Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 9

Penultimo giorno di Festival. Nell’aria si avverte un po’ di stanchezza e anche un po’ di malinconia. Ho sempre visto questi dieci giorni annuali all’Auditorium, oltre che come una bella esperienza di “lavoro”, anche come una sorta di gita scolastica: si passano molto tempo insieme ad altre persone, dormendo poco, stancandosi, ma facendo una cosa che amiamo tutti molto, cioè vedere film. Alla fine, quando arriva il momento di tornare alla realtà, alla vita vera, nonostante il dolce pensiero di potersi fare una bella dormita, resta sempre un po’ di tristezza. In questi dieci giorni abbiamo cavalcato con una famiglia indiana, siamo stati picchiati dalla polizia di Detroit, abbiamo viaggiato con tre veterani del Vietnam sulle strade d’America, pattinato sul ghiaccio, pilotato robot giapponesi, rapinato corse automobilistiche, siamo finiti in un carcere thailandese, abbiamo disputato la finale di Wimbledon e molte altre cose (e ti credo che siamo stanchi!).

Stamattina abbiamo visto “Borg McEnroe”, buonissimo film del danese Janus Metz Pedersen. La storia, come potete immaginare dal titolo, è incentrata sulla storica finale di Wimbledon tra Bjorn Borg e John McEnroe, una sfida che è entrata negli annali del tennis. La pellicola racconta bene i due personaggi, così diversi per carattere e stile di gioco. Nel 1980 Borg cercava di vincere Wimbledon per la quinta volta, McEnroe invece cercava il primo successo, che lo avrebbe portato ad essere il numero 1 al mondo. Ovviamente non vi dirò com’è andata e se non lo sapete già potrete scoprilo al cinema tra una settimana… Ad ogni modo, non so perché, temevo di vedere una sorta di “Rush” meno interessante, mentre invece è stato davvero un film ben fatto, coinvolgente, interpretato benissimo. Insomma, merita una capatina al cinema.

Alle 11 invece ho assistito a tutt’altro, “NYsferatu” di Andrea Mastrovito, una vera e propria sorpresa, la classica chicca da Festival che stavo tanto aspettando. Si tratta di un film d’animazione girato interamente con il carboncino (se non dico stupidaggini), in cui i personaggi del “Nosferatu” di Murnau sono stati praticamente ricalcati e inseriti in un contesto attuale. Ed è così che la Wisborg del 1922 diventa New York e che i Carpazi si trasformano in Aleppo, con la sua guerra e le devastazioni (motivo per cui il Conte vuole trasferirsi negli Stati Uniti). Anche le didascalie si prestano al gioco del film, che ho trovato davvero geniale. Il problema forse è che se non si conosce abbastanza bene il film di riferimento la visione potrebbe risultare meno ricca (anche perché in questo caso si perderebbero alcune sfumature di attualità di cui l’adattamento si avvale in ogni dettaglio). Ad esempio: forse avete presente quella scena in cui Orlok, salendo le scale per la stanza di Ellen, proietta la sua ombra sulla parete, inquietante e angosciosa. Nel film del 1922 il conte saliva su una normalissima rampa di scale, nella pellicola di Mastrovito invece il vampiro si inerpica sulle classiche scale antincendio newyorkesi. In tutto ciò va sottolineata la strepitosa colonna sonora, che tra l’altro stasera, durante la proiezione per il pubblico, sarà eseguita live da un’orchestra (se ho capito bene, lo so che non è molto professionale dare informazioni così a caso ma vorrei ricordarvi che 1) non sono un professionista e 2) c’ho sonno).

Per il resto sono giunte informazioni certe sul programma di domani, che ha un nome e un cognome ben preciso: David Lynch. Il regista di “Twin Peaks” (tra le altre cose) incontrerà il pubblico e spero pure me alle 17.30: spero di esserci perché l’incontro, in quanto pubblico, permetterà l’ingresso a noi accreditati soltanto per riempire i posti rimasti vuoti. Sarò costretto dunque a mettermi in fila tre ore prima e sperare di essere tra i fortunati che entreranno in sala. La notizia buona è che, ad ogni modo, riuscirò a vedere David Lynch al mattino: è stato annunciato proprio oggi un incontro con la stampa per le 12.30, al quale entrerò sicuramente. Se avete domande per Lynch fatevi avanti: se mi sentirò ispirato ne sceglierò una e la riporterò al regista (però non chiedetemi cose tipo “Che significa il finale di Twin Peaks?”). Domani quindi, per vedere Lynch al mattino, mi perderò la proiezione di “Mudbound” (di cui si parla molto bene, ma che comunque uscirà su Netflix tra un paio di settimane…).

Il penultimo giorno, per me, finisce qui. Ha smesso di piovere ma il cielo resta grigio. Faccio fatica ad andar via perché so che domani la giostra si ferma e vorrei restare qui tutto il giorno, ma non sono più il ghepardo di una volta. Dieci anni fa (anche meno) guardavo quattro film al giorno, scrivevo 800 articoli e scattavo 9283 fotografie al dì, adesso, come si dice a Roma, “nun c’ho davero più er fisico”. In compenso ieri ho finito la seconda stagione di “Stranger Things”, quindi tenetevi pronti perché dalla prossima settimana ricomincio a tormentarvi con le recensioni. Auguri.

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Verso la Festa del Cinema di Roma 2017

Poco più di due settimane all’inizio della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (quest’anno dal 26 ottobre al 5 novembre), il che significa che mi restano circa poco più di due settimane di sonno. Ancora devo capire come sia possibile aspettare con tanta partecipazione un periodo in cui si dorme poco, si mangia male e si vive fuori dal mondo: deve essere quella cosa che chiamano passione. Dodici edizioni e non ne ho persa neanche una: dal 2006 ho passato dieci giorni all’anno a guardare film, a scrivere le mie sensazioni, ad incontrare attori, registi, addetti ai lavori. Per cosa? Per passione, niente di più, niente di meno.

