Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 9

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Penultimo giorno. Il temuto sciopero-day, che ha obbligato un po’ tutti a muoversi in macchina per raggiungere l’Auditorium. Come fare quando 4 milioni di romani (ok, forse un po’ meno…) si riversano in strada nella stessa fascia oraria in cui devi uscire anche tu? Semplice: si esce mezzora prima del previsto. Ed eccomi dunque, con il cd di “La La Land” nello stereo, on the road su Lungotevere alle 7.40, fantasticando su una versione romana della scena di “Another Day of Sun”, con gli automobilisti sopra il cofano a cantare e ballare. Non è successo niente di tutto ciò purtroppo, anche perché di traffico ne ho trovato fortunatamente poco. Il più era fatto: ora non restava che vedere i film di oggi.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 8

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Una settimana fa cominciava la Festa del Cinema, con tutto il suo bagaglio di aspettative, speranze e desideri. Ci chiedevamo chi avremmo visto, chi sarebbe venuto a Roma, quali film ci avrebbero fatto battere il cuore, quali chicche avremmo scoperto. Come sempre quando comincia quasi non vedi l’ora che finisca, adesso invece che la fine si avvicina, già sai che ti mancherà: è sempre così. La consolazione è che domani, penultimo giorno, passerò l’intera giornata all’Auditorium, per vedere un paio di film e forse recuperarne un altro paio (uno sicuramente). Ma domani è un altro giorno, quindi dedichiamoci a ciò che è successo oggi.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 3

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Sono tornato a casa da poco, dopo 14 ore passate all’Auditorium. Parlare di cinema dopo aver concluso la giornata con il documentario di Michael Moore è un po’ complicato, farlo in maniera leggera come provo sempre a fare io in questo caso diventa ancora più difficile. Ci proveremo: il sabato tradizionalmente è il primo giorno bellissimo di Festival: la sveglia alle 7, dopo averla già testata nei due giorni precedenti, fa un po’ meno paura. L’odore di pane del forno sotto casa pervade il cortile del palazzo. Attraversare Roma in macchina, nel deserto del sabato mattina, è meraviglioso: la mia Bobby Jean rossa scivola spedita sul Lungotevere come la barchetta di Georgie all’inizio di “It”, il sole bacia Castel Sant’Angelo e l’Ara Pacis, il parcheggio è là che mi aspetta. Tutto fa presagire che si tratterà di una giornata bellissima.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 2

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La seconda giornata di proiezioni si è aperta con il terrore: no, non sto parlando di “Halloween”, ma del traffico di Lungotevere alle 8 del mattino di un giorno feriale. Avrei voluto farmi largo a colpi di clacson, urlando “mi aspetta Michael Myers!”, ma a Roma certe cose è meglio non farle, capace che poi qualcuno ti risponde “magari!”.

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Recensione “Ciano – A Fisherman’s Tale” (2018)

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La settimana scorsa, nella splendida cornice di Noto, in Sicilia, un poetico viaggio in compagnia di un pescatore ha raccolto la palma come miglior documentario al termine del Festival internazionale Corti di Mare: un premio prestigioso e senza dubbio meritato per un documentario che, attraverso la storia di un uomo e del suo mestiere, riesce ad ergersi a metafora di un mondo che va troppo veloce e che a causa dei suoi cambiamenti repentini sta probabilmente perdendo qualcosa di bello dietro di sé.

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Torna Visionär, il Festival del Nuovo Cinema

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Dopo il successo ottenuto lo scorso anno, alla sua prima edizione, Visionär Film Festival torna e raddoppia: più film, più sale cinematografiche, una nuova sezione e molte altre novità. Di questi tempi, dove la cultura e l’arte sembrano avere sempre meno spazio, lo sviluppo e il successo di un nuovo festival cinematografico vanno accolti con entusiasmo e partecipazione. Anche per questo abbiamo deciso, già dallo scorso anno, di abbracciare Visionär, un festival di cinema per talenti emergenti che si svolge a Berlino dal 2 al 7 maggio 2018.

