Recensione “Maniac” (2018)

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La nuova serie di Cary Fukunaga, già autore della strepitosa prima stagione di “True Detective”, è arrivata su Netflix accompagnata da enormi aspettative, non solo per i precedenti del suo creatore, ma anche per la presenza di una delle attrici più in voga del momento, Emma Stone, e per l’ottimo (e irriconoscibile) Jonah Hill. Inutile dire che non solo le aspettative sono state disattese, ma la serie stessa è davvero una delusione sotto quasi ogni punto di vista. Attori a parte, tra le poche note liete, lo show non decolla e, dopo un inizio promettente in cui viene svelata la magnifica ambientazione retrofuturistica, la serie prende corridoi sempre più ambiziosi, ingurgitando se stessa, finendo con il suicidarsi episodio dopo episodio.

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Recensione “Tito e gli alieni” (2018)

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Ogni tanto il cinema italiano tenta di osare un po’ di più, di prendere una strada un po’ più difficile per raccontare qualcosa di intimo, senza però perdere i tratti distintivi che contraddistinguono da sempre la nostra storia: ironia, leggerezza e un po’ di malinconia. La regista Paola Randi affronta il delicato tema dell’elaborazione del lutto in una chiave del tutto originale, immergendo i suoi personaggi nella desolazione del deserto del Nevada, a due passi dalla quasi mitologica Area 51, dove gli scienziati cercano segni di vita dallo spazio profondo. Vita e morte sono infatti le chiavi di lettura di questo film, a tratti ingenuo, con qualche difetto di fondo, ma con un cuore grande e un’aura favolistica che riesce a fare breccia anche nell’animo dello spettatore più esigente (con il contributo degli Eels e della bellissima “That Look You Give That Guy”).

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Recensione “Stranger Things” (2016)

Sono appena finiti i titoli di coda dell’ultima puntata. Una ventina di ore fa non sapevo neanche di cosa parlasse e adesso faccio fatica a togliermi dalla testa gli anni 80 e soprattutto la città di Hawkins, nella quale si svolgono i fatti di “Stranger Things”. Inutile sperare di poter vedere le otto puntate della serie creata dai fratelli Duffer in un periodo di tempo dilatato: ogni puntata tira l’altra, e sarà davvero difficile rimandare la visione dell’episodio successivo ad un altro giorno. L’ultima arrivata in casa Netflix sembra essere la serie capolavoro per i trentenni/quarantenni di oggi, quelli che hanno vissuto gli anni d’oro del cinema di avventure per ragazzi, di fantascienza per teenager: i rimandi continui ai cult movie dell’epoca tuttavia sono solo una delle caratteristiche che fanno di “Stranger Things” la migliore serie di questo 2016. La storia è appassionante, tira molti fili, apre molte trame, portandole tutte a conclusione. I personaggi sono assolutamente convincenti, perfetti in ogni sfumatura: i ragazzini un po’ nerd, uniti da quella amicizia che forse solo gli anni 80 hanno saputo davvero raccontare, gli adolescenti che combattono tra problemi personali e bisogno di aiutare i propri cari, la madre-coraggio (grande ritorno per Winona Ryder) che non si arrende neanche di fronte alla presunta evidenza, il poliziotto dal passato tormentato, che attraverso il suo lavoro vuole salvare se stesso dai propri demoni. C’è il governo, che come sempre ha pochi scrupoli e sembra nascondere qualcosa di importante. E poi c’è lei, Elle, la vera protagonista, il collegamento tra tutte le vicende e tra tutti i personaggi, un po’ come E.T., un po’ come la Carrie di Stephen King: fragile, spaventata, coraggiosa, dolce e… pericolosa.

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell’Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; allo stesso tempo in un laboratorio segreto nei dintorni della stessa cittadina un ricercatore è vittima di un’inquietante creatura. Dallo stesso laboratorio Hawkins, una stramba ragazzina dai poteri paranormali approfitta della confusione generata dall’incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita da agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will, ovvero Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce del fidato compagno svanito nel nulla. La ragazza, che si identifica con il numero tatuato sul suo braccio, Eleven, crea un legame particolare con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione. I tre ragazzi, insieme a Eleven, non potendosi fidare degli adulti, decideranno di lanciarsi da soli alla ricerca di Will, ritrovandosi coinvolti in una pericolosa avventura dalla quale potrebbero non uscire vivi.