So che non è questo pippone sentimentale ad interessarvi, quindi se siete usciti indenni dal primo paragrafo ora posso raccontarvi qualcosa del programma cinematografico. La selezione ufficiale sarà composta da 39 film, di cui parlerò tra poco perché prima devo dirvi quali sono le due cose che mi faranno fare i salti di gioia: 1) Dell’incontro con David Lynch si sapeva già da tempo, ma ancora non riesco ad abituarmi all’idea. Sono sicuro che sarà una di quelle serate che restano addosso per molto tempo (come fu quella con Al Pacino nel 2008, ancora ho i brividi). 2) Il nuovo film di Richard Linklater, che è uno dei miei registi preferiti. Non mi sarei mai aspettato di trovare “Last Flag Flying” nella selezione dei film e ormai sono un paio d’ore che cammino per casa a dieci centimetri da terra. Non so se Linklater sarà al Festival (ma magari!), oppure che ne so, Bryan Cranston, ma per ora mi accontento di vedere il film.

Selezione ufficiale dicevamo: i primi titoli a balzare agli occhi, Linklater a parte, sono “Logan Lucky”, di Steven Soderbergh, “The only living boy in New York” di Marc Webb, “Una questione privata” dei fratelli Taviani, “Borg McEnroe” di Janus Metz, “Detroit” di Kathryn Bigelow e “C’est la vie” dell’accoppiata Toledano-Nakache (registi del francese “Quasi amici”). Come sempre però, le cose migliori da vedere saranno quelle che al momento dell’uscita del programma non hai minimamente calcolato: ora voglio prendere in contropiede le sorprese e affermare già adesso, in tempi non sospetti, che potrebbero risultare parecchio interessanti “Mon garçon” di Christian Carion, ma soprattutto lo spagnolo “Abracadabra” di Pablo Berger (già regista del meraviglioso “Blancanieves”), sul quale sono disposto a puntare tutti i miei risparmi (anzi, facciamo giusto un paio d’euro). Mi intrigano inoltre il norvegese “Skyggenes Dal” e “Stronger”, che verrà presentato a Roma dal suo protagonista Jake Gyllenhaal. E poi, per tutti i giovani uomini come me cresciuti negli anni 80, c’è il film su Mazinga che, ne sono certo, sarà uno spasso. Mi sembra già abbastanza, ma ancora non ho spulciato per bene il programma delle altre sezioni, da “Tutti ne parlano”, “Eventi Speciali” (da segnalare un documentario su Spielberg) fino ad “Alice nella città” (che da sempre riserva grandissime chicche).

Per quanto riguarda gli incontri quello con David Lynch è il fiore all’occhiello di questa dodicesima edizione. Così importante da mettere in ombra Ian McKellen, Christoph Waltz, Vanessa Redgrave, Xavier Dolan, Jake Gyllenhaal, Chuck Palahniuk, Nanni Moretti e molti altri.

Ancora una decina di giorni di sonno e poi ricominceranno le levatacce più belle della mia vita. A voi che leggete, anche quest’anno toccherà sorbirvi dieci appuntamenti quotidiani con i miei diari da cinefilo. Auguri!

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Top 10 – Festa del Cinema di Roma 2016

Quest’anno al Festival ho visto 26 film. Visto che una Top 20 sarebbe troppo, e una Top 5 sarebbe troppo poco, vi propongo una Top 10 molto contestabile. Non avendo visto tutto, ovviamente, ma abbastanza (a mio parere), come al solito la classifica è figlia del mio personalissimo punto di vista (cosa piuttosto scontata, ma sempre meglio ribadirla): non si tratta dunque dei dieci film più belli presenti all’undicesima edizione della Festa del Cinema, quanto dei dieci film che ho amato di più, che mi hanno colpito di più, che ad oggi, dopo dieci intensi giorni all’Auditorium, mi sono rimasti addosso di più. Insomma, se non sarete d’accordo, commentate, dite la vostra e fatevi avanti! Per ogni eventuale approfondimento sui film potete leggere i miei diari di bordo giornalieri.

1. Manchester by the sea (Kenneth Lonergan)
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2. Sing Street (John Carney)
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3. Hell or High Water (David Mackenzie)
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4. Train to Busan (Yeun Sang Ho)
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5. Sole Cuore Amore (Daniele Vicari)
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6. The Hollars (John Krasinski)
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7. Genius (Michael Grandage)
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8. Nocturama (Bertrand Bonello)
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9. Al final del tunel (Rodrigo Grande)
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10. Tramps (Adam Leon)
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Altri film degni di menzione: Goldstone, La fille de Brest, Richard Linklater: Dream is Destiny, Florence Foster Jenkins, Captain Fantastic, La Tortue Rouge, Snowden, Goodbye Berlin

 

Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 10

Sabato 22 Ottobre.
E anche questo Festival ce lo siamo levati… No, scherzo. In realtà sono tanto affezionato a questa manifestazione, la sento un po’ mia. Sarà perché ci sono stato per undici edizioni consecutive, sarà perché sono nato e cresciuto a dieci minuti (di macchina) dall’Auditorium, sarà perché quando annunciarono la nascita di un Festival cinematografico nella mia città io ero un giovane studente di cinema, pieno di sogni e belle speranze. Insomma, è un Festival che amo tanto. Ma basta pipponi nostalgici, siete qui per sapere di cosa sono stato testimone durante questa ultima giornata di proiezioni, quindi diamoci dentro perché è stata una giornata intensa, anche se al di sotto delle precedenti.