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Il meglio del Sundance Film Festival 2018

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Si è concluso due giorni fa il Sundance, festival di cinema indipendente creato da Robert Redford, ormai diventato un punto di riferimento fondamentale per i cinefili di tutto il mondo: basti pensare che a questo festival, negli anni, sono state presentate pellicole come “Le Iene”, “The Blair Witch Project”, “Little Miss Sunshine”, “Donnie Darko”, “Clerks”, “Moon”, “500 Giorni Insieme”, “Whiplash”, “Boyhood”, “Manchester by the sea”, “Prossima Fermata: Fruitvale Station” o la sorpresa degli Oscar 2018 “Scappa – Get Out”, solo per fare alcuni nomi. L’edizione 2018 è stata vinta da “The Miseducation of Cameron Post” di Desiree Akhavan, film ambientato in un centro di conversione per omosessuali. Non potendo fisicamente essere a Park City, nello Utah (anche perché al Festival sono ammessi solo corrispondenti di testate statunitensi), sono andato a fare le pulci a qualche sito americano per cercare i migliori titoli di questa edizione. Chissà quali di questi film riusciremo a vedere in Italia, nel frattempo lasciamoci incuriosire da questa lista…

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 10

Giornata epica. Una di quelle giornate che andrai a ricordare negli anni a venire, alla quale penserai in un freddo pomeriggio d’inverno, mentre fuori piove. Così, all’improvviso, mentre ti troverai a sorseggiare una tazza di tè caldo, ti tornerà in mente quel giorno di tanti anni prima in cui hai ascoltato parlare David Lynch. E ti scapperà un sorriso. Ecco come dovrebbe essere un Festival di cinema: la Festa di Roma si fa perdonare le code chilometriche, alcuni film brutti, la bizzarra programmazione. Tiè, si fa perdonare pure per la mancanza del caffè in sala stampa. Nel giorno di chiusura, veri e propri fuochi d’artificio.

Prima di arrivare al doppio incontro con Lynch (quello stampa e quello per il pubblico), partiamo subito dalle cose formali: il Premio del pubblico per il Miglior Film di questa 12a Edizione è andato a “Borg McEnroe”, al quale non manca nulla per un premio di questo tipo: una storia vera, intrattenimento, ritmo, ottimi attori e una buona dose di coinvolgimento. Uscirà al cinema giovedì prossimo, quindi potrete recuperarlo presto. Ma torniamo a noi e cominciamo tutto dal principio, ovvero dal mattino. Esco di casa verso le 8 del mattino e la mia 600 blu è avvolta da una nebbia irreale, che accompagnerà il mio viaggio fino all’Auditorium: praticamente il contesto ideale per il cosiddetto Lynch-day, alcuni scorci del Lungotevere sembravano davvero uscire fuori da “Twin Peaks”. Al mattino vedo l’atteso film di Paolo Genovese, “The Place”, dopo l’ottimo “Perfetti Sconosciuti” un altro film girato interamente in un unico ambiente. Valerio Mastandrea è seduto al tavolo di un bar e una serie di persone si rivolgerà a lui per chiedere un accordo: dovranno compiere un’azione ben precisa per ottenere ciò che vogliono. Soltanto un film molto ben scritto può reggere per due ore intorno ad un tavolo e “The Place” ce la fa: non cede un momento, inizialmente incuriosisce per poi progressivamente coinvolgere e spiazzare. Piaciuto.

Dopo il film avevo intenzione di cercare Orlando Bloom dalle parti di Casa Alice, dove avrebbe dovuto tenere un incontro con i giornalisti, ma visto che la conferenza stampa di Lynch è stata anticipata di trenta minuti (e vedendo la fila per entrare) decido di rinunciare a Legolas in cambio di un posto in buona posizione per il Maestro. La conferenza stampa scivola via tra applausi, qualche risata e ottimi spunti. Il momento più memorabile è stato quando un giornalista ha domandato a Lynch cosa pensasse dello scandalo sulle molestie di Hollywood e se prima o poi uscirà fuori anche il suo nome: “Stay tuned!”, la risposta secca del regista, con la sala che veniva giù dalle risate. Lynch ha parlato poi di meditazione trascendentale e di come questa tecnica lo abbia aiutato a scaricare lo stress e a trasformare la sua creatività in un flusso inarrestabile al quale più volte è riuscito ad abbandonarsi. Se i risultati sono la sua filmografia, domani comincio a meditare pure io. Secondo Lynch il segreto per fare bene qualunque lavoro è la gioia, l’entusiasmo nello svolgere anche l’impiego meno stimolante, e ha spiegato che molti registi fanno cinema per soldi, per il business, ma alcuni lo fanno davvero per amore. Ah, Lynch conferma di non essersi pentito di aver girato “Dune” al posto de “Il ritorno dello Jedi”, che gli era stato offerto da Lucas ma che lui ha rifiutato. Subito dopo la conferenza l’uomo più atteso di questo Festival si è fermato per molto tempo a firmare libri, quaderni, locandine e quant’altro. Io, come al solito, ho lentamente conquistato una postazione ideale per scattare decine di fotografie e alla fine, già che c’ero, mi sono fatto firmare un taccuino. Poi, dal nulla, un attimo prima di vederlo andar via, riesco a fargli un ritratto. Fare il ritratto a David Lynch significa che per me è tempo di appendere la macchina fotografica al chiodo, la mia carriera ha ormai raggiunto il suo apice.