Accompagnato da una colonna sonora perfetta, capace di alternare suggestioni synth (molto vicine ai temi di John Carpenter) a grandi successi del passato (dai Jefferson Airplane ai Toto, dalle Bangles a Peter Gabriel, dai Joe Division ai Clash, grandi protagonisti della serie con “Should I Stay or Should I go”, la canzone preferita di Will), “Stranger Things” come dicevamo si nutre dei grandi classici del cinema anni 70 a 80: il debito maggiore è senza dubbio nei confronti di “E.T. L’Extraterrestre”, omaggiato ad ampie riprese per tutta la serie, ma non mancano numerose strizzate d’occhio ai vari “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “I Goonies”, “Stand By Me”, “It”, “Carrie lo sguardo di Satana”, “La Casa”, “Scuola di mostri”, “Lo squalo” e ovviamente il sempre citatissimo “Guerre Stellari” (e molti altri: i più cinefili troveranno anche un grande omaggio a “Blow Up” di Antonioni). Insomma, “Stranger Things” prende il meglio del cinema per ragazzi (e non solo) di trent’anni fa, lo rimescola, lo digerisce per poi trasformarlo in un prodotto impeccabile. Il suo merito è di non funzionare solo come “Operazione Nostalgia”, ma di saper emozionare, tenendo lo spettatore sul filo per gran parte dei suoi otto bellissimi episodi.

Datemi dunque un gruppo di ragazzini in bici sulle strade della provincia americana, datemi una vicenda piena di mistero, datemi una ragazzina dai poteri paranormali, datemi l’avventura e la fantascienza anni 80 e soprattutto datemi al più presto una seconda stagione di “Stranger Things”. Nel frattempo vedetevi la prima: perdersela è veramente impensabile.

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Recensione “Sopravvissuto – The Martian” (“The Martian”, 2015)

Era dai tempi di “Mission to Mars” di Brian De Palma che il pianeta rosso non era protagonista di un film degno di questo nome. Per riportare in auge il nome di Marte ci voleva un altro grande regista, Ridley Scott, che dopo una serie di titoli non proprio eccellenti torna alla ribalta con una pellicola avvincente e intensa, ma al tempo stesso alleggerita dall’ironia di un ottimo protagonista, interpretato da Matt Damon, e da una colonna sonora accattivante che, tra le altre, ci accompagna con “Starman” dell’immancabile David Bowie e “Dancing Queen” degli ABBA.

In seguito ad una tempesta violentissima durante una missione su Marte, l’astronauta Mark Watney, creduto morto dal suo equipaggio, viene abbandonato sul pianeta rosso. Mark però è sopravvissuto alla tempesta, e al risveglio si ritrova da solo sul pianeta deserto. Grazie al suo ingegno, al suo istinto di sopravvivenza e alla sua razionalità, Mark dovrà trovare un modo per coltivare cibo e comunicare con la Terra, sua unica speranza di salvezza.

Un film di fantascienza che ha dalla sua la carta vincente dell’ironia: il film non avrebbe retto per tutti i suoi 140 minuti senza le continue battute del “marziano”, soprattutto perché si tratta di un’ironia che mai per un momento è apparsa fuori luogo con il contesto del film. La pellicola di Scott regge il ritmo in ogni ambiente, che sia Marte, la Terra o l’astronave Hermes con l’equipaggio della missione: il film convince in ogni momento e, a parte qualche esagerazione nel finale, possiamo senza dubbio alzare i pollici e approvare, come farebbe il Fonzie tanto amato da Mark Watney: “Ehyyy”!

Recensione “I Origins” (2014)

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Raramente mi sciolgo in lacrime davanti a un film. Certo, succede che ogni tanto abbia gli occhi lucidi, amo da morire quando ho la pelle d’oca, ma piangere è un evento più unico che raro. Il nuovo film di Mike Cahill, che già mi aveva emozionato con “Another Earth”, è riuscito nell’impresa di farmi passare l’ultima mezzora con i brividi fin sopra i capelli e i titoli di coda tra lacrime copiose. Un consiglio: per favore evitate di guardare il trailer e fidatevi sulla parola, se potete (incredibile come in due minuti e mezzo possano riuscire a rovinare e ad anticipare tutte le sorprese del film). Come nella pellicola precedente Cahill ci regala un altro bellissimo gioiello di fantascienza d’autore, dove a dominare la scena sono gli esseri umani e le loro emozioni (accompagnate dalle composizioni, particolarmente calzanti, dei Radiohead).