Cominciamo da “Lion” di Garth Davis, uno dei film più attesi. La storia vera di un bambino indiano che, dopo essersi perso all’interno di un treno per Calcutta, viene poi adottato da una facoltosa famiglia australiana. Vent’anni dopo si trasforma in Dev Patel (l’attore di “The Millionaire”, per capirci), va a una festa, mozzica una pietanza indiana che voleva mangiare da piccolo con il fratello e si ricorda tutta la sua infanzia: rovina la festa ai suoi amici di college attaccando la pippa sul suo passato, gli spiegano che esiste Google Earth e il buon Dev Patel, sguardo allucinato e strafatto per trequarti di film, nel giro di un po’ di tempo riesce forse a ritrovare il suo luogo di origine. La storia sarebbe anche splendida se non il film non fosse così retorico e didascalico: far vedere, scusate il termine, un cazzo di flashback ogni trenta secondi, non mi è parsa una grande idea registica. Quando lui sta sulla spiaggia a guardare il mare con aria malinconica si capisce che sta pensando a sua madre, a suo fratello, alla sua infanzia, non c’è bisogno di sparare il flashback ogni momento. Ho capito che siamo un po’ rincoglioniti, ma non fino a questo punto. Vogliamo parlare poi della visione di Nicole Kidman quando aveva 12 anni? Una cosa ridicola. Insomma, il film non mi è piaciuto proprio. Ah, dimenticavo: basta ad usare i bimbetti indiani super belli che corrono sorridendo, l’ha già fatto Danny Boyle con ben altri risultati. Mo lo trovo pure io un ragazzino di cinque anni troppo dolce che corre a piedi nudi sulle strade di Tor Marancia e ci faccio un film, poi vediamo se me lo prendono al Festival.

Dopo questo pippone di due ore sono corso dalla Sinopoli alla Sala Petrassi per un film che aspettavo molto: “La tortue rouge” di Michael Dudok de Wik, co-prodotto dal leggendario Studio Ghibli. 80 minuti di animazione senza dialoghi, soltanto paesaggi alla Malick e suoni della natura. Per quanto misterioso a livello narrativo, la storia del naufrago è poetica ed appassionante: un uomo che, dopo un iniziale conflitto con ciò che ha intorno, impara a rispettare la natura e a farsela amica. La natura, in cambio, gli regalerà una vita meravigliosa e una famiglia splendida. Perfettamente in linea con lo slogan “La natura non ha bisogno degli uomini, ma gli uomini hanno bisogno della natura”. Sui titoli di coda, mentre cercavo di assimilare in silenzio la poetica bellezza del film, mi sono piombati addosso e da ogni direzione tre commenti al film in un tempo netto di 5 secondi e mezzo. Mi sono alzato e sono uscito di gran carriera: io trovo sacro il momento successivo alla fine di un film, ho bisogno sempre di un paio di minuti di solitudine mentale per mettere insieme ciò a cui ho assistito (beh, quasi sempre, per “Lion” c’è voluto molto meno).

Subito dopo potevo tranquillamente andarmene e godermi un pranzo decente dopo tanto tempo, invece non volevo abbandonare il Festival, avevo bisogno di restare là un altro po’, così ho trovato la scusa buona: un paio di conferenze stampa. La prima era quella del regista de “La tortue rouge”, mi interessava capire di più a proposito del film, che da un punto di vista narrativo è un po’ bizzarro. Non ho risolto granché, così mi sono spostato in Petrassi per entrare nella macchina del tempo ed assistere alla conferenza del Festival del 1996: c’era Ralph Fiennes che parlava de “Il paziente inglese” (motivo per cui sia lui che Juliette Binoche e Kristin Scott Thomas erano stasera sul red carpet). Una fotografia in più per l’album dei ricordi, per la nostalgia futura.

Dovrei tirare le somme a questo punto. C’era poca gente, e la cosa mi è un po’ dispiaciuta perché, nonostante sia stato un Festival molto buono, mi è sembrato di viverlo poco. D’altra parte però i film sono stati davvero ottimi: come avete letto nei capitoli precedenti ho visto ogni giorno almeno uno o due film molto belli, a volte anche tre, e la cosa è stupefacente (a proposito, il premio del pubblico l’ha vinto “Captain Fantastic”). Mi aspetta dunque un sonno senza sveglie, sono stravolto e la cosa mi ha portato a domandarmi quanta passione ci deve essere in una persona per correre ogni mattina dall’altra parte di Roma per vedere due o tre film, ogni giorno per dieci giorni, per mettere in stand by la propria vita, mettere in pausa il proprio lavoro, quello vero (faccio il fotografo, non di certo il critico cinematografico o quello che è), passare un sacco di tempo in metropolitana, mangiando panini volanti seduti su gradini scomodi, senza essere retribuito (ovviamente, mica posso pagarmi da solo!), soltanto perché amo in maniera quasi malata questa arte, il cinema, una delle poche certezze delle nostre vite. Qualunque cosa succeda, avremo sempre un film da vedere, e finché nella nostra esistenza ci sarà un film, ci sarà anche la certezza di avere un motivo in più per essere felici. Grazie per aver seguito questo piccolo, stupido, diario: ho cercato di restituirvi un punto di vista diverso sul Festival. Ad ogni modo la vita da cinefilo continua, anche senza Festa del Cinema, perché finché c’è un film, c’è speranza.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 9

Venerdì 21 Ottobre.
Stamattina con lo sciopero dei mezzi l’unico a funzionare è stato il treno per Busan: il film di Yeun Sang Ho, “Train to Busan” appunto, dopo aver conquistato il pubblico di Cannes si è concesso il bis anche a Roma. Applausi scroscianti, tanto divertimento, tante risate ma anche una messa in scena assolutamente dettagliata, precisa, mai troppo frenetica, mai troppo banale. La Corea del Sud è sotto allarme a causa di un virus che trasforma gli uomini in esseri rabbiosi, cannibali: zombie moderni insomma, ma di quelli che corrono veloci (se non dico eresie resi celebri da “Demoni” e più avanti da “28 giorni dopo”). Sul treno per la città di Busan, un manipolo di uomini si trova a fronteggiare la crisi, in una lotta senza quartiere tra zombi e sopravvissuti. Non amo esageratamente il genere, ma in questo caso il film aggiunge un’ulteriore conferma all’eccellenza del cinema sudcoreano. Comunque se proprio c’avete voglia di vedere un treno pieno di zombi, provate a prendere la metropolitana alle 8 del mattino.