Dopo un pranzo fugace a base di pane e prosciutto e mezzo pacco di Ringo al cioccolato, incontro per caso Valerio Mastandrea, che tra poco dovrà andare in conferenza stampa per “The Place”. Scambiamo due battute sulla Roma e, niente, io a Mastandrea lo adoro proprio. Subito dopo arriva il momento fatidico: devo cominciare la fila. Sono le 14.15 e l’incontro di Lynch con il pubblico sarà alle 17.30. In quanto pubblico l’incontro è riservato a chi ha acquistato il biglietto, gli accreditati potranno riempire i posti rimasti vuoti fino all’esaurimento della sala (è così per ogni proiezione o incontro pubblico). Come dicevo, mancano ancora più di tre ore e davanti a me ci sono già una cinquantina di persone, ma resto ottimista: la Sala Sinopoli è grande e in queste occasioni speciali permettono sempre di sedersi sui gradini, nel caso non ci dovesse essere altro spazio. Mi armo di buona volontà e mi siedo sul pavimento, tre ore passeranno in fretta: comincio a leggere “Mindhunter” (grazie a Pierluca per la dritta), per prepararmi al meglio prima di vedere la serie su Netflix. Dopo alcune decine di pagine alcuni amici accorrono a farmi compagnia e senza neanche accorgermene si fanno le 17.30. Riesco ad entrare in sala e mi siedo sui gradini. Lynch viene accolto da una cascata di affetto, vengono mostrate alcune clip tratte dai suoi film, il regista parla del suo amore per Philadelphia (di cui ama lo sporco, la corruzione, la follia) e per Los Angeles (splendida per la sua incredibile luce). Subito dopo ci vengono mostrate alcune opere d’arte che l’hanno ispirato (Francis Bacon su tutti) e subito dopo tre video tratti da film da lui amati. Ci sono “Lolita” di Stanley Kubrick, “Viale del tramonto” di Billy Wilder e “Otto e mezzo” di Federico Fellini. Lynch racconta che a Los Angeles, per raggiungere gli studi della Paramount, bisogna passare da due strade, Gordon e Cole: “Sono certo che Wilder, nel fare il tragitto quotidiano verso gli studios, abbia preso da qui il nome per il suo personaggio (Gordon Cole), lo stesso nome che io poi ho riproposto in Twin Peaks”. “Lolita” invece è per lui un film privo di difetti, mentre su Fellini racconta un paio di aneddoti molto belli: “Sognavo da tempo di conoscere Federico. Una sera ero a cena con Silvana Mangano e Marcello Mastroianni, era una cena a base di funghi. Dissi a Marcello quanto amassi Fellini e lui il giorno dopo mandò un’auto al mio albergo per portarmi a Cinecittà ed incontrare Federico, con il quale ho passato l’intera giornata. Qualche anno dopo tornai in Italia per girare una pubblicità della Barilla, e Tonino Delli Colli, il direttore della fotografia, mi disse che Fellini era in ospedale. Lo andai a trovare e c’era con lui anche un giornalista, Vincenzo Mollica. Dissi a Fellini di riprendersi presto, perché tutto il mondo aspettava un suo nuovo film. Due giorni dopo entrò in coma e morì dopo poco tempo. Anni dopo incontrai di nuovo Vincenzo, mi disse che subito dopo che uscii dalla stanza di Fellini, Federico disse di me: “È un bravo ragazzo””. Applausi e un po’ di emozione: non so gli altri presenti, ma io ho avuto come l’impressione di guardare dal buco della serratura e per un attimo sentirmi parte di un mondo che non mi appartiene, un mondo dove i miti, i maestri, i grandi del cinema sono soltanto esseri umani. È stato davvero bello.

