Recensione “Noah” (2014)

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Cosa è successo a Darren Aronofsky? Quale misterioso accordo con la Paramount ha costretto il regista di capolavori come “The Wrestler” e “Il Cigno Nero” a girare un fantasy biblico (scusate il pleonasmo) che magari sì, riempirà le sale di giovani attirati dal 3D (in questo film utile e funzionale quanto un automobile con due ruote), ma che resterà una macchia indelebile nella filmografia di un autore fino a ieri meraviglioso. Non è tanto il passaggio al blockbuster a tradire il pubblico di Aronofsky, quanto il film stesso: giganti di roccia e fango che sembrano fare il verso agli Ent della foresta di Fangorn (chi ha visto la trilogia di Peter Jackson capirà), Russell Crowe (in versione Daniele De Rossi) costretto suo malgrado a rimpiangere i tempi di Ridley Scott, Jennifer Connelly ed Emma Watson (loro sì, sempre bravissime) sprecate in due ore e venti di sbadigli. Per la coppia Crowe-Connelly i bei tempi di “A Beautiful Mind” sembrano essere passati e probabilmente si staranno domandando come hanno fatto a finire in questo film.

Quella di Noè e della sua arca è una delle favole che più si ascoltano quando si è piccoli: inutile dire che una storia di questa portata, accostata al nome di Aronofsky, da un lato poteva far storcere il naso, ma dall’altro poteva risultare un accostamento decisamente affascinante. Ma ci sono troppe cose che non tornano: una razza umana totalmente fuori di senno (ovvero come rendere banale la storia di Caino e Abele), un protagonista che vorrebbe sembrare tormentato dai dubbi, ma che invece sembra semplicemente fuori di testa, poco credibile nei suoi continui cambi di personalità, per non parlare di un figlio arrabbiato tentato dal serpente/antagonista, anche lui tra i protagonisti tormentati di questa barca di superficialità. Non vorremmo scivolare in semplici giochi di parole, ma stavolta è decisamente il caso di dirlo: si tratta di un film che fa davvero acqua da tutte le parti. Aronofsky, per favore, torna a galla (e magari torna alla Warner Bros).

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