Subito dopo, tutto un altro film, ma sempre molto bello (e molto più nelle mie corde): “The Hollars” mi ha fatto pensare subito ad Alexander Payne, o anche a Cameron Crowe. In mano loro il film di John Krasinski (qui anche protagonista) avrebbe potuto davvero avvicinarsi al capolavoro. Resta ad ogni modo una pellicola assolutamente bellissima, che ti fa uscire dalla sala con un sorriso grande così e una voglia incredibile di mettersi a correre per tutto l’Auditorium sulle note di una canzone tipo questa (presente nel film, tra l’altro). Non l’ho fatto, ma credetemi che ci ho pensato e per un attimo l’avrei anche fatto, il problema è che mi mancava la colonna sonora e soprattutto un pubblico in sala che mi guardasse su uno schermo. Cose belle e cose brutte della vita da Festival. In breve: un illustratore che vive a New York ed è in procinto di diventare padre torna nel suo paesotto di provincia perché sua madre è gravemente malata. Qui si trova a dover fare i conti con la sua strampalata famiglia, un rancoroso compagno di liceo e una sua ex ragazza che sembra non averlo dimenticato. Si fanno belle risate e si gode soprattutto di un piacevolissimo mood. Per come mi ha fatto sentire è uno di quei film che mi rivedrei volentieri: certo, è lontano da essere uno dei migliori della rassegna, ma se è di queste piccole gioie che uno ha bisogno per sentirsi un po’ più vivo, beh, che dire, ben venga il bis.

Nel pomeriggio, proprio al penultimo giorno di Festival, succede una di quelle cose che non mi sono mai capitate in 11 edizioni: essere il primo della fila accreditati per entrare in sala ad una proiezione per il pubblico. Ok, se non siete addetti ai lavori questa cosa vi suonerà un po’ incomprensibile, ma sappiate che essere il primo di una fila spesso molto lunga è una di quelle cose che se vi capitano una volta poi non le dimenticate per un po’. A darmi tanto onore è stato un film coprodotto da Spagna e Argentina e interpretato quasi interamente da argentini (ho riconosciuto l’inconfondibile accento, fatemi vantare di sta cosa, anche se la splendida protagonista è invece spagnola). Parliamo di “Al final del tunel” di Rodrigo Grande, una delle cose più geniali viste finora. Non ricordo altri film con un applauso così intenso a fine proiezione. La storia ci mette una mezzoretta a decollare, inizialmente non sembra chiaro dove voglia andare a parare e non è neanche così divertente, poi però si entra nel vivo della storia e ci si diverte tra colpi di scena impensabili e trovate geniali che facevano urlare all’intera sala lunghissimi “noooooo” di apprezzamento. Un ingegnere costretto alla sedia a rotelle affitta una parte del suo enorme appartamento ad una ragazza madre molto attraente. La sua bambina non dice una parola da ormai due anni e la situazione è un po’ bizzarra. Una notte mentre Joaquin (l’ingegnere) sta lavorando nello scantinato, scopre che una banda di ladri, dall’altra parte della parete, sta preparando una rapina in banca. Per Joaquin potrebbe essere l’occasione di trovare i soldi per operarsi e abbandonare la sedia a rotelle, ma l’affare si fa sempre più pericoloso e imprevedibile. Gli ultimi venti-trenta minuti sono una bomba, tra splendide citazioni tarantiniane, voltafaccia, colpi di scena e tante risate. Il film è passato un po’ in sordina ma è decisamente uno di quelli che andavano visti (davvero un peccato per chi l’ha perso).

Al ritorno, sempre grazie al meraviglioso sciopero che in pieno Festival non poteva proprio mancare, ho impiegato circa un’ora e mezza per tornare a casa, ma questa è un’altra storia. Domani ultimo giro di proiezioni, poi i saluti malinconici e le somme da tirare. Ultime foto, ultima levataccia, ultimo viaggio all’Auditorium, ultimi saluti. Succede sempre così ai Festival: per tanti giorni non vedi l’ora che finisca, e poi quando sta per finire vorresti che durasse un po’ di più. C’è un po’ più di malinconia stasera sui miei occhi, ma suppongo che si tratti semplicemente di un sacco di sonno arretrato. Goodnight.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 8

Giovedì 20 Ottobre.
Oggi è stata la giornata dei film tratti da una storia vera. Anche la mia mattinata è ovviamente tratta da una storia vera ed ha come titolo quello di un capolavoro degli anni 40 che però non è tratto da una storia vera: Il grande sonno. Il problema è che io non sono Humphrey Bogart e anche dopo migliaia di caffé ho ancora un sonno enorme. In mattinata è stato presentato il nuovo lavoro di Stephen Frears, che per quanto mi riguarda aveva già raggiunto l’immortalità tanti anni fa per aver girato “Alta Fedeltà”, ma sembra che il mondo se ne sia accorto solo recentemente. “Florence Foster Jenkins” è la storia della omonima mecenate che ha finanziato e ampliato la scena musicale della New York degli anni 40. Malata da tempo, protetta da un marito devotissimo ma infedele, Florence si mette in testa di poter ancora cantare ad alti livelli. Le sue esibizioni come soprano sono comiche, ma in clima di guerra riusciranno a comunicare il giusto buonumore alla gente che le vuole bene. La storia di una passione, della peggiore cantante del mondo (interpretata da Meryl Streep, “il miglior essere recitante del mondo”, come disse una mia amica tanti anni fa), capace però di regalare, a sua insaputa, il sorriso di cui l’America aveva bisogno. Un film assurdo, ancora di più considerando la veridicità degli eventi narrati. Ad ogni modo, un ottimo inizio per questa giornata. Tutta questa gente che nel film osanna questa cantante ridicola solo per affetto mi ha fatto pensare a due anni fa quando Tomas Milian era in conferenza stampa qui al Festival e ha ripetuto per mezzora lo stesso aneddoto: gli volevano tutti troppo bene per dire qualcosa e alla fine gli applausi sono stati sinceri.