In chiusura, Paolo Sorrentino è salito sul palco per consegnare a David Lynch il premio alla carriera: “Sono onorato di essere qui per dare questo premio al Maestro, ho un po’ di febbre stasera, ma sarei venuto a dare questo premio anche in barella”. Quindi gli applausi e la standing ovation. Tutto quasi commovente, senza dubbio emozionante. Abbiamo assistito a qualcosa di poco convenzionale, ho avuto l’onore e la fortuna di potervelo raccontare, a grandi tratti, con manciate di errori grammaticali (è mezzanotte e il sonno mi sta distruggendo), ma ero lì, come c’ero nei Festival degli anni passati per Al Pacino o per Bruce Springsteen, gli altri due di questo ideale podio di incontri che più mi hanno segnato durante le dodici edizioni di questa manifestazione.

Finisce qui, per quest’anno, il mio racconto della Festa del Cinema: un diario sporco, brutto e cattivo, ma sicuramente vero, sentito. Un racconto quotidiano di emozioni e di sbadigli, di recensioni scritte male, di testi non riletti, di errori sintattici e grammaticali. Ma forse per questo anche un po’ più reale, scritto di getto e col cuore. Vorrei avere meno sonno e scrivervi molto di più su questo doppio incontro, ma mi dilungherei e finirei con l’annoiarvi (se non l’ho già fatto!). Grazie per avermi seguito fino in fondo: da domani si torna alla vita reale, con la consapevolezza, oggi ancora più forte di prima, che il cinema sarà sempre là a salvarci la vita. Parafrasando il vecchio Tuco: “è una gran cosa sapere che, vento o pioggia, c’è sempre un bel film che ti aspetta”.

_MG_9684Foto by Alessio Trerotoli

Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 9

Penultimo giorno di Festival. Nell’aria si avverte un po’ di stanchezza e anche un po’ di malinconia. Ho sempre visto questi dieci giorni annuali all’Auditorium, oltre che come una bella esperienza di “lavoro”, anche come una sorta di gita scolastica: si passano molto tempo insieme ad altre persone, dormendo poco, stancandosi, ma facendo una cosa che amiamo tutti molto, cioè vedere film. Alla fine, quando arriva il momento di tornare alla realtà, alla vita vera, nonostante il dolce pensiero di potersi fare una bella dormita, resta sempre un po’ di tristezza. In questi dieci giorni abbiamo cavalcato con una famiglia indiana, siamo stati picchiati dalla polizia di Detroit, abbiamo viaggiato con tre veterani del Vietnam sulle strade d’America, pattinato sul ghiaccio, pilotato robot giapponesi, rapinato corse automobilistiche, siamo finiti in un carcere thailandese, abbiamo disputato la finale di Wimbledon e molte altre cose (e ti credo che siamo stanchi!).

Stamattina abbiamo visto “Borg McEnroe”, buonissimo film del danese Janus Metz Pedersen. La storia, come potete immaginare dal titolo, è incentrata sulla storica finale di Wimbledon tra Bjorn Borg e John McEnroe, una sfida che è entrata negli annali del tennis. La pellicola racconta bene i due personaggi, così diversi per carattere e stile di gioco. Nel 1980 Borg cercava di vincere Wimbledon per la quinta volta, McEnroe invece cercava il primo successo, che lo avrebbe portato ad essere il numero 1 al mondo. Ovviamente non vi dirò com’è andata e se non lo sapete già potrete scoprilo al cinema tra una settimana… Ad ogni modo, non so perché, temevo di vedere una sorta di “Rush” meno interessante, mentre invece è stato davvero un film ben fatto, coinvolgente, interpretato benissimo. Insomma, merita una capatina al cinema.

Alle 11 invece ho assistito a tutt’altro, “NYsferatu” di Andrea Mastrovito, una vera e propria sorpresa, la classica chicca da Festival che stavo tanto aspettando. Si tratta di un film d’animazione girato interamente con il carboncino (se non dico stupidaggini), in cui i personaggi del “Nosferatu” di Murnau sono stati praticamente ricalcati e inseriti in un contesto attuale. Ed è così che la Wisborg del 1922 diventa New York e che i Carpazi si trasformano in Aleppo, con la sua guerra e le devastazioni (motivo per cui il Conte vuole trasferirsi negli Stati Uniti). Anche le didascalie si prestano al gioco del film, che ho trovato davvero geniale. Il problema forse è che se non si conosce abbastanza bene il film di riferimento la visione potrebbe risultare meno ricca (anche perché in questo caso si perderebbero alcune sfumature di attualità di cui l’adattamento si avvale in ogni dettaglio). Ad esempio: forse avete presente quella scena in cui Orlok, salendo le scale per la stanza di Ellen, proietta la sua ombra sulla parete, inquietante e angosciosa. Nel film del 1922 il conte saliva su una normalissima rampa di scale, nella pellicola di Mastrovito invece il vampiro si inerpica sulle classiche scale antincendio newyorkesi. In tutto ciò va sottolineata la strepitosa colonna sonora, che tra l’altro stasera, durante la proiezione per il pubblico, sarà eseguita live da un’orchestra (se ho capito bene, lo so che non è molto professionale dare informazioni così a caso ma vorrei ricordarvi che 1) non sono un professionista e 2) c’ho sonno).

