Recensione “Il racconto dei racconti” (2015)

Dimenticate quei noiosi fantasy hollywoodiani, in cui effetti speciali all’avanguardia sono spesso costretti a tappare i buchi di sceneggiature zoppe per tentare di evitare una lunga serie di sbadigli. Date a un italiano un genere cinematografico che non appartiene né alla sua cultura, né tantomeno alla sua filmografia, e vedrete finalmente qualcosa di interessante e senza dubbio particolare. Qualcosa di nuovo. Il nuovo film di Matteo Garrone strappa così i suoi primi consensi, in attesa della presentazione a Cannes: liberamente tratto dall’antico libro di fiabe popolari, “lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, il film di Matteo Garrone mescola il reale con il fantastico, il desiderio con la paura, spingendo i personaggi, e i loro sentimenti, sino all’estremo.

In tre regni non lontani tra loro, tra principi e re, mostri marini e saltimbanchi, orchi e cortigiani, si svolgono le storie di tre donne di età diversa: una regina ossessionata dal desiderio di avere un figlio; un’ingenua donna anziana, smaniosa di sentirsi giovane e bella; una principessa infantile e sognatrice, in conflitto con il padre e costretta alla violenza per potersi finalmente riscoprire libera e adulta. Tre storie diverse e al tempo stesso simili tra loro per la commistione tra comico e macabro, tra il fantastico delle vicende e il reale dei sentimenti. Un mondo tragico e grottesco, dove un’ossessione è spinta sino alle estreme conseguenze, dove le aspettative di un desiderio si realizzano nella sua disillusione, dove la gelosia e la violenza si trasformano in un cane che si morde la coda. Garrone si conferma un regista elegante e sorprendente, inoltre questa potrebbe essere finalmente la volta buona in cui smetteremo di dire che in Italia si fanno sempre gli stessi film. Scusate se è poco.

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Recensione “Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro” (“Ink Heart”, 2009)

A metà strada tra “Il mago di Oz” e “La storia infinita”, l’ultimo film di Iain Softley sembra non essere né carne né pesce, fallendo nel tentativo di appropriarsi della magia del film di Fleming e sforzandosi inutilmente di conferire fascino e mistero al romanzo protagonista della vicenda, finendo tristemente per somigliare alla parodia di se stesso. Eppure elementi validi su cui far leva ce n’erano: il potere del protagonista di far uscire dai libri i personaggi era di per sé un’idea dal potenziale eccezionale, trattata colpevolmente in modo forse superficiale, di certo non soddisfacente. Così come si poteva sfruttare meglio la meravigliosa ambientazione offerta dalla riviera ligure, in particolare nella splendida cornice di Alassio dove il film si sofferma soltanto per pochi minuti. Il cuore del titolo sembra caricato ad inchiostro simpatico: divertente all’apparenza, ma poco funzionale.

Mo (Brendan Fraser) ha il potere di far uscire dai libri i personaggi che vivono all’interno, semplicemente leggendo un brano ad alta voce. Il giorno in cui ha scoperto questo dono è stato però fatale: nel leggere il romanzo fantastico “Inkheart” alla sua bambina di tre anni, Mo fa uscire dalle pagine del libro il malvagio Capricorn, spedendo inconsapevolmente al suo interno la bella moglie Resa, che scompare nel nulla. Tanti anni dopo Mo ritrova “Inkheart” in una bottega tra le alpi: è l’occasione di riportare la sua amata Resa nel mondo reale, ma il malvagio Capricorn, che ha ricreato il suo piccolo regno tra le montagne, vuole invece sfruttare le capacità di Mo per soddisfare la sua smania di potere. Ne nascerà uno scontro tra buoni (reali e di “carta”) e cattivi, un nuovo capitolo di “Inkheart” che non era stato ancora scritto.

Brendan Fraser sembra adagiarsi troppo sugli allori del cinema fantastico (da “La Mummia” fino al recente “Viaggio al centro della Terra”), sottovalutando il suo potenziale da attore drammatico apprezzato in “The air I breathe” (finora il suo ruolo migliore), Paul Bettany al contrario risulta il personaggio più credibile del film, nel ruolo dell’oscuro e nostalgico Dita di Polvere. Helen Mirren è totalmente a disagio in un mondo in cui il suo talento è sprecato, così come è un peccato ammirare Jennifer Connelly soltanto per pochi secondi. “Inkheart” purtroppo non funziona, porta sulle sue spalle delicate il peso di una tradizione fantasy troppo imponente, che ha modellato i gusti del pubblico verso un immaginario molto più esigente, scritto su altre pagine, su tutt’altri libri.