Recensione “Juliet, Naked” (2018)

Quando si pensa a Nick Hornby la mente va automaticamente a libri come “Febbre a 90°”, “Alta Fedeltà” o “About a Boy”, tutte opere realizzate negli anni Novanta. Purtroppo quella che probabilmente è la sua migliore opera degli ultimi dieci (e forse quindici) anni non ha avuto la stessa fortuna dei romanzi già citati: sto parlando di “Tutta un’altra musica” (“Juliet, Naked” in originale), altro splendido racconto di amore e rock, che viene riproposto adesso in una pellicola di Jesse Peretz con la speranza di restituire al libro di Hornby il successo che merita.

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Recensione “Prima dell’alba” (“Before Sunrise”, 1995)

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Un film unico nel suo genere. Ma definirlo film potrebbe apparire addirittura riduttivo: “Before Sunrise” è un’esperienza capace di risvegliare sogni, di vendicare tutti i nostri rimpianti, di sottolineare le nostre debolezze, di riscoprirci innamorati di due perfetti sconosciuti. Avventura, viaggio, scoperta, amore, paura: meno di 24 ore per capire meglio se stessi e la nostra relazione con la vita. Il destino, se esiste, è qui. A portata di mano. È nello sguardo imbarazzato di Jesse mentre ascolta “Come here” di Kath Bloom in un negozio di dischi, è nel sorriso incantato di Celine quando si convince a scendere da quel treno. Basta poco, una piccola spintarella, e il nostro futuro è cambiato per sempre.

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Recensione “La Femme du Vème” (2011)

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Un regista polacco che gira un film in Francia fa subito venire in mente Roman Polanski, non del tutto a torto, anche se in realtà il film di Pawel Pawlikowski si muove con uno stile tutto suo. Un intrigo della mente illuminato da atmosfere grigie e malinconiche che si prestano perfettamente come corrispettivo fisico e spaziale delle sensazioni interiori del tormentato protagonista. Una regia curata, precisa, che staglia i suoi personaggi su sfondi sfocati, avvolgendo la pellicola di sensazioni quasi oniriche, come se la Parigi raccontata dal film fosse un non-luogo, una città indefinita e indefinibile, all’interno della quale ci si muove senza direzioni precise. Ma una direzione precisa invece c’è: il “quinto” (arrondissement) del titolo, dove vive una donna misteriosa, fatale, fulcro narrativo e infine chiave di lettura del film.

Lo scrittore Tom Ricks, celebre per un unico romanzo scritto molti anni prima, si trasferisce a Parigi per riabbracciare la sua bambina, che vive lì con la madre. Un’ordinanza e l’astio della donna gli impediscono però di avvicinare la piccola. Tom, per evitare l’arrivo della polizia, sale su un autobus e finisce per addormentarsi: si ritroverà in periferia, derubato nel sonno di ogni cosa, e sarà costretto a sistemarsi in un motel di infimo ordine. Qui riesce a trovare un lavoro piuttosto misterioso, ed è sempre nel mistero che si incontra con una donna, vedova di uno scrittore ungherese, con la quale comincia una relazione in un appartamento lussuoso nel Quinto. Ma fino a dove arriva la realtà? E dove comincia l’infinito potere della mente, non più costipato in un corpo capace di controllarlo, ma sprigionato verso i labirinti più oscuri e indefiniti della verità?

Una coppia di straordinari interpreti: Kristin Scott Thomas non sorprende più, il suo talento ci ha già regalato una memorabile galleria di personaggi; Ethan Hawke invece si lancia perfettamente in un ruolo che non ha mai affrontato (anche se lo avevamo già visto a Parigi proprio in veste di scrittore nel bellissimo “Before Sunset” di Linklater), un personaggio triste, malinconico, incapace di controllare i demoni che aleggiano nella sua mente. E con un solo, unico, obiettivo: scrivere una lettera per la sua bambina, che giorno dopo giorno sembra quasi trasformarsi in un nuovo romanzo, dove, tra realtà e finzione, si riesce a cogliere un’indiscussa verità: l’amore di un padre per sua figlia.