Alle 11 ho avuto un colpo di fulmine per “Genius” di Michael Grandage, al film d’esordio dopo decenni dedicati alla regia teatrale. Si tratta della storia dell’editore newyorchese Max Perkins, che negli anni 20 pubblicò i primi romanzi di Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway e soprattutto di Thomas Wolfe. Il rapporto tra Wolfe e il suo editor è il cuore del film, un rapporto di lavoro e d’amicizia che diventa la priorità su ogni altra cosa. La via del successo è irta di ostacoli, ma una volta giunti al traguardo non tutti sono in grado di gestirlo. C’è qualcosa di assolutamente commovente in questo film, una costante sensazione di malinconia, di tristezza soffusa, che si insinua tra le scartoffie sulla scrivania di Max Perkins, nei bar, nelle stazioni del treno. Il cast è spaventoso: Colin Firth, Jude Law, Nicole Kidman, Laura Linney, Guy Pearce. Per me una delle cose migliori viste al Festival.

Nel pomeriggio un’altra storia vera: “La fille de Brest” di Emmanuelle Bercot è una sorta di Erin Brockovich in salsa bretone. Testardo, impegnato, caparbio, è un film pienamente all’altezza delle sue ambizioni: la dottoressa Irene Frachon scopre che un farmaco contro il diabete potrebbe essere la causa del peggioramento, e in alcuni casi anche della morte, di alcuni pazienti. Nel momento in cui Irene cerca di portare avanti la causa, l’azienda farmaceutica che produce il medicinale fa a pezzi ogni attacco e umilia il piccolo team degli accusatori. Vogliono tutti lasciar perdere, sia per le pressioni subite sia per non mettere ulteriormente a repentaglio la propria carriera, ma non Irene Frachon che, da buona bretone, non molla l’osso e va fino in fondo alla faccenda. Ennesimo ottimo film di un ottimo Festival, strano che se ne sia parlato così poco.

Prima di andarmene sono riuscito a guardare il red carpet di Meryl Streep. Bello vedere tutta quella gente, tutti quei giovani e tutto questo affetto per un’attrice che appartiene forse a un’altra generazione, ma che sembra davvero di tutti. Regale, elegante, con una classe impareggiabile. Non ho assistito all’incontro del pomeriggio perché avevo già avuto la fortuna di esserci nel 2009, quando aveva ricevuto il Marco Aurelio alla carriera, ma sono certo che ne sarebbe valsa comunque la pena. Domani è il penultimo giorno di Festival e mi aspettano tre film che potrebbero essere davvero uno meglio dell’altro. Ora scusatemi ma devo vedere “Captain Fantastic”. No, non parlo di Viggo Mortensen, parlo di Francesco Totti titolare in Europa League. A domani.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 7

Mercoledì 19 Ottobre.
Stamattina ho fatto una tipica cosa alla me: per colpa della metro infame sono arrivato a Piazzale Flaminio soltanto alle 8.45. Il tram mi è partito davanti nel momento in cui sono arrivato alla fermata. Cosa farebbe una qualunque persona sana di mente? Aspetterebbe il tram successivo, che di solito arriva in 5-6 minuti. Cosa faccio io? Me la faccio a piedi, “così mi godo un po’ di aria frizzante del mattino”. Cosa succede? Ad una sola fermata dall’Auditorium, arriva il tram, io sono proprio davanti alla fermata, così salgo, faccio una sola fermata (200 metri) e scendo. Conclusione: ho camminato di corsa inutilmente, il problema è che non è la prima volta che faccio cose del genere e senza ombra di dubbio non sarà l’ultima. Ad ogni modo arrivo in Sala Petrassi per le 9.05 e trovo il posto dei sogni, nel corridoio centrale, dove si possono distendere le gambe a più non posso. Penso: “Non ci credo, appena mi ci siedo arriverà qualcuno che mi dirà che non posso stare qua, sicuro”. Invece non solo ci posso stare, ma vedo anche un grande film, anche abbastanza sottovalutato visto che la sala non è proprio stracolma (ma davvero siete andati tutti a vedere “Maria per Roma” nella Sinopoli?). Parliamo di “Hell or High Water” di David Mackenzie, già presentato nientepopodimenoche a Cannes lo scorso maggio (sezione Un Certain Regard) e già Re della Black List del 2012 (ovvero la lista delle cinque sceneggiature più belle dell’anno ma non ancora prodotte). Il film è Texas puro, fino al midollo. Sembra un romanzo di Lansdale con un tocco alla “Non è un paese per vecchi”. Si tratta della storia di due fratelli che, per salvare la fattoria di famiglia, derubano le filiali della banca che li sta rovinando. Sulle loro tracce un vecchio ranger (Jeff Bridges straordinario) in cerca di gloria prima dell’imminente pensionamento. Potrebbe essere il film più bello del Festival di quest’anno, senza dubbio è nella mia Top5.

Subito dopo mi sono goduto un po’ di pace. Ah ah. Scherzavo. In realtà è successa una cosa bizzarra. Innanzitutto dopo 10 edizioni del Festival in cui avevo sempre evitato questo bar sono entrato per la prima volta al Red e ho constatato che anche lì, nonostante il prezzo alto e l’ottima impressione, i cornetti non sono un granché. Mi dite chi è che ama quella glassa trasparente appiccicosa sopra i cornetti? Perché ce la mettono? Si appiccica alle dita, ai denti, al palato e quel che peggio non sa di niente. Il cappuccino però era molto buono. Alle 11 avevo la proiezione di “Goodbye Berlin” di Fatih Akin (e me lo dite così!), solo che soltanto dopo ho capito che quella per la stampa era allo Studio3. Alla stessa ora c’era la proiezione per le scuole nella Sala Mazda e io, vedendo alcuni ragazzi in coda con l’accredito, sono entrato subito insieme a loro, scoprendo molto tempo dopo che si trattava della giuria di Alice nella Città. Quindi sono riuscito a mimetizzarmi in un gruppetto di quindicenni io che potrei essere loro padre. Temevo tanto le scolaresche in sala, che in realtà dopo un inizio agitato si sono calmate abbastanza, permettendomi di godermi questo film. Road movie originale e divertente, tratto da un romanzo, in cui l’asociale della classe (Maik, il protagonista) e il suo nuovo compagno di banco (nome mezzo russo impronunciabile, il delinquente) restano delusi dopo aver scoperto di non esser stati invitati alla festa di compleanno della ragazza più desiderata della classe. Quel mezzo criminale del russo ruba una macchina e convince Maik a salire in macchina con lui. I due inizieranno un’avventura per le strade e le autostrade della Germania, dove l’asociale imparerà ad essere meno invisibile e il criminale si rivelerà essere invece un bonaccione. “Non si può trattenere il respiro per sempre”. Un film pieno di belle sensazioni, bei momenti e bei personaggi, piacevole e mai banale, con un finale davvero molto dolce. Gradevolissima sorpresa (anche se con quel grande di Fatih Akin c’è ben poco da sorprendersi). Considerando che ancora non ho deciso se andare o no a Berlino la prossima settimana, il titolo del film lo trovo un segno alquanto inquietante.

Terzo e ultimo film di questa giornata positiva è il buonissimo “Goldstone” di Ivan Sen, sequel di “Mistery Road” (del 2014). Nell’arido deserto australiano c’è un paesino. In questo paesino giunge un detective che beve ma al tempo stesso sa il fatto suo. Il capo della polizia (nonché unico poliziotto) del paesino è un ragazzetto un po’ ingenuo ma in gamba. I due si detestano un po’, almeno fin quando non si ritrovano dalla stessa parte in un’indagine su prostituzione, tratta di ragazze cinesi e impicci vari messi in piedi dalla Sindaca locale, una grandiosa Jacki Weaver (come al solito). La fotografia e la messa in scena sono meravigliose, ci sono delle riprese aeree che ho trovato fighissime e una luce veramente interessante, che molto spesso sfrutta la “golden hour” prima del tramonto. Una piacevole sorpresa anche questo film, molto snobbato, ma che invece meritava decisamente di essere visto.

Per il resto domani ci sta finalmente un po’ di vita: arriva Meryl Streep e, secondo voci incontrollate, potrebbe esserci pure Hugh Grant. Domani giornata piena, con quattro film per me e subito dopo Totti in campo in Europa League. Ma voi volete sentir parlare di cinema lo so, quindi ahimé vi racconterò solo le prodezze del Festival. Oggi comunque è un giorno importante: festeggio l’ultimo viaggio in metropolitana di questo Festival. Addio metro B, addio cambi a Termini con la folla che arriva fino alle scale, addio tram che mi parte davanti: da domani torno a cavalcare il Lungotevere con la mia macchinetta, un cd di Springsteen nello stereo, il vento tra i capelli, verso il film di Stephen Frears. Wow, se non dovessi alzarmi alle 7 sarebbe davvero tutto molto bello (come lo direbbe Bruno Pizzul). Adieu.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 6

Martedì 18 Ottobre.
Ci sono certi giorni in cui tutto sembra andare bene, quasi bene: ti fai 7 ore di sonno filate, ti alzi riposato, la metro non è stracolma ma anzi il viaggio è quasi rapido e godibile, entri in sala con calma, trovi il posto dove puoi stendere bene le gambe, e poi lui. Ben Affleck che interpreta un commercialista autistico. E allora pensi che così questa giornata che sembrava nata sotto una buona stella in realtà non è poi così bella. “The Accountant” è un film di Gavin O’Connon che gode di una buona prima mezzora, prima che Ben Affleck si trasformi in una cosa tipo che ce faccio co Batman se posso esse un commercialista autistico addestrato da piccolo a fare thai boxe e altre cosette che uccidono. L’idea di base non è male: una società di elettronica scopre una falla nei suoi conti e chiama il più grande commercialista del mondo conosciuto per una consulenza. Ma per mettere i piedi in testa a chi fa gli impicci non ci vuole ben altro, ci vuole Ben Affleck (omaggio a Maccio), il quale scopre un inghippo gigante. La società che lo ha ingaggiato decide allora di eliminarlo, pensando che sia facile uccidere un matematico: “Con cosa ti può colpire? Con una calcolatrice?”. In realtà il nostro Ben Affleck, finalmente in parte nel ruolo di un personaggio che non ha espressioni, è tipo un superfijodenamignotta (cit. Lo Zingaro de “Lo chiamavano Jeeg Robot”), e ovviamente ad essere eliminato non sarà lui. Ripeto: prima mezzora molto convincente, poi il film diventa divertente in maniera involontaria. Ad ogni modo alle 9 del mattino ci voleva un film che tenesse svegli, quindi bene così, anche perché l’alternativa sarebbe stata “The Secret Scripture” di Jim Sheridan, di cui cinque persone su cinque me ne hanno parlato come la cosa più inguardabile di tutto il Festival, tipo una fiction di Canale5 fatta male. Riporto solo ciò che ho ascoltato, Jim non volermene.

Alle 11 ho dato una chance a “Naples 44”, ma un film raccontato interamente da una voce fuori campo (anche se la voce era quella di Benedict Cumberbatch) non è una cosa che ero in grado di sopportare in quel momento. Per carità, le immagini di repertorio dell’entrata degli Americani a Napoli erano davvero meravigliose e suggestive, ma avevo bisogno di prendere un po’ d’aria, un po’ di caffé, un po’ di qualcosa che mi restituisse un minimo di vita. Quindi dopo mezzora ho abbandonato la Petrassi e sono sceso al bar. Dopo essermi cibato e aver ascoltato una delle conferenze stampa più noiose di sempre, quella del pur bravo Matt Dillon, ho finalmente dato un senso a questa giornata moscia con uno dei migliori film visti sinora al Festival: “Nocturama” di Bertrand Bonello. Già che si chiama come un album stupendo di Nick Cave è un buon indizio. Un gruppo di ragazzi organizza un attacco violento in alcuni punti strategici di Parigi: ci sono esplosioni, incendi, omicidi, il panico insomma. La banda si nasconde per la notte all’interno di un Grande Magazzino dove, ignara di tutto ciò che sta succedendo nella città, vive una notte da sogno tra i negozi e gli scaffali del magazzino. Qui si materializzano sogni, si è re per una notte, ma non è detto che tutto fili liscio… Un finale allucinante e splendido nella sua freddezza racconta perfettamente la confusione e lo stato di tensione che vive la Francia in questi mesi, soprattutto in seguito alle direttive del governo a proposito di terrorismo. Un film che prende molte direzioni, ci mostra tutto nei minimi dettagli, gioca con il tempo e lo spazio, salta da un momento all’altro per poi tornare indietro a riproporci la stessa scena da un nuovo punto di vista (“Rashomon” fa sempre scuola). E alla fine non puoi far altro che restare agghiacciato dai titoli di coda. Film molto bello, come ha detto una delle voci più autorevoli della rassegna, si tratta finalmente di “un film da festival”.