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Recensione “Interstellar” (2014)

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Christopher Nolan, in preda a deliri di onnipotenza, prova a mescolare a modo suo il meglio del cinema “spaziale” (da Kubrick a Tarkovsky, da De Palma a Cuaron), dosando gli ingredienti e continuando con coerenza il suo percorso nel cinema di “intrattenimento d’autore”. Quel che ne esce fuori è un polpettone fantascientifico di dimensioni epiche: visivamente accattivante, addirittura straordinario quando lavora con l’immaginazione e con le aspettative visive dello spettatore, drammaticamente flebile, distaccato e purtroppo poco coinvolgente in ciò che dovrebbe essere il punto forte della sua pellicola: il rapporto tra padre e figlia.

In un futuro imprecisato un drastico cambiamento climatico ha colpito gravemente l’agricoltura e l’atmosfera. Gli uomini stanno per subire le conseguenze di una piaga che lentamente sta togliendo loro il bene primario per la sopravvivenza: l’ossigeno. Un gruppo di scienziati, sfruttando un wormhole per superare le immense distanze di un viaggio interstellare, cercano di sfruttare nuove dimensioni per salvare la razza umana dall’estinzione.

Il cast stellare, in questo caso il termine è calzante, non basta a superare i limiti di un imponente spettacolo d’intrattenimento, che in quanto tale si basa su scene madri forzate e una sceneggiatura sempre attenta a creare continui e piuttosto innocui colpi di scena. Nolan è bravo, per carità, ma ha dalla sua un difetto imperdonabile: non sa emozionare, e quando prova a spingere forte sui sentimenti, invece di commuovere rasenta quasi il ridicolo. In quasi tre ore di film fanno a gara sbadigli e stupori: alla fine, purtroppo, vinceranno i primi.

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Recensione “The Congress” (2013)

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Tratto da “Il congresso del Futuro” di Stanislaw Lem, il nuovo film di Ari Folman (ricordate il suo meraviglioso “Valzer con Bashir”?) si pone su vari livelli di lettura. Subito si può notare il riferimento alla fantascienza distopica, sulla quale il film si basa per realizzare in realtà qualcosa di totalmente originale e letteralmente allucinante. Un’esperienza impagabile che trascina lo spettatore nel suo mondo futuristico, in cui l’assunzione di sostanze chimiche ha trasformato la società contemporanea in un enorme cartone animato, apparentemente perfetto, dove ogni individuo può assumere l’identità che ha sempre sognato e trasformarsi in qualunque forma la sua mente desideri. Un altro livello di lettura riguarda il cinema stesso: dietro il film di fantascienza c’è un grido di allarme nei confronti della direzione in cui la settima arte si sta dirigendo, tra avatar in 3D e animazioni in motion capture, con il ruolo degli attori che sta totalmente cambiando, costretti talvolta a girare un intero film all’interno di un set per il green screen.

Robin Wright interpreta se stessa. Dopo una serie di scelte sbagliate per la sua carriera artistica non le resta che accettare l’offerta di uno studio cinematografico senza scrupoli: vendere la sua identità di attrice. Il suo corpo e tutte le sue espressioni verranno scansionate digitalmente, in tal modo lo Studio potrà usarla come attrice in qualunque pellicola, senza il bisogno di averla effettivamente sul set e, quel che peggio, senza la possibilità di scegliersi ruoli e film. Grazie al denaro di questo accordo potrà pagare le cure per suo figlio. Vent’anni dopo, al termine del contratto, viene invitata ad un congresso futurista in cui l’unico modo per accedere è inalarsi le sostenze chimiche contenute in una fiala. Robin Wright si ritrova così catapultata in un mondo animato, allucinato, dove lo Studio vuole trasformarla definitivamente in una formula chimica. Il suo scopo è invece di tornare alla realtà e ritrovare il figlio che ha lasciato da solo.

La dittatura chimica descritta da Lem e quella “sociale” portata sullo schermo dal genio di Folman è un atto di accusa verso chi detiene il potere (nel libro le case farmaceutiche, nel film lo studio cinematografico): i produttori di sostanze chimiche gestiscono le emozioni della popolazione, ne controllano gli umori, le paure, i desideri. La creazione di un avatar fa inoltre pensare da vicino al mondo attuale schiavo dei social network, in cui cerchiamo di creare un mondo per noi ideale ma a conti fatti effimero. A questo mondo distopico Folman aggiunge la nostalgia per il cinema di una volta (citando, tra gli altri, “Il dottor Stranamore” di Kubrick), la minaccia di quelle tecnologie che rischiano di soppiantare il cinema che abbiamo sempre amato. Tra strizzate d’occhio a “Matrix”, vaghe suggestioni di “Vanilla Sky” e alla fantascienza d’autore figlia di Philip K. Dick e dello stesso Lem, il film di Folman è una di quelle rare pellicole che sui titoli di coda hanno il potere di lasciare senza parole.

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Recensione “Eva” (2011)

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“Che cosa vedi quando chiudi gli occhi?”: questa la formula per addormentare l’anima di un robot in questo meraviglioso esordio del catalano Kike Maillo, altro figlio di questa nuova scuola di cinema spagnolo che negli anni ha portato alla ribalta grandi autori come Jaime Balaguerò o Juan Antonio Bayona. Lontani echi di “A.I.” (ma per fortuna meno buonista), citazioni kubrickiane (il labiale rivelatore è un chiaro omaggio a “2001”) e antichi sentimenti che danzano sulle note di “Space Oddity” di Bowie, il lento più originale mai ballato sul grande schermo.

Alex viene richiamato dopo dieci anni nell’università di robotica di Santa Irene in cui aveva lasciato a metà un importante progetto di intelligenza artificiale. Si installa nella vecchia casa paterna, ritrova il fratello e soprattutto la donna amata tanti anni prima, ora madre di una splendida bambina, Eva. Alex decide di utilizzare l’intelligenza e le emozioni della piccola come modello per un nuovo tipo di robot-bambino, sul quale sta lavorando per conto dell’università. Tra i due nasce un rapporto speciale, dietro il quale si nascondono una verità e un destino inaspettato.

La fantascienza d’autore è sempre stato un genere cinematografico di proprietà del cinema indie statunitense, Maillo però osa sfatare la tradizione e con il suo primo lungometraggio raccoglie la sfida, vincendola pienamente. Il suo è un futuro che in qualche modo ci somiglia, ci sembra familiare, e forse è per questo che le sensazioni che suscita sono così reali. Il regista catalano si affida al volto di Daniel Bruhl (lanciato da “Goodbye Lenin” e consacrato da “Bastardi senza gloria”) e al sorriso più bello del cinema spagnolo (quello di Marta Etura, già ammirato nel recente “Bed Time” e in “Cella 211”), facendo di “Eva” una delle sorprese più belle della stagione cinematografica: nel suo film l’intelligenza è artificiale, ma le emozioni sono vere.

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Recensione “Another Earth” (2011)

Opera prima di Mike Cahill, regista, sceneggiatore, direttore della fotografia e montatore di questo piccolo gioiello a metà strada tra il dramma e la fantascienza d’autore: non è un film facilmente inquadrabile in un genere, viste le delicate dinamiche raccontate al suo interno. Una protagonista memorabile, che si fa peso di tutto il suo cervello, di tutto il suo passato, di tutte le sue ambizioni sopite, nella ricerca di un’espiazione difficile da accettare, quasi impossibile da raggiungere, racchiusa nella speranza di un mondo altro, affacciatosi nel nostro cielo come una finestra aperta su una vita diversa.

Rhoda è stata ammessa all’università di astrofisica, come ha sempre desiderato. Una sera però, mentre sta tornando a casa da una festa, vede nel cielo un punto celeste, un nuovo mondo che si è avvicinato incredibilmente alla Terra. Questa distrazione le sarà fatale: la sua macchina provocherà un incidente in cui perderanno la vita un bambino e sua madre, mandando in coma il padre, un noto compositore. Dopo quattro anni di prigione Rhoda torna alla realtà, avvicina il compositore e diventa la sua donna delle pulizie, senza però confessare la sua vera identità. Nel frattempo l’altro mondo, denominato Terra 2, si scopre essere abitato da una realtà parallela in cui vivono le stesse persone della Terra. Per Rhoda, interessata ad un viaggio che la porterebbe sull’altro mondo, potrebbe essere l’occasione di conoscere l’altra se stessa e ritrovare così il bandolo della sua vita.

Due le trame fondamentali della pellicola: il rapporto tra Rhoda e il compositore vedovo, ormai abbandonato a se stesso, e la presenza di questo mondo parallelo, che incombe circondato da una miriade di domande (meravigliosa la scena con la diretta televisiva in cui si tenta il collegamento radio con Terra 2). Vincitore del premio della giuria al Sundance, fonte inesauribile di capolavori del cinema indipendente, “Another Earth” si propone come una realtà alternativa all’interno di un panorama cinematografico saturo di effetti speciali e tanta noia. E se davvero ci fosse qualcuno identico a noi, da qualche parte nello spazio?