Per il resto sono giunte informazioni certe sul programma di domani, che ha un nome e un cognome ben preciso: David Lynch. Il regista di “Twin Peaks” (tra le altre cose) incontrerà il pubblico e spero pure me alle 17.30: spero di esserci perché l’incontro, in quanto pubblico, permetterà l’ingresso a noi accreditati soltanto per riempire i posti rimasti vuoti. Sarò costretto dunque a mettermi in fila tre ore prima e sperare di essere tra i fortunati che entreranno in sala. La notizia buona è che, ad ogni modo, riuscirò a vedere David Lynch al mattino: è stato annunciato proprio oggi un incontro con la stampa per le 12.30, al quale entrerò sicuramente. Se avete domande per Lynch fatevi avanti: se mi sentirò ispirato ne sceglierò una e la riporterò al regista (però non chiedetemi cose tipo “Che significa il finale di Twin Peaks?”). Domani quindi, per vedere Lynch al mattino, mi perderò la proiezione di “Mudbound” (di cui si parla molto bene, ma che comunque uscirà su Netflix tra un paio di settimane…).

Il penultimo giorno, per me, finisce qui. Ha smesso di piovere ma il cielo resta grigio. Faccio fatica ad andar via perché so che domani la giostra si ferma e vorrei restare qui tutto il giorno, ma non sono più il ghepardo di una volta. Dieci anni fa (anche meno) guardavo quattro film al giorno, scrivevo 800 articoli e scattavo 9283 fotografie al dì, adesso, come si dice a Roma, “nun c’ho davero più er fisico”. In compenso ieri ho finito la seconda stagione di “Stranger Things”, quindi tenetevi pronti perché dalla prossima settimana ricomincio a tormentarvi con le recensioni. Auguri.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 8

Niente David Lynch oggi, la mia talpa all’interno dell’albergo dove certamente alloggerà in questi giorni il regista non mi ha fatto sapere più niente e quindi, non avendo in mano notizie certe sull’orario in cui Lynch sarebbe arrivato, ho preferito evitare un appostamento. Ad ogni modo la giornata è iniziata clamorosamente bene: so che ci tenete molto a sapere com’è andato il mio viaggio sulla metro e vi posso tranquillizzare subito dicendovi che sono riuscito addirittura a trovare il posto a sedere sia a Termini che sul tram. Momento più unico che raro (forse un po’ troppa gente si sta facendo il ponte del 1 novembre). Passiamo ora a qualcosa di meno interessante: il cinema.

Dovete sapere che prima di ogni proiezione c’è una clip di circa un minuto con una scena musicale tratta da grandi film del passato. In questi giorni ci siamo trovati di fronte “Cabaret”, “The Producers”, “Pulp Fiction” e altri, ma la clip più bella resta quella di stamattina: Ray Charles e i Blues Brothers, quando ci regalano “Shake a tail feather”, fanno scatenare la sala (producendo un mormorio alla fine del video che si potrebbe tradurre in qualcosa come: “Fateci vedere Blues Brothers”). Altro mormorio un minuto dopo: prima dei titoli di testa di “A prayer before dawn”, compare il logo del Festival di Cannes con la scritta “Official Selection” e per un momento crediamo davvero di trovarci sulla Croisette. Il film di Jean-Stephane Sauvaire arriva direttamente dalla selezione ufficiale di Cannes e, se ieri mi lamentavo della mancanza di “film da Festival”, oggi posso dire di esser stato accontentato. Il film racconta la storia vera di un pugile inglese, Billy Moore, arrestato in Thailandia per possesso di droga e subito incarcerato in una prigione locale (un carcere thailandese non è proprio una passeggiata di salute). Billy, che comunque non è uno stinco di santo, si ritrova in un’enorme cella piena di assassini tatuati dalla testa ai piedi, che urlano per due ore versi incomprensibili e perdono spesso l’occasione per dimostrarsi dei galantuomini, se così si può dire. L’unica salvezza per il protagonista sarebbe rimediare qualche stecca di sigarette per convincere l’allenatore di Thai-Boxe a prenderlo nella sua palestra. Non vi dico nient’altro perché il film sarà distribuito in Italia, ma posso già rivelarvi che si tratta di un’ottima pellicola: evitatelo se cercate un film classico, ma se siete pronti a soffrire, a subire una caterva di mazzate insieme a Billy (grazie al regista che con questi primissimi piani ci dà l’impressione che stiano menando pure noi), allora si rivelerà un film splendido nella sua cruda realtà.

“Trouble no more” al contrario, pessimo documentario sulla svolta religiosa di Bob Dylan, è “una sòla”, come ha affermato fuori dalla sala un prestigioso giornalista di cui ovviamente non posso fare il nome. Credeteci però: è davvero un lavoro di scarso interesse, senza dubbio atipico nel suo genere: il film comincia come un classico documentario, raccogliendo interviste sulla delusione dei fan di Dylan dopo un concerto a New York (“Non ha fatto neanche una delle vecchie canzoni”, “Amo il sound di Dylan, ma non me ne frega niente delle sue idee religiose” e via discorrendo), subito dopo si trasforma in una cosetta televisiva e poco interessante. Canzoni tratte dal concerto di cui sopra vengono alternate a Michael Shannon che interpreta un predicatore, poco credibile e decisamente fuori luogo. La musica non è male ovviamente (anche se dopo gli anni 60 Bob Dylan ha prodotto tanta spazzatura e pochissime perle), sarebbe stato forse interessante, ai fini del documentario, sottotitolare i testi delle canzoni, invece così si assiste per un’ora ad un’altalena di cinque minuti di canzoni e cinque minuti di prediche. L’unico merito di questo film è stato di averci portato all’Auditorium Michael Shannon, che ha incontrato la stampa (me compreso, anche se c’entro poco) subito dopo pranzo.

L’attore del Kentucky, oltre a dimostrarsi anche lui una persona simpaticissima e disponibile più del dovuto, ha parlato molto di Bob Dylan e del film di cui vi ho parlato poco fa. A quanto pare i sottotitoli alle canzoni non c’erano per il semplice fatto che quel simpaticone di Dylan non vuole che i suoi testi vengano tradotti in altre lingue (e può anche andarmi bene, ma almeno in inglese li potevano comunque mettere…). Alla domanda: “Bob Dylan ha visto il film? Gli è piaciuto?”, Shannon e la regista hanno risposto: “Abbiamo sentito dire che era contento, ma lui è più concentrato sul presente e si preoccupa davvero poco di ciò che ha fatto nel passato”. Io amo molto il primo Bob Dylan, ma devo dire che in quanto a simpatia è proprio out… Resta comunque lo stonato più leggendario della storia della musica.

Restano soltanto due giorni di proiezioni e al di là dell’incontro con David Lynch l’impressione è che il meglio ci sia già stato. Comincia ad affiorare un po’ di stanchezza e anche i più insospettabili (me compreso), ovvero persone che mai si lamentano e che sono sempre state soddisfatte di ciò che hanno potuto vedere, stavolta hanno davvero molto da ridire. Anche l’organizzazione ha lasciato un po’ a desiderare: tantissime proiezioni che si accavallano alle 9 e poche negli altri orari, le repliche pomeridiane sono sempre in una delle sale più piccole (il Teatro Studio) in cui si può accedere solo dopo un paio d’ore di fila (mentre le due sale più grandi, alla stessa ora, restano deserte). Sicuramente ci saranno degli ottimi motivi dietro queste scelte così sconsiderate, ma l’anno prossimo qualcuno dovrebbe davvero lavorare meglio sulla programmazione. Sulla selezione dei film non mi esprimo ancora, ma il livello medio è sicuramente un po’ più basso rispetto alle edizioni passate: alla fine sono gli incontri ad essere il fiore all’occhiello di questo Festival 2017. Vabbè, dopo questo sfogo posso finalmente lanciarmi sul letto a quattro di bastoni, dandovi appuntamento a domani con la penultima puntata di questo diario. Lo so che non vedere l’ora di rivedere qua sopra le care vecchie recensioni. Non manca molto, ve lo prometto.

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