Recensione “Parasite” (“Gisaengchung”, 2019)

Guardare un film di Bong Joon-Ho senza sapere neanche un accenno di trama è sempre un’esperienza particolare: il regista di “Memories of Murder” e “Snowpiercer” sa come prendere deviazioni imprevedibili, ma la cosa più importante è che nel farlo non perde mai di vista il racconto. “Parasite” si presenta con la Palma d’Oro di Cannes sul curriculum, dove le differenze sociali e di classe sono al centro di una storia geniale nella sua originalità, spiazzante nel suo svolgimento e gratificante nella sua assurda risoluzione.

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Recensione “Memories of Murder” (“Sar-in-ui chu-eok”, 2003)

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Qualche giorno fa sulla pagina Facebook di Una Vita da Cinefilo avevo deciso di invertire i “ruoli” chiedendo a voi consigli su un film da vedere. Ne è uscita fuori una lista piena di titoli davvero interessanti (ho i lettori migliori del mondo, è ufficiale), tra questi c’era questo film coreano del 2003 firmato da Bong Joon-ho, regista di “Snowpiercer” e “Okja”. Considerato uno dei migliori film coreani di questo secolo, “Memories of murder” è un thriller che non ha assolutamente nulla da invidiare ai titoli più blasonati di Hollywood e anzi è strano che la macchina da film statunitense, sempre pronta a rigirare i migliori film del cinema asiatico (e non solo), abbia rinunciato alla tentazