Recensione “Il Cliente” (“Forushande”, 2016)

Se c’è una cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi sono i suoi personaggi: i protagonisti dei suoi film sono tutti talmente reali nella loro umanità che potrebbero essere tranquillamente delle persone che conosciamo. Questa è infatti la seconda cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi: la capacità di raccontare delle storie universali, che potrebbero svolgersi ovunque, storie che tra le righe però raccontano moltissimo della società iraniana contemporanea (in tal senso mi ha colpito molto una scena di pochi secondi che si svolge all’interno di un taxi).

Emad e Rana, giovane coppia di attori teatrali, sono costretti a lasciare casa loro per urgenti lavori di ristrutturazione. Il loro amico Babak li aiuta a sistemarsi in uno dei suoi appartamenti, omettendo però i trascorsi della precedente inquilina, causa di un incidente che cambierà drasticamente le loro vite.

Dopo “About Elly”, il premio Oscar “Una Separazione” e “Il Passato” (unici film del regista che hanno avuto una distribuzione in Italia, se non sbaglio), Farhadi continua ad indagare sulle molteplici sfumature delle relazioni umani, in particolare tra un uomo e una donna, di cui conosciamo nuovi aspetti delle loro personalità man mano che la vicenda va avanti e i punti oscuri vengono alla luce. Terza cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi: la facilità con cui racconta vicende complesse senza appesantire mai i suoi film, mantenendo sempre alto il ritmo e non cedendo mai alla retorica. Molto bello.

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Recensione “Il passato” (“Le passé”, 2013)

Dopo aver vinto praticamente tutto con il precedente “Una separazione”, Asghar Farhadi torna a trattare il tema del rapporto di coppia inserendo i suoi protagonisti in una Parigi lontana da ogni cliché. Forse è vero che il passato è una storia che ci raccontiamo, fatto sta che il passato raccontato dal regista iraniano è un meraviglioso dramma familiare, in cui bisogna superare le paure e le insicurezze che ci portiamo dietro nel tempo per riuscire a vivere il nostro presente. Interpretato da un magnifico trio di attori, Berenice Bejo (che grazie a questo film ha ottenuto il premio come migliore attrice al Festival di Cannes), Tahar Rahim (lo staordinario protagonista de “Il profeta” di Audiard) e l’iraniano Ali Mosaffa, il film riesce a rendere credibile ogni sfumatura, ogni dialogo, ogni singola espressione del viso: è talmente facile lasciarsi coinvolgere che quasi ci dispiace dover lasciare il cinema al termine della pellicola.

Quattro anni dopo la separazione dalla moglie francese Marie, l’iraniano Ahmad torna a Parigi per portare a termine, su richiesta di lei, le procedure per il divorzio. Marie ha un nuovo compagno adesso, Samir, causa della conflittualità tra la stessa Marie e sua figlia maggiore, Lucie. Ahmad, accolto in casa dalla sua ormai ex-moglie, si sforza per migliorare il rapporto tra Marie e la sua figliastra, finendo così per svelare lentamente quelle parole mai dette, che cambieranno per tutti la concezione del passato.

Con il trasferimento in Europa cambia anche lo stile di Farhadi: il suo talento nel raccontare tra le righe del film la società iraniana (pensando a “Una separazione”, ma soprattutto al precedente “About Elly”) stavolta viene soppiantato da un modo di espressione diretto, in cui la società francese non è neanche sfiorata (giustamente tra l’altro, trattandosi di un Paese che il regista non conosce). Ma soprattutto il suo non-detto è sostituito da una lunga serie di dialoghi, in cui tutti hanno bisogno di parlare, di raccontare, di confessarsi. Attraverso le parole di Ahmad gli altri personaggi del film trovano la forza di abbandonare i demoni del passato, di parlare, di andare avanti, o meglio, ricominciare. Che ne sarà di loro? È quello che tutti vorremmo sapere e che non sapremo mai. Tutto ciò che sappiamo è che avranno un futuro forse più giusto, forse migliore. …E che non tutto ciò che è lasciato è perso.

Recensione “About Elly” (“Darbārehye Elly”, 2009)

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Sembrerebbe un controsenso, ma il cinema iraniano, soffocato da un governo che addirittura arresta i registi scomodi (ne è la dimostrazione il caso di Jafar Panahi, che ha commosso Cannes), sembra avere molta più vitalità del cinema italiano, anch’esso soffocato dalle forbici del governo, ma al momento assopito su un livello di mediocrità dal quale si stagliano rare eccezioni. Dopo l’emozionante discesa nella controcultura musicale di Teheran, raccontata nell’ottimo “I Gatti Persiani”, la faccia libera dell’Iran regala un’altra perla della sua cinematografia recente, grazie ad una storia di vita quotidiana dietro la quale è però celata la condizione di un Paese costretto a rigare dritto, dove c’è una reputazione da rispettare, dove la bugia è una risorsa oltre che una scappatoia.

Dopo anni di vita in Germania e fresco di divorzio con una donna tedesca, Ahmad torna in Iran per qualche giorno. I suoi vecchi amici organizzano così un weekend al mare, un’occasione per stare tutti insieme, lontani dal traffico e dalla vita frenetica di Teheran. La bella e vitale Sepideh invita alla rimpatriata anche la maestra delle sue bambine, la giovane Elly, al fine di far conoscere ad Ahmad una ragazza iraniana e magari cominciare una relazione con lei. Elly si trova così al centro della gioiosa attenzione del gruppo, viene apprezzata da tutti, ma l’atmosfera di festa viene interrotta bruscamente: in seguito ad un incidente Elly sparisce misteriosamente. L’angoscia prende piede tra le onde del mare: Elly è morta in acqua, o è semplicemente tornata in fretta e furia a Teheran, senza dire nulla? Emerge lentamente ciò che è davvero successo, mostrando il lato più duro della verità.

Ecco un film bellissimo, che sa raccontare la condizione di un Paese attraverso la realtà di un gruppo di amici, all’apparenza allegro e scanzonato. Chi sa leggere tra le righe, o tra le onde del mare, vi troverà emozioni e mille sfumature: amicizia, amore, allegria, angoscia, pericolo, paura, commozione. In poche parole, la vita.

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