Recensione “A girl walks home alone at night” (2014)

Il film è finito da pochi minuti e negli occhi ancora scorrono le immagini del primo incontro tra il giovane Arash e la misteriosa protagonista: un rallenty, una strobosfera e l’incedere incalzante della meravigliosa “Death” dei White Lies in sottofondo, mentre i due personaggi si fondono lentamente in un abbraccio. L’opera prima di Ana Lily Amirpour è una sorta di western urbano in lingua persiana: inquietante fotografia in bianco e nero, una ragazza-vampiro in skateboard, atmosfera da comics, colonna sonora magnifica e quella leggerezza indie capace di rendere questi 100 minuti semplicemente irresistibili. Suggestioni che derivano a tratti dal cinema di Tarantino, a tratti da quello di Jim Jarmush, in una pellicola pop, horror, vagamente western, difficilmente catalogabile ma senza dubbio affascinante.

Una misteriosa ragazza-vampiro si aggira di notte tra le strade della orribile Bad City, un luogo di morte e desolazione popolato dalla peggior feccia del genere umano. La ragazza segue i passi di coloro che osserva e una notte incontra su un marciapiede Arash, un ragazzo buono e solitario con il quale instaura immediatamente un’ambigua amicizia.

Lingua persiana e produzione statunitense: tra questo mix di culture scaturisce una pellicola ricca di influenze, sia a livello musicale (i persiani Kiosk, oltre ai già citati White Lies, regalano alla pellicola il mood di cui ha bisogno) che cinematografico (la nouvelle vague, il mumblecore e più in generale il cinema indipendente americano). Fino ad arrivare ad una fuga notturna in macchina sulla grande strada della libertà che sembra ricordare la Thunder Road di springsteeniana memoria. Un incontro surreale tra due anime solitarie in cerca di un posto nel mondo. Un piccolo grande gioiello cinematografico.

girl_walks_home_alone_at_night

Annunci

Festival di Roma 2014: La Festa di Muller

Presentata questa mattina la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, forse l’ultima dell’era Muller (il suo contratto, in scadenza a fine anno, è ancora da rinnovare). Un ritorno alle origini per la manifestazione che, nonostante mantenga nel nome la dicitura Festival, si ripropone come la Festa del Cinema di veltroniana memoria. La novità più interessante è senza dubbio l’abolizione di una giuria composta da addetti ai lavori: ad assegnare i premi quest’anno sarà il pubblico attraverso uno speciale sistema di voto telematico (tramite le postazioni site all’Auditorium o l’app per smartphone), grazie ad un codice presente su ogni biglietto. Quindi niente più premi ai migliori attori, alla sceneggiatura, alla regia e al contributo tecnico: il pubblico assegnerà soltanto il premio per il miglior film di ogni categoria. Andiamo a vedere nello specifico cosa succederà in questa nona edizione, che si svolgerà all’Auditorium dal 16 al 25 ottobre.

Cinema d’oggi: Il concorso del Festival prevede 16 film, più tre fuori concorso. Quest’anno mancano titoli del calibro di “Her” e “Dallas Buyers Club”, ma ci si può consolare con una serie di autori interessanti: ad esempio gli italiani Scimeca, Noce e Piva (rispettivamente con “Biagio”, “La foresta di ghiaccio” e “I milionari”), gli argentini Ortega  e Rosselli (“Lulu” e “Mauro”), il film cinese “Shier Gongmin” (remake del capolavoro “La parola ai giurati”) e l’unico statunitense in concorso, ovvero “Time out of mind” di Oren Moverman (con Richard Gere e Steve Buscemi).

Gala: Nella categoria gala una serie di film fuori da ogni concorso, la maggiorparte dei quali presentati in anteprima al Festival. I titoli più interessanti sono senza dubbio “Black and White” con Kevin Costner, “Buoni a nulla” di Gianni Di Gregorio, “Eden” della bravissima Mia Hansen-Love, “Gone Girl” di David Fincher (tra i film più attesi dell’intero Festival), “As the Gods will” dell’habitué Takashi Miike, il film d’animazione “Kahlil Gibran’s The Prophet”, “Still Alice” con Julianne Moore, “Trash” di Stephen Daldry (scritto da Richard Curtis) e “Tre tocchi” di Marco Risi.

Mondo Genere: La nuova sezione del Festival propone soltanto film di genere, come intuibile dal nome. I titoli più interessanti dei sette proposti sono senza dubbio “Nightcrawler” con Jake Gyllenhaal, “La prochaine fois je viserai le coeur” con Guillaume Canet, “Stonehearst Asylum” di Brad Anderson e l’attesissimo “Tusk” di Kevin Smith.

Prospettive Italia: Uno sguardo sul nuovo cinema italiano, tra film di finzione e documentari. Molta curiosità per il nuovo film di Roan Johnson, “Fino a qui tutto bene”.

Eventi: Arriva a Roma l’ultima grande interpretazione di Philip Seymour Hoffman, insieme a Willem Dafoe, Daniel Bruhl, Robin Wright e Rachel McAdams in “A most wanted man”. Sembra imperdibile anche l’ultima fatica del coreano Park Chan-Wook, “A rose reborn”.

Incontri: Punto forte di ogni edizione del Festival, anche quest’anno le Masterclass e gli incontri presentano un menu di tutto rispetto: Brad Anderson, Park Chan-Wook, Geraldine Chaplin, Kevin Costner, Takashi Miike, Clive Owen, Walter Salles, Wim Wenders e la consegna del Maverick Award all’indimenticabile Tomas Milian.

Retrospettive: Il focus di questa edizione è sul cinema gotico italiano, che presenta una selezione che farebbe venire l’acquolina in bocca a Quentin Tarantino e Eli Roth. Nel programma, inclusivo di un incontro con Joe Dante, troviamo una lunga scelta di film degli anni 60: da Antonio Margheriti a Riccardo Freda, da Giorgio Ferroni a Damiano Damiani, da Federico Fellini a Camillo Mastrocinque, fino ad una retrospettiva incentrata sul cinema di Mario Bava.

Alice nella Città: La categoria indipendente del Festival anche quest’anno presenta un programma decisamente interessante, con “Doraemon”, l’atteso “Guardiani della galassia” e il nuovo film di Jean-Pierre Jeunet, “Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet”.

Festival di Roma 2012 (Giorno 9): A sorpresa vincono “Marfa Girl” e Paolo Franchi

La settima edizione del Festival di Roma si chiude nell’imbarazzo. “E la chiamano estate”, definito quasi all’unanimità il peggior film ha invece conquistato ben due premi: miglior regia per Paolo Franchi e migliore attrice per Isabella Ferrari. Il Marc’Aurelio d’oro al miglior film è andato invece a “Marfa girl” di Larry Clark, a dispetto di qualunque previsione della vigilia. La giuria, presieduta da Jeff Nichols, ha definitivamente affondato la credibilità di un Festival che mai come quest’anno è sembrato debole e, quel che peggio, di basso livello. Premiato il sesso dunque, visto che sia Clark che Franchi hanno incentrato le loro pellicole su questa tematica: ma se in “Marfa girl” le atmosfere create dallo squallore di questa cittadina del Texas hanno in qualche modo raggiunto (nel bene o nel male) l’obiettivo cercato dal regista, i premi per “E la chiamano estate” sono apparsi totalmente fuori luogo, immotivati e soprattutto ingiusti, ancor di più alla luce di alcune altre pellicole che avrebbero sicuramente meritato miglior sorte.

Per quanto riguarda gli altri premi, Jeremie Elkaim di “Main dans la main” ha battuto Charlie Sheen, Hideaki Ito e Stephen Dorff come miglior attore. Alla vigilia del Festival avevamo annunciato (totalmente a scatola chiusa) che il film della Donzelli avrebbe vinto almeno un premio: abbiamo avuto ragione. “Alì ha gli occhi azzurri”, un po’ a sorpresa, conquista invece il premio speciale della giuria, un bel segnale per il cinema italiano e una forte iniezione di fiducia per un autore interessante come Claudio Giovannesi (che ha vinto anche un premio collaterale per la migliore opera prima o seconda). Inaspettato il premio al migliore interprete emergente: Marilyne Fontaine di “Un enfant de toi”, quarta incomoda del triangolo amoroso del film, raccoglie un riconoscimento sul quale nessuno avrebbe puntato.

Il premio per il miglior contributo tecnico va giustamente alla splendida fotografia di “Mai morire”, realizzata da Arnau Valls Colomer, mentre “The motel life”, uno dei favoriti della vigilia, si è aggiudicato il premio per la migliore sceneggiatura e il premio del pubblico. Restano così a bocca asciutta le spose celesti di Fedorchenko e il film di Takashi Miike, entrambi molto amati dalla critica, così come “A glimpse inside the mind of Charles Swan III”, che in molti davano per favorito.

Nelle altre sezioni premiati il bellissimo film brasiliano “My sweet orange tree”  (Alice nella città), “Avanti popolo” (miglior film in Cinemaxxi), “Picas” (premio della giuria in Cinemaxxi), “Panihida” (miglior cortometraggio in Cinemaxxi), “Cosimo e Nicole” (miglior film in Prospettive Italia), “Pezzi” (miglior documentario in Prospettive Italia), “Il gatto del Maine” (miglior cortometraggio in Prospettive Italia). Il Mouse d’oro, premio della critica online ai Festival di Cinema, è andato invece a “The motel life” (a conferma dei gusti del pubblico). Si chiude così l’edizione forse più controversa e bistrattata del Festival di Roma: come ogni anno ci si domanda se vedremo una nuova edizione l’anno prossimo, e mai come stavolta siamo certi che ci sarà ancora una volta, anche perché con le elezioni comunali del prossimo maggio sarebbe improbabile e impopolare per l’eventuale nuovo sindaco perdere il Festival della capitale. Ad ogni modo, noi ci saremo.

pubblicato su Livecity

Capitolo 187 (Speciale Festival di Roma 2012)

E anche questo Festival è andato, per la settima volta abbiamo messo le tende all’Auditorium e aperto gli occhi alle pellicole selezionate, non sempre tutte all’altezza delle aspettative. Alcune sorprendenti, alcune deludenti, alcune appassionanti, alcune soporifere: ecco per voi una piccola e breve guida alla settima edizione del Festival di Roma. Tutti i film visti dal sottoscritto dalla A alla Z, o meglio, da “Alì ha gli occhi azzurri” fino a “il Volto di un’altra”. E stavolta diamo anche i numeri, o meglio, i voti.

Alì ha gli occhi azzurri (Concorso) voto 6,5: C’è chi lo definisce una “Haine” all’amatriciana. Fatto sta che si sta sviluppando un nuovo filone di cinema di periferia (vedi il bellissimo “Et in terra pax”), che a modo suo, nonostante il pericoloso sentore di deja-vu, affascina. Bravo Giovannesi.

Animals (Alice nella Città) voto 5: Il “Donnie Darko” spagnolo? Gli piacerebbe. Una scuola, un ragazzo turbato che parla con un orsacchiotto di peluche (che però non è divertente come Ted), e il costante tentativo di voler sorprendere il pubblico, senza riuscirci fino in fondo.

la Bande de jotas (Fuori concorso) voto 6: Marjane Satrapi, dopo “Persepolis” e “Pollo alle prugne”, mette in piedi un film realizzato tanto per divertirsi, basato sull’espediente dello scambio delle valigie, dal quale nasce poi tutta la pellicola. Due innocui giocatori di badminton trasformati in killer. Diverte, ma non troppo.