In serata è avvenuto l’incontro con in grande David Mamet, premio Pulitzer, oltre che sceneggiatore di un capolavoro come “Gli Intoccabili” di De Palma. Neanche a dirlo, me lo sono perso. Domani altri tre film che promettono scintille: secondo il mio istinto domani sera staremo su queste pagine a parlare di tre filmoni. Il mio istinto, normalmente, sbaglia poco. Forse. Speriamo. Vediamo domani. Buonanotte.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 5

Lunedì 17 Ottobre.
Dopo le idilliache due mattinate in cui la mia 600 blu scorreva soavemente sul Lungotevere deserto del weekend, questa mattina, in metropolitana, ho praticamente recuperato il film di Herzog: nessuna proiezione, nessun accredito, nessuna sala, semplicemente “Into the Inferno”. Vista la durata di questa improvvisa avventura mattutina, mi sono palesato in Sala Petrassi con quindici minuti di ritardo. Appena arrivato, dopo l’odissea metropolitana del lunedì mattina, ho trovato nella sala buia una meravigliosa scena bucolica sullo schermo: c’era Viggo Mortensen che suonava la chitarra seduto all’aperto in una foresta, un piccolo falò acceso e sei ragazzini intorno. Come dire, la quiete dopo la tempesta. Si trattava di “Captain Fantastic” che, a dispetto del titolo ingannevole, non è un film della Marvel dedicato a Francesco Totti, ma una piacevolissima avventura famigliare. Un road-movie decisamente sopra le righe, dove papà Viggo e i suoi sei prodigiosi pargoli (i quali per inciso vivono tutti insieme dentro una foresta) si lanciano nel mondo reale per dare alla mamma defunta il funerale hippie che desiderava (a dispetto del padre di lei, che vuole imporre l’agghiacciante rito cristiano). Film molto bello e con una versione acustica di “Sweet Child O’ Mine” decisamente inaspettata.

Dopo le corse mattutine finalmente un po’ di respiro. Oggi mi attendono ancora altri tre film e ho sulle spalle un po’ di birre e cinque ore di sonno. Ogni momento di respiro è un momento sacro. Com’è, come non è, pochi minuti dopo sono nella mitica ultima fila del Teatro Studio per la proiezione di “Denial”, con Rachel Weizs, Tom Wilkinson e Timothy Spall. Ho sempre avuto un debole per i film ambientati in tribunale, e la curiosità del caso (un negazionista dell’Olocausto cita per diffamazione una storica ebrea e la casa editrice che ha pubblicato il suo libro) ha reso il film sicuramente più interessante di altri. Dalla sua parte ha fortunatamente la mancanza di retorica (non far testimoniare i sopravvissuti è stata una gran bella mossa da parte della difesa), d’altro canto sin dal primo turning point già sai come andrà a finire il film, perché non ci potrebbero proprio essere dubbi, vista la delicatezza dell’argomento. Qualcosa quindi si perde, ma tutto sommato è un film sufficiente, ad esclusione dell’acconciatura di Rachel Weisz. Eccezionalmente per oggi l’attrice inglese è stata squalificata dal club delle 356 donne della mia vita, dovrà farsene una ragione.

Dopo questa mattinata intensa e dopo un pranzo al sacco finalmente sostanzioso (un’insalata di riso, ovvero i resti del mio compleanno di ieri), mi regalo la prima conferenza stampa di questa edizione, giusto per fare qualche foto a Viggo Mortensen. Immancabile la domanda sulle presidenziali USA: Viggo, a ragione, afferma che si tratta della peggiore accoppiata di candidati da quando ha memoria. Subito dopo, caffè e camminata fino alla sala Mazda per la proiezione del film indipendente italiano “2Night”, che ha attirato la mia attenzione soprattutto perché sono circa tre anni che sto cercando di scrivere una storia dove il personaggio principale guida per Roma tutta la notte. In questo film, se non ci siete ancora arrivati, il personaggio principale guida per Roma tutta la notte. Visto che sono un pignolo devo subito dire a Ivan Silvestrini che uno che conosce Roma come me non ha potuto fare a meno di notare che se parti da Garbatella e devi andare al Pigneto, mai e poi mai passi da via del Porto Fluviale e dal Ponte di Ferro. Se poi dopo dieci minuti che i due protagonisti parlano, vedi la macchina sbucare a Piazzale Ostiense, ti senti decisamente raggirato (e comunque mi sono accorto che sono passati due volte dal ponte di ferro sa’!). Ma visto che sta cosa può dar fastidio solo a uno come me, passiamo a cose più serie, ovvero il film vero e proprio: l’idea di fondo, che da quel che ho letto è il remake di un film israeliano, è interessante. Un ragazzo e una ragazza si conoscono in discoteca e decidono di andare a casa di lei per vivere l’avventura di una notte. Arrivati al Pigneto non trovano parcheggio (e te credo!), i due finiscono così per girare decine di minuti tra Prenestina e Casilina alla ricerca di un posto, in modo tale da poter finalmente salire a casa di lei e dare un senso alla serata. Nel frattempo parlano tanto e si conoscono meglio. Ora, a parte il fatto che se dovessi passare la notte a casa di Matilde Gioli io parcheggerei pure in verticale sopra le strisce, il resto è abbastanza guardabile e molto vagamente (ehi, ho detto “MOLTO VAGAMENTE”) mi ha fatto anche pensare al meraviglioso “Before Sunrise” di Linklater. Comunque un buon lavoro.

