”). Con “Aloha” torna sugli schermi dopo quattro anni, tornando al genere a lui più congeniale, la commedia romantica, della quale è uno dei principali punti di riferimento. Nonostante le carenze narrative, “Aloha” racchiude gli elementi tipici del cinema di Crowe: calore umano, voglia di abbracciarsi, personaggi positivi e una gran bella colonna sonora (Who, Bob Dylan, Rolling Stones, Fleetwood Mac e molti altri).

Il contractor (ovvero una sorta di militare privato) Brian Gilcrest, dopo una missione fallita in Afghanistan, viene spedito alle Hawaii per intercedere con i nativi del luogo sui preparativi per il lancio di un satellite finanziato dal miliardario Carson Welch. Gilcrest si occupa della supervisione aiutato dalla bella Allison, capitano dell’Air Force, e ritrovando allo stesso tempo il suo vecchio amore Tracy, ormai sposata con figli. In realtà dietro il lancio del satellite si nascondono progetti molto più pericolosi, e Gilcrest dovrà combattere duramente contro i propri interessi per riconquistare il suo posto nel mondo.

Un cast notevole per un film ingiustamente maltrattato dalla critica “ufficiale”: Bradley Cooper è il protagonista rassicurante, Alec Baldwyn è perfetto nei panni del generale dell’esercito e Bill Murray invece è forse un po’ sprecato (ma ovviamente esilarante quando tira fuori la sua verve nella scena in cui balla con Emma Stone). D’altra parte Cameron Crowe ha la capacità di farci innamorare follemente di ogni protagonista femminile dei suoi film, e qui ce ne sono addirittura due: le farfalle nello stomaco volano confusamente in ogni momento in cui troviamo Emma Stone (mai così irresistibile) e Rachel McAdams. Si può accusare di molte cose, ma “Aloha” senza dubbio lascia trascorrere un centinaio di minuti con il sorriso sulle labbra, raccontando un volto delle Hawaii lontano dai soliti cliché dettati dal mare o dalle spiagge immense. Film ideale per una serata tranquilla e poco impegnata.

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Recensione “Birdman” (“Birdman or the unexpected virtue of ignorance”, 2014)

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Alejandro Gonzalez Inarritu si avventura nel labirinto fisico e psicologico di Broadway insieme ai virtuosismi della sua macchina da presa: il risultato è un progetto ambizioso che non può che destare ammirazione e meraviglia in chi lo vive. Attraverso una serie apparentemente senza pause di piani sequenza, il regista messicano indaga l’animo dei suoi personaggi districandosi tra il palco di un teatro di Broadway, i suoi camerini e i suoi corridoi, fino alla terrazza e alle strade che lo circondano. Michael Keaton, noto per la sua interpretazione del primo “Batman”, è l’uomo giusto al posto giusto: come il suo protagonista Riggan Thompson, noto al grande pubblico per aver indossato i fortunati panni del supereroe Birdman, sa di trovarsi in un momento cruciale della sua carriera, sa che stavolta può essere ricordato per qualcosa di davvero grande, e non fallisce l’occasione, regalandoci l’interpretazione più straordinaria della sua filmografia.

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Recensione “Magic in the Moonlight” (2014)

La vera magia di Woody Allen sta nel fatto che passano gli anni, cambiano i volti, ma la coerenza del suo cinema non ha cedimenti: si tratti di Owen Wilson, Larry David o, come in questo caso, di Colin Firth, le parole che ascoltiamo uscir fuori dai loro personaggi sono Woody Allen allo stato puro. Ed è così che la sua razionalità scientifica, la sua cultura intellettuale, la sua passione per la psicoanalisi e il suo cinismo trovano pienamente conforto tra le righe e le espressioni di uno splendido Colin Firth, spassoso punto di riferimento di una pellicola ispirata e senza dubbio tra le migliori della produzione recente del regista newyorkese.

Anni 20. Il celebre illusionista inglese Stanley Crawford, noto con il nome di Wei Ling Soo, viene invitato in Francia da un suo amico al fine di smascherare una giovane medium affascinante e al tempo stesso capace di miracoli strabilianti. Crawford è un uomo razionale e dall’ego smisurato, non crede a nessuna vita dopo la morte, a nessun essere superiore, semplicemente si attiene a ciò che la scienza può realizzare. Secondo lui la bella Sophie non è nient’altro che una scaltra truffatrice giunta in Francia per mettere le mani sul denaro della facoltosa famiglia che sta ospitando lei e sua madre, per questo motivo è ben deciso a scoprire i suoi trucchi. Ben presto si renderà conto che i prodigi di Sophie sono però reali, che esiste un aldilà e che forse tutto ciò in cui credeva non aveva senso.

Una sceneggiatura scoppiettante e due volti perfetti per l’occasione: le smorfie di Colin Firth e i grandi occhi di Emma Stone sono soltanto le stelle intorno alle quali ruota questa parte di universo alleniano, che trova ancora una volta in Francia l’ispirazione per un film basato sulla magia e l’irrazionalità dell’amore, senza però lasciare da parte le risate e il solito, immancabile, divertimento.

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