Blackbird (Alice nella Città) voto 8: Uno dei migliori film visti al Festival. Completo, emozionante, a tratti kafkiano (“Il processo” è un punto di riferimento): un ragazzo viene arrestato con l’accusa di voler programmare una strage nella sua scuola, stile Columbine. Il protagonista si ritrova catapultato ingiustamente in un mondo non suo, in cui dovrà dimostrare la sua innocenza di fronte alla comunità e soprattutto di fronte alla ragazza che ama. Bellissimo

Bullet to the head (Fuori concorso) voto 6,5: Walter Hill rispolvera l’action movie anni 80 e chiama uno dei volti simbolo di quel decennio, l’intramontabile Sylvester Stallone. Un’ora e mezza di ironia, botte, spari, caccia all’uomo, ma soprattutto di intrattenimento. Non si prende mai troppo sul serio, e questa è la sua forza.

il Canone del male (Concorso) voto 7,5: Takashi Miike è un maestro, e qui mette in piedi una giostra di follia dove il mattatore è un professore di liceo, popolarissimo tra gli studenti, insospettabile autore di una strage folle e calcolata. Un film che parte lentamente e aumenta di ritmo con il passare dei minuti, fino allo spettacolare bagno di sangue finale, sulle note di “Mack the Knife” cantata da Ella Fitzgerald.

il Cecchino (Fuori concorso) voto 6,5: Placido espatria e con il suo film francese realizza il classico polar d’oltralpe, con il vecchio poliziotto alla ricerca della verità che cambierà la sua vita. Un bel poliziesco, fa il suo dovere senza infamia, avendo dalla sua un paio di ottimi attori come Daniel Auteuil e Matthew Kassowitz.

le 5 leggende (Fuori concorso) voto 6,5: Il film di Natale della Dreamworks, con i personaggi amati e creduti dai bambini che qui si trasformano in eroi per impedire all’Uomo nero di conquistare le paure dei piccoli e distruggere il mito di Babbo Natale, della fata dei denti, del coniglio pasquale, dell’omino dei sogni e dell’ultimo arrivato, Jack Frost. Tanti buoni sentimenti e qualche bella trovata.

Comme un lion (Alice nella città) voto 6,5: Un ragazzo senegalese viene mandato (dopo un lauto pagamento) in Francia per partecipare a dei provini calcistici. L’ingaggio però si rivela una truffa e il protagonista si ritrova solo, senza soldi, senza amici, in un Paese sconosciuto. Con il suo talento conquisterà la fiducia di un allenatore di periferia, che lo aiuterà come un figlio. Bello, anche se nel finale perde qualcosa.

Drug war (Concorso) voto 6: Talpe, infiltrati, gangster, droga, mafia cinese. Johnnie To è sempre lui, anche se mi aspettavo decisamente di più. Nonostante alcune trovate eccellenti, il film appare poco ispirato, un po’ debole, e alla lunga annoia un po’. Ma lo stile di To riesce sempre a portare i suoi film almeno alla sufficienza, come in questo caso.

E la chiamano estate (Concorso) voto 4: Il peggior film del Festival, presuntuoso, banale, con dialoghi bruttissimi, tempi morti a ripetizione e una fotografia inguardabile. Il regista Paolo Franchi lo ha definito un film coraggioso, non a torto: c’è voluto coraggio a produrre una cosa del genere. Sono stato costretto a lasciare la sala dopo neanche un’ora, non è qualcosa che mi capita spesso. Un insulto per lo spettatore.

un Enfant de toi (Concorso) voto 7: Non capisco perché sia piaciuto soltanto a me e a pochi altri, è un film bellissimo, troppo lungo sicuramente (2 ore e 20), ma bellissimo. Un triangolo amoroso mai banale, dialogato in modo brillante e mai noioso, con una protagonista capace di reggere il film sulle sue spalle, ago della bilancia di una storia simile ad una partita a scacchi: può annoiare, a me ha appassionato.

Eterno ritorno: provini (Concorso) voto 5,5: Film ucraino originalissimo quanto faticoso. Un uomo, innamorato di due donne, ritrova un’amica che non vede da anni e le chiede un consiglio su quale delle due scegliere: la stessa scena è ripetuta praticamente per tutto il film, alternando gli attori, le ambientazioni, il tono. Queneau e i suoi esercizi di stile sono dietro l’angolo. Un film capace di raccontare le infinite possibilità del cinema, ma bisogna avere pazienza. Bellissimo il bianco e nero.

Full Metal Jacket (Evento speciale): Niente voto in questo caso, per manifesta superiorità. Il Festival ha celebrato i 25 anni del capolavoro di Kubrick riproponendo il film su grande schermo. Alle 9 del mattino la sala era gremita di appassionati, e rivedere una pellicola così bella su schermo cinematografico è stata una delle esperienze più memorabili di questa edizione del Festival.

Full Metal Joker (Evento speciale) voto 6,5: Documentario-intervista incentrato su Matthew Modine, protagonista di “Full Metal Jacket”. Oltre ad un curioso quanto affascinante parallelo tra il Marcello de “La dolce vita” e il Joker di Kubrick, quel che ne esce fuori è un bellissimo ritratto di una persona speciale, impegnata nel sociale, che parla di pace nel mondo con una delicatezza ed una passione degna del miglior Gandhi. Lavoro molto interessante.

Gegenwart (Cinemaxxi) voto 5,5: Documentario tedesco incentrato su un forno crematorio. Praticamente senza dialoghi, a parlare sono le immagini fisse (costruite meravigliosamente). Esteticamente impeccabile, ma un po’ troppo freddo, e alla lunga stancante.

a Glimpse inside the mind of Chales Swan III (Concorso) voto 8: Il mio film preferito di questo Festival. Folle, curioso, assurdo, divertente, dolce, con un protagonista eccezionale e quell’allegra pazzia che fa pensare un po’ a Wes Anderson, un po’ ai Coen. E poi quei tre grandi: Charlie Sheen, Bill Murray, Jason Schwarzman. Grandioso.

Ixjana (Concorso) voto 5: Thriller esoterico, onirico, un po’ alla Polanski, un po’ alla Pawlikowski. Sembra che i polacchi facciano solo film strani, e alla lunga quasi incomprensibili. Bella la fotografia, l’atmosfera, e le schitarrate elettriche della sua colonna sonora. Non basta.