Dopo tre film in poche ore stavo già cominciando a scapocciare, figurati se invece di andare a casa non me ne andavo di nuovo in sala Mazda a guardarmi stavolta “Snowden”, il film di Oliver Stone che era stato presentato venerdì scorso. Le voci di un gran ritorno di Stone erano abbastanza fondate: il film è decisamente interessante, intrigante, pieno di ottimi risvolti. Mi è piaciuto molto in particolare il rapporto tra Snowden e la sua ragazza, la frustrazione per il fatto di non poterle rivelare nulla è totalmente ben raccontata da farcela sentire addosso. Per chi non lo sapesse, Edward Snowden è un informatico statunitense per molti anni al soldo della CIA, finito alla ribalta per aver denunciato pubblicamente la usuale e recidiva pratica del governo statunitense di spiare e controllare (illegalmente) i suoi cittadini tramite le apparecchiature tecnologiche. Se in questo momento la CIA mi volesse spiare tramite la webcam del mio pc, vedrebbe un trentacinquenne spettinato, morto di sonno, con un bicchiere di Peroni al fianco e una voglia matta di finire questo pezzo e mettersi a letto a leggere. Mentre andavo via dall’Auditorium ho incrociato nuovamente Viggo Mortensen e così, mentre sognavo di tornare a casa in un baleno e farmi 14 ore di sonno, ho immaginato Aragorn dirmi, con addosso l’improbabile camicia hawaiana che portava oggi: “Figli di Roma! Di Monda e della De Tassis! Fratelli miei! Vedo nei vostri occhi la stessa stanchezza che potrebbe afferrare il mio cuore! Ci sarà un giorno, in cui i film da vedere al Festival finiranno, in cui abbandoneremo la sveglia e spezzeremo ogni legame con la metropolitana alle 8 del mattino, ma non è questo il giorno! Ci sarà l’ora del sonno e dei materassi frantumati quando l’era degli accreditati arriverà al crollo, ma non è questo il giorno! Quest’oggi ci alziamo! Vediamo film! Per tutto ciò che ritenete caro in questo bell’Auditorium, v’invito a resistere!”. No, non è questo il giorno. Domani mi alzo di nuovo alle 7. Buonanotte.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 4

Domenica 16 Ottobre.
Come praticamente in ogni edizione del Festival, arriva il mio compleanno e io lo passo a fare una delle cose che amo di più: vedere film. Due bei film, per l’esattezza. E così Roma mi regala per i miei “trentatanti” anni una giornata d’estate, un cielo meraviglioso e una bellissima mattinata tra le sale dell’Auditorium. Appena arrivato in Teatro Studio alle 8 e 40 una ragazza si volta verso di me e mi domanda com’è andata la partita: credo fosse un modo molto gentile per dirmi che ieri pomeriggio in Sala Stampa abbiamo fatto un po’ troppo casino (ma d’altronde non capita tutti i giorni di vincere a Napoli!). Detto ciò, parliamo dei bellissimi film di oggi. “Tramps”, di Adam Leon, è un notevole indie ambientato tra le vie di una New York finalmente lontanissima dai soliti cliché, ma che è senza dubbio parte fondamentale della storia: le sue metropolitane, le strade, i marciapiedi, le stazioni… Una volta Hitchcock disse di essersi appuntato, mentre era in dormiveglia, un sogno che aveva appena fatto, talmente bello da sembrargli un’idea geniale per un film. Appena sveglio andò subito a leggere cosa aveva annotato, visto che non ricordava nulla del suo sogno. Sul foglio c’era scritto: “Un ragazzo e una ragazza si incontrano”. Nient’altro. A questo incontro Adam Leon aggiunge una valigetta da recuperare e il film, nella sua semplicità, si trasforma in un bellissimo viaggio metropolitano tra due solitudini che lentamente smettono di essere tali. Un modo bellissimo di cominciare la “mia” giornata. Subito dopo, grazie ad una delle invenzioni più belle della storia dei Festival di cinema, ovvero il passaparola, sono corso a recuperare “Sing Street” del bravissimo John Carney, probabilmente il film sinora più amato in questi primi quattro giorni di Festival. Il regista di “Once” e “Begin Again”, trova la quadratura del cerchio con una nuova pellicola dove musica, amicizia e amore sono il senso totale e definitivo dell’esistenza umana. Un ragazzo di Dublino, per far colpo su una ragazza, mette su una rock band per conquistarla. Una pellicola divertentissima, arricchita da personaggi irresistibili e da una colonna sonora notevole (che spazia da “Rio” dei Duran Duran a “Inbetween Days” dei Cure o “I fought the law” dei Clash, per citarne alcune). Bellissimo, uscirà in sala il 9 novembre, quindi se non potete vederlo in questi giorni non disperate, lo potrete recuperare in sala il giorno in cui i cinema costeranno 2 euro. Mi raccomando.

In questa bella domenica da Festival c’è da segnalare la calca per Jovanotti, in arrivo sul red carpet proprio in questi minuti e il documentario di Werner Herzog “Into the Inferno”, che sembra aver pienamente convinto solo gli appassionati di vulcanologia. Una cosa che mi diverte molto è ascoltare i commenti altrui mentre cammino per il foyer dell’Auditorium: oggi ho avuto un’altra conferma a proposito di “Afterimage” di Wajda, che purtroppo non riuscirò più a vedere. Ad ogni modo oggi giornata divisa a metà tra passione e festeggiamenti. Il cinema ha aperto le danze ma ora scusatemi, vado a bermi qualche birra alla mia salute. A domani!

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