Jeunesse (Alice nella Città) voto 6,5: Trasposizione cinematografica della vicenda autobiografica della regista Justine Malle, figlia di Louis, che nel film racconta la storia di una ragazza di vent’anni alle prese con la malattia degenerativa del padre e i palpiti d’amore. “I want you” di Bob Dylan illumina la colonna sonora. Bellino, leggero, come i film francesi sanno essere.

Main dans la main (Concorso) voto 7: Valerie Donzelli torna dopo il bellissimo “La guerra è dichiarata” e stavolta cambia registro, affidandosi ad una commedia romantica e assurda, in cui la sua coppia di personaggi è costretta a stare sempre insieme a causa di un curioso incantesimo. Leggero e dolce, ironico, da amare.

Marfa Girl (Concorso) voto 6,5: Larry Clark racconta lo squallore della provincia americana, ridotta al sesso e alla violenza. Bellissima l’ambientazione texana al confine tra USA e Messico, bellissima la fotografia. Funziona, checché se ne dica.

Mental (Fuori concorso) voto 5,5: Al Festival è stato molto amato, in realtà è una commedia australiana che finge di essere divertente, cerca di essere scorretta a tutti i costi, e mi ha annoiato terribilmente. Toni Collette è bravissima, ma il suo personaggio (una sorta di Mary Poppins scorretta) è insopportabile.

the Motel life (Concorso) voto 6,5: Bello, ma lo stanno osannando un po’ troppo. Classico film americano, si tratta di una storia d’amore fraterno, innevata dalle atmosfere di Reno, povero centro abitato del Nevada. Molto belli gli inserti animati all’interno della pellicola, ottima la colonna sonora (Bob Dylan e Johnny Cash duettano la meravigliosa “Girl from North Country”), bravissimi gli attori.

My sweet orange tree (Alice nella città) voto 7,5: Film brasiliano sorprendente, emozionante. In un piccolo paesino un bambino le combina di tutti i colori. L’amicizia con un uomo solitario gli permetterà di aprire le porte dell’immaginazione e di rendere speciali le loro esistenze, nonostante la mediocrità che li circonda. Film bellissimo.

una Pistola en cada mano (Fuori concorso) voto 6,5: Commedia spagnola ad episodi, in cui al centro delle storie ci sono le difficoltà degli uomini, in un sottofondo di divorzi, tradimenti, problemi di coppia. Da applausi l’incontro cinematografico tra il miglior attore argentino (il grande Ricardo Darin) e uno dei più bravi attori spagnoli (il sempre impeccabile Luis Tosar), protagonisti del terzo episodio, il migliore del film. Diverte e chiude bene il Festival.

Populaire (Fuori concorso) voto 7: Sembra un film statunitense degli anni 50 (guarda caso proprio il periodo in cui è ambientata la pellicola), con una protagonista femminile acconciata e ricalcata sull’immagine di Audrey Hepburn. Diverte, fa sorridere, ma lascia anche grande spazio all’amore, che non manca mai. Anche quando imita quello americano il cinema francese ha un altro passo, c’è poco da fare. Si chiude sulla frase cult “L’America per il business, la Francia per l’amore!”. Con Romain Duris e Berenice Bejo (bellissima quando suona al pianoforte il “Clair de lune” di Debussy…).

Ralph Spaccatutto (Alice nella Città) voto 7: Il film Disney-Pixar di Natale. L’antagonista di un videogioco di trent’anni fa è stufo di essere sempre il cattivo, e invade un altro game della salagiochi nel tentativo di essere eroe. Nasceranno un sacco di guai. Idea geniale, una sorta di “Toy Story” o di “Una notte al museo” in tema di videogames, con comparsate d’eccezione (Ken e Ryu di Street Fighter, il barista Tapper, Sonic, Pacman…) e idee geniali. Sbancherà i botteghini.

Steekspel (Cinemaxxi) voto 7: L’esperimento di Verhoeven è uno dei film più apprezzati a questo Festival, una giostra di amori, tradimenti, truffe, sotterfugi e risate. Film realizzato con una sceneggiatura praticamente scritta dagli utenti del web, che il regista aveva invitato a partecipare dopo aver messo in rete soltanto i primi quattro minuti di film. Da recuperare.

Suspension of disbelief (Cinemaxxi) voto 6: Quando si cerca di fare David Lynch senza essere David Lynch è un po’ un problema. Un film che indaga sulla morte di una ragazza dopo una festa movimentata: l’arrivo di sua sorella gemella nella casa del protagonista, uno sceneggiatore che sta scrivendo la storia del film stesso. All’interno del film, un altro film ancora, che sta interpretando la figlia del protagonista. Arzigogolato, ma a tratti funziona. Pecca un po’ di presunzione, ma ad ogni modo risulta un lavoro interessante.

il Volto di un’altra (Concorso) voto 6,5: Un film italiano diverso dagli standard tradizionali, volutamente sopra le righe, dove piovono tazze del cesso, cacca e un inspiegabile meteorite. Una critica kitsch alla società dell’apparenza, ai meccanismi contorti della televisione, che non smette mai di intrattenere. Non è piaciuto a tutti, ma secondo noi Pappi Corsicato funziona alla grande.

pubblicato su Livecity

Festival di Roma 2012 (Giorno 8): Ultimo giorno di proiezioni, domani i verdetti

Non sembra vero, il Festival di Roma sta per finire. I segni di questi nove giorni (compreso il giorno 0, che per la stampa è stato il vero e proprio inizio) sono ben visibili sui volti di colleghi e appassionati che hanno frequentato l’Auditorium in questo periodo, e ovviamente anche sul mio. Le palpebre ormai sono pesanti come macigni, nella mente le immagini dei film si accavallano e si mischiano, rendendo complicata un’analisi più approfondita. Ma proviamoci.

Innanzitutto occupiamoci prima di ciò che è successo oggi. In mattinata abbiamo visto l’ultimo film in concorso, “The Motel Life” dei fratelli Polsky, in cui gli sfortunati fratelli Emile Hirsch e Stephen Dorff fuggono da Reno in seguito ad un incidente in cui ha perso la vita un bambino. Una storia piena di neve e disperazione, intermezzata da alcuni bellissimi inserti animati (interpretazione visiva delle storie che il personaggio di Hirsch racconta al fratello), conclusa dalla splendida “Girl from North Country” duettata da Bob Dylan e Johnny Cash, talmente meravigliosa da rendere bello anche un film poco più che discreto.

La sezione Alice nella Città si conferma invece una delle poche sezioni ad uscire a testa alta da questo Festival: oggi ha strappato lacrime ed applausi il bellissimo “My sweet orange tree”, un film brasiliano sul rapporto tra un bambino vivace e incompreso e un misterioso e gentile signore del suo villaggio. Non è mancato chi l’ha definito il miglior film visto in questo Festival.
C’era molta curiosità anche per “La bande des jotas” di Marjane Satrapi, un simpatico divertissement on the road, in cui le strade della Spagna si trasformano nel terreno di un’improbabile caccia all’uomo effettuata da una donna misteriosa (accompagnata da due sconosciuti che per pietà si trasformeranno nei suoi sicari personali). Carino, passato piuttosto in sordina nonostante il nome della regista di “Persepolis” e “Pollo alle prugne”.
A chiudere il Festival ci ha pensato la pellicola fuori concorso di Cesc Gay, “Una pistola en cada mano”, un film a episodi basato su incontri casuali e sulle difficoltà degli uomini, con divorzi e tradimenti di fondo. Su tutti spiccano per bravura il grande Ricardo Darìn e il sempre impeccabile Luis Tosar, protagonisti del terzo episodio. Un film divertente, in cui il botta e risposta dei suoi duetti è il punto di forza di ogni storia.

Una nota di biasimo per il Festival è rappresentata dai pessimi sottotitoli delle pellicole straniere: refusi, errori ed orrori praticamente in ogni pellicola, una vergogna che ha trovato l’apice nella proiezione di “Eterno ritorno: provini”, dove gli errori erano praticamente ovunque. In questi giorni abbiamo ripetutamente incontrato “un’uomo” scritto con l’apostrofo, “kidnappers” (“rapitori”) tradotto in “rapinatori”, “don’t worry” tradotto “scialla”, “con la” trasformato più volte in “colla”, oltre a vari errori di battitura (lettere ripetute o invertite all’interno della stessa parola). Segno evidente di una sciatteria che non andrebbe sottovalutata.

Aspetteremo i verdetti di domani per tirare le somme, ma quella di Marco Muller non è stata di certo una delle edizioni più indimenticabili del Festival. I film di un certo livello si contano sulle dita di una mano, così come i momenti davvero memorabili (a nostro parere rappresentati dalla presenza di Stallone e dalla eccellente celebrazione dei 25 anni di “Full Metal Jacket”, tra cui la mostra fotografica di Modine). Ad ogni modo, come già detto, aspettiamo domani per tirare le somme.
Nel frattempo il letto ci aspetta, dopo quasi dieci giorni senza sonno. Domani mattina finalmente si dorme, non sembra vero!

pubblicato su Livecity

Recensione “A glimpse inside the mind of Charles Swan III” (2012)

Roman Coppola, dopo l’esordio nel 2001 seguito da una lunga serie di videoclip, torna a dirigere un lungometraggio affidandosi stavolta alla buona influenza ricevuta dalle collaborazioni con il suo amico Wes Anderson (con cui ha scritto le sceneggiature de “Il treno per il Darjeeling” e del recentissimo “Moonrise Kingdom”): lo stile del suo film infatti fa inevitabilmente tornare alla mente le strampalate situazioni della cinematografia di Anderson, con i suoi antieroi e le sue dolci secchiate di malinconia. Charles Swan III, interpretato da un Charlie Sheen in stato di grazia, è un personaggio indimenticabile, ingenuamente cattivo, inevitabilmente caciarone e combinaguai (ben affiancato dalla simpatia di Jason Schwartzman e dal sarcasmo di Bill Murray).

Charles Swan III è un celebre graphic designer: quando una sera la sua ragazza lo lascia, la sua vita si trasforma in un incubo. Il suo cuore spezzato lo porta ad immaginare le situazioni più assurde, e soprattutto a cercare le cause della fine del suo rapporto con la amata e odiata Ivana. Nel suo percorso di autoanalisi, circondato dagli amici più curiosi, il cinico protagonista dovrà ritrovare se stesso e accettare il corso degli eventi.

Un meraviglioso protagonista a metà strada tra il Drugo dei Coen e il Royal Tenenbaum di Wes Anderson, situazioni immaginarie al limite dell’assurdo, una busta piena di scarpe appesa ad un albero, un tassista russo che spaccia caviale, una memorabile dichiarazione d’amore, un tucano domestico e una colonna sonora perfetta. Come non amare questo film? Ditemelo voi, perché io non ci sono riuscito. Ancora un altro Coppola per continuare ad amare il cinema: avercene di famiglie così.

pubblicato su Livecity

Festival di Roma 2012 (Giorno 6): Stallone conquista l’Auditorium

Se ci sarà una giornata che sarà ricordata come simbolo della settima edizione del Festival di Roma, quella giornata sarà oggi. Il motivo? Sylvester Stallone, ovvero Rocky Balboa e John Rambo in persona. Il suo tappeto rosso è stato senza dubbio il più rumoroso e affollato di questo Festival, e la sua conferenza stampa, in compagnia del regista Walter Hill, la più seguita. Hill, che domani inconterà il pubblico, ha presentato questa mattina “Bullet to the head”, un action movie che sembra riportare lo spettatore ai film d’azione degli anni 80, con tanta ironia e tanti muscoli. Il consenso nei confronti del film è stato piuttosto unanime, e ci costringerà a recuperare la pellicola nella proiezione di domani pomeriggio.

A proposito di unanimità, il film “E la chiamano estate” di Paolo Franchi sembra aver messo più o meno tutti d’accordo: è il peggior film in concorso al Festival. C’è addirittura chi durante la proiezione si è alzato in piedi urlando «E lo chiamano film???», giocando con il titolo della pellicola. La conferenza stampa stavolta non è stata una formalità: le domande (a volte anche esageratamente) provocatorie dei giornalisti hanno trovato di fronte i silenzi del regista, inizialmente chiuso dietro i suoi «Passiamo ad un’altra domanda», per poi dunque chiarire in una maniera più signorile il suo modo di fare cinema. Se il suo film non sarà ricordato nella storia del Festival, al contrario la conferenza stampa è risultata piuttosto memorabile.

Oggi è stata una giornata ricca di conferenze stampa: Matthew Modine ha partecipato all’incontro sul documentario incentrato su di lui, l’interessante “Full Metal Joker”, che svela un lato dell’attore sconosciuto ai più. Durante la conferenza Modine ha parlato della sua visione del mondo, una visione di pace e fratellanza, in cui l’attore ha dimostrato tutta la sua sensibilità, citando Gesù Cristo, Ghandi, incoraggiando una democrazia fatta di parole e non di guerre (una teoria espressa alla CNN dopo l’11 settembre, a causa della quale è stato minacciato di morte). L’indimenticabile Soldato Joker di Kubrick si è dimostrato una persona veramente da scoprire, in un incontro che sarebbe stato bello prolungare oltre la conferenza stampa.

Per quanto riguarda i film in concorso stasera è stato presentato alla stampa anche il secondo film a sorpresa, “Drug War” di Johnnie To, sul quale avevamo riposto le nostre speranza di veder impennare la qualità del concorso. Sicuramente è una pellicola ben girata, ma ci è apparsa decisamente poco ispirata, a dimostrazione che il maestro di Hong Kong va decisamente in difficoltà senza una sceneggiatura all’altezza. Le meravigliose sequenze di “Vendicami” sono sembrate un ricordo lontano.

Una curiosità: stasera, poco prima del red carpet di Stallone, sopra la cavea dell’Auditorium qualcuno ha proiettato alcune scritte di protesta nei confronti dell’Enel, protesta interrotta in pochi minuti da un faro puntato sul rivestimento della Sinopoli, che ha impedito ulteriori proiezioni “pirata”. Una protesta silenziosa notata da pochissimi dei presenti, che però ci sembrava doveroso riportare.
Per quanto riguarda la giornata di domani ci aspettavamo tutti la presenza di Bill Murray, che però a quanto pare ha deciso di disertare all’ultimo momento il Festival, privandolo di uno dei personaggi più interessanti tra i nomi annunciati alla vigilia. L’attore sarebbe dovuto venire a presentare “A glimpse inside the mind of Charles Swan III” di Roman Coppola, co-sceneggiatore di alcune pellicole di Wes Anderson (“Il treno per il Darjeeling” e “Moonrise Kingdom”), oltre ad essere figlio del grande Francis Ford Coppola. La giornata di domani si annuncia ricca di proiezioni, visto che saranno presentati anche il francese “Un enfant de toi” e l’ucraino “Eterno ritorno: provini”, entrambi in concorso.

pubblicato su Livecity

Festival di Roma 2012 (Giorno 4): Arrivano gli italiani

Michele Placido e Pappi Corsicato aprono la nuova settimana del Festival con le loro due pellicole. Il primo con un film di genere ambientato in Francia (con Daniel Auteuil e Matthew Kassowitz), che non sarà il film più memorabile dell’anno, ma che almeno si lascia guardare con piacere. Se Placido è fuori concorso, nella selezione ufficiale è invece Pappi Corsicato con il suo “Il volto di un’altra”: una pellicola esteticamente impeccabile, divertente nel ritmo e nelle assurdità delle sue trovate (la tazza del gabinetto schiantata sul parabrezza della protagonista, un asteroide in arrivo sulla Terra, il coro dei ventriloqui).

Un film italiano diverso, che osa, tentando di andare un po’ oltre, anche a costo di affondare nel kitsch, o nel nonsense (durante una scena in bianco e nero uno dei personaggi si domanda il perché della mancanza della mancanza di colori nella stanza). In fin dei conti c’è piaciuto, Laura Chiatti e Alessandro Preziosi sono sembrati essere completamente in parte, e tutto ciò è rallegrante. In conferenza stampa il regista ha confessato un aneddoto incredibile quanto divertente: i fratelli Coen gli hanno scritto per dirgli che nel loro prossimo film ci sarà un personaggio che si chiamerà Pappi Corsicato. Storie da Festival.

In mattinata abbiamo assistito alla proiezione del francese “Comme un lion”, nella sezione Alice nella Città. La presenza di decine di scolaresche in sala, pronte ad applaudire ogni gesto del protagonista, ha acceso in me pulsioni omicide, e per un attimo ho rimpianto la mancanza del protagonista del film di Miike (un professore che fa strage di studenti). A parte ciò, il film era piuttosto valido, peccato si perda con un erroraccio di sceneggiatura proprio nei minuti finali: usare due volte lo stesso stratagemma per permettere al protagonista di farsi conoscere dall’allenatore di una squadra di calcio c’è sembrato una sorta di suicidio artistico. La storia è quella di un giovane calciatore senegalese che viene mandato dal suo villaggio fino in Francia da un selezionatore, in cambio di un’ingente quantità di denaro (che doveva essere recuperata in breve grazie al contratto da calciatore). In realtà dietro le promesse del selezionatore camerunense c’era una truffa. Il ragazzo si trova così da solo, in Francia, senza nessuno, senza soldi, senza un posto dove dormire. Talento e caparbietà, oltre all’aiuto di un allenatore duro ma buono, gli permetteranno di trovare la sua strada, oltre al gol.

“Populaire” invece, altro film francese (fuori concorso), ricalca in tutto e per tutto lo stile delle commedie romantiche americane degli anni 50 (non a caso il periodo in cui è ambientata la storia), quelle alla Billy Wilder, con un’attrice protagonista ricalcata in stile e carattere sull’immagine di Audrey Hepburn. È proprio per questo che il film c’è piaciuto: diverte, non cala mai di ritmo, si coccola i suoi personaggi e fa esattamente il suo dovere, facendoci sentire per un po’ appartenenti ad un’altra epoca. Romain Duris e Berenice Bejo poi mettono i loro nomi e i loro volti a garanzia di successo. Sfonderà i botteghini, ne siamo certi.

Altro giro, altra corsa: stavolta sezione Cinemaxxi, definita la “presuntuosa” (per via del suo tentativo, per il momento fallito, di voler sostituire e addirittura migliorare la compianta sezione Extra delle scorse edizioni). Il film è “Suspension of disbelief” di Mike Figgis, celebre per “Via da Las Vegas”, per cui fu candidato all’Oscar come miglior regista nel 1996. Si tratta di una pellicola indefinibile, che alla fine però affascina. Un thriller torbido, che mescola il cinema con il cinema. Il protagonista è uno sceneggiatore e la storia alla quale assistiamo è la stesura della sceneggiatura del film stesso, oltre ad un altro film girato all’interno della stessa pellicola: lo so, non ci avete capito niente, ma è esattamente così. Si sprecano gli echi di David Lynch, in una maniera un po’ più comprensibile se vogliamo, ma molto meno inquietante. Ad ogni modo, per quanto particolare, il film si salva, permettendoci di affermare di aver visto soltanto film decenti quest’oggi, cosa che personalmente ci mancava di cuore.

Tra gli altri film presentati quest’oggi, per il Concorso c’era anche il messicano “Mai morire”, apprezzabile esteticamente ma troppo lontano dalla nostra cultura, e soprattutto faticoso da portare a termine (così ci dicono, purtroppo non potendo assistere ad ogni singola proiezione dobbiamo anche tenere conto delle voci di corridoio, almeno quelle da noi ritenute più affidabili). E domani che succede? In mattinata il tanto chiacchierato film d’animazione “Le cinque leggende”, prodotto da Guillermo Del Toro, che sarà presente al Festival a quanto pare con Jude Law (che sabato scorso era certamente a Roma, ma domani sembra incerta la sua presenza al Festival). In serata, oltre ad un film polacco in concorso (“Ixjana”), è prevista la proiezione dell’ultimo capitolo di “Twilight”, che temiamo possa nuovamente riportare all’Auditorium orde barbariche di ragazzine in cerca di autografi e attori, armate di vocette stridule e schiamazzi di vario genere.
Si salvi chi può.

pubblicato su Livecity

Festival di Roma 2012 (Giorno 3): Pioggia all’Auditorium

Giornata piuttosto anonima per il Festival di Roma: questa domenica di pioggia, fulmini e tempesta è cominciata sotto il segno di Stanley Kubrick, una sorta di angelo custode che sta contribuendo a tenere in piedi la kermesse romana, grazie alla presentazione della mostra fotografica, gli incontri con Emilio D’Alessandro e Matthew Modine, il documentario sull’attore e soprattutto con la proiezione di “Full Metal Jacket” di questa mattina, un evento ospitato da Roma per il 25° anniversario del film. «C’è chi la domenica mattina va a messa, chi va al Festival di Roma a vedere “Full Metal Jacket”. Ognuno sceglie la sua religione», come scrivono gli utenti di Twitter, e noi oggi abbiamo scelto Kubrick.

Dopo il film abbiamo assistito a “Full Metal Joker”, un documentario-intervista che racconta Matthew Modine (che, una volta per tutte, si pronuncia “Modìn” e non “Modain”) sotto un aspetto inedito, analizzando il film di Kubrick da un punto di vista piuttosto originale (il Vietnam come il sistema dei media dentro il quale siamo tutti vittime). Un lavoro interessante che sarà replicato mercoledì mattina prima dell’incontro con l’attore.

In contemporanea questa mattina è stato presentato alla stampa il primo film a sorpresa del concorso: “1942” di Feng Xiaogang, con Adrien Brody, il film più costoso della storia del cinema cinese. «Un polpettone alla “Via col Vento”», si sente dire tra i corridoi del Festival, anche se il commento più eloquente ci è sembrato il seguente: «Non è un film, è un sequestro di persona». Non sorprende il fatto che il film a sorpresa (il gioco di parole è voluto) sia una pellicola cinese, visto che c’è Muller alla direzione. E sorprende ancora meno l’annuncio del secondo film a sorpresa, “Drug War” di Johnnie To, un altro film cinese, ma di un autore che porta sicuramente a Roma il suo nome e la sua maestria artistica (ricordate il bellissimo “Vendicami” del 2009?): almeno questa è una buona notizia. Già, ci affidiamo a queste piccole speranze per salvare un Festival che forse possiamo definire il più povero mai visto a Roma. Povero di grande qualità (escludendo Miike e la Donzelli, si è visto davvero ben poco), povero di pubblico e povero anche a livello di programma: gli altri anni ricordiamo che non si riusciva a respirare un momento, tanta era la mole di film in programmazione. Quest’anno invece ci ritroviamo con intere ore libere, soprattutto nella fascia pomeridiana (a meno di non volersi appisolare sulle poltrone durante le scadenti proiezioni di Panorama Italia). Il punto è che il livello del concorso in linea di massima si è mantenuto sulla mediocrità delle altre edizioni, mentre le categorie di contorno si sono indebolite vistosamente. Cinemaxxi non è riuscito minimamente a supplire a quella fonte di inesauribile meraviglia che era la celebre e compianta sezione Extra, Alice nella Città è diventata una categoria totalmente indipendente e quest’anno ha subìto anch’essa un vistoso calo di qualità, mentre su Panorama Italia abbiamo già accennato (basterebbe descrivervi la montagna di fischi che ha accolto i titoli di coda del film di Lucarelli per dare un’idea del livello di questa sezione).

Torniamo ai film. Tra le pellicole in concorso abbiamo assistito in serata alla proiezione stampa di “Marfa girl”, di Larry Clark, discusso regista di “Ken Park”. Tanto (tantissimo) sesso, tanta violenza, ma anche tanto squallore, che trasuda dalle atmosfere di questa piccola città del Texas, Marfa appunto, al confine con il Messico. Se si guarda oltre le continue scene di sesso (in fin dei conti funzionali alla storia) ci si può perdere nella noia e nella folle e angosciante tristezza di questo piccolo centro abitato. Non sarà un film indimenticabile, ma almeno è uno dei pochi film in concorso (finora) capace di raccontare qualcosa in maniera differente, e con questi chiari di luna ce lo teniamo stretto.

In serata chiusura con “Jeunesse” (Alice nella Città), film autobiografico diretto da Justine Malle, figlia di Louis. Juliette ha 20 anni ed è innamorata di Benjamin. Suo padre sta morendo a causa di una malattia degenerativa. Il dolore per il distacco e la perdita da un lato, la scoperta della sessualità e dell’amore dall’altra. Carino nella costruzione e nel soggetto, perde un po’ sulla qualità (soprattutto la fotografia da fiction televisiva). Sempre bello però ascoltare “I Want You” di Bob Dylan, talmente straordinaria che funzionerebbe in qualunque scena di qualunque film.

Domani arriva il primo film francese di Michele Placido (“Il cecchino”, fuori concorso), la seconda opera di Pappi Corsicato (“Il volto di un’altra”, in concorso) e il messicano “Mai morire” (in concorso), mentre Sylvester Stallone è arrivato a Roma e domani pomeriggio terrà un incontro con il pubblico nel Teatro di Tor Bella Monaca. E speriamo che esca un po’ di sole.

pubblicato su Livecity

Festival di Roma 2012 (Giorno 1): Si comincia!

Dopo le proiezioni stampa di ieri è ufficialmente cominciata oggi la settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, la prima sotto la gestione di Marco Muller. Ieri era ancora tutto in fase di montaggio, mentre oggi al nostro arrivo ogni cosa era al suo posto. Il tappeto rosso era là dove doveva essere, il colore era al punto giusto, gli stand tutti in piedi e perfettamente funzionanti e soprattutto lei, la sorpresa delle sorprese, un grande punto a favore della nuova gestione: la nuovissima e meravigliosa Sala Stampa! Finalmente una sala ben attrezzata, ampia, luminosa, bellissima.

Per quanto riguarda il primo giorno abbiamo avuto l’impressione di vedere poca gente o quantomeno è mancata quella calca che spesso accompagnava le aperture del Festival, anche se il passaggio di Takashi Miike sul tappeto rosso ha fatto registrare un bel numero di curiosi. Girano voci su un presunto calo di vendite per quanto riguarda i biglietti, ma senza dati ufficiali non è il caso di stare qui a parlarne. Occupiamoci piuttosto dei film. L’apertura del concorso, quest’anno affidata ad “Aspettando il mare” del tagiko Bakhtiar Khudojnazarov ha sembrato avere i classici difetti di alcuni film d’autore asiatici: immagini ben confezionate, che però non bastano ad evitare una grande pesantezza di fondo. Molto più successo ha avuto invece “Il canone del male” di Miike, di cui abbiamo già parlato ieri, che ha risvegliato il pubblico con la sua spettacolarizzazione della violenza (a tal punto che il regista si è presentato sul tappeto rosso con un tirapugni sulla mano).

Nella sezione Alice abbiamo assistito allo spagnolo “Animals” di Marçal Forés, altro figlio della celebre scuola catalana che sta rilanciando la cinematografia ispanica. La pellicola, presentata come una via di mezzo tra “Ted” (per via dell’orsacchiotto parlante) e “Donnie Darko” (per i tratti caratteriali del protagonista), ci è sembrata un po’ un pasticcio: il film effettivamente fa vagamente pensare alla pellicola di Richard Kelly, ma si perde lungo la strada, dimostrandosi forse troppo pretenziosa (ma ringraziamo il regista per averci fatto conoscere i “Los Claveles”, una rock band madrilena piuttosto interessante). Per quanto riguarda il concorso tanti applausi e tanti sorrisi sui volti degli spettatori della proiezione stampa di “Main dans la main”, il nuovo film di Valerie Donzelli, che dopo il meraviglioso “La guerra è dichiarata” ci regala un film di tutt’altro genere, ma sicuramente di grande valore. La Donzelli ha un grande talento: la semplicità. Per questo i suoi film sanno emozionare. Questa volta si tratta di una commedia romantica, in cui un ragazzo e una donna, differenti in tutto, si baciano improvvisamente e a causa di un qualche incantesimo sono costretti ognuno a seguire i passi dell’altro. Stare sempre insieme, fare gli stessi gesti, vivere la stessa vita: è possibile tutto ciò tra due persone che (forse) non si amano? Tante risate, ironia e la dolcezza di sentirsi a casa: i film della Donzelli ci sembrano avvolti dello stesso calore umano e della stessa tenue semplicità del cinema di un certo François Truffaut, e scusate se è poco.

Al di là dei film il Festival regala anche altro, gratuitamente, per tutti: due splendide esposizioni fotografiche. La prima, “Soul of stars”, con i ritratti di Francesco Escalar alcuni divi del cinema italiano e internazionale: in particolare abbiamo trovato meravigliosi e intensi gli scatti a Laura Morante, Monica Bellucci, Dario Argento, Stefania Rocca. Più o meno per altri motivi abbiamo invece apprezzato lo splendido scatto ad Eva Green…
L’altra mostra, “Full Metal Jacket Diary”, racchiude una selezione di scatti inediti e preziosissimi: il backstage fotografico della pellicola di Stanley Kubrick curato dal protagonista del film, Matthew Modine, che si rivela essere un fotografo di pregiata fattura. I suoi ritratti, le atmosfere ricreate, le inedite immagini di Kubrick al lavoro sono un patrimonio per la storia del cinema. Un’esposizione talmente bella che quasi da sola può valere il Festival.

pubblicato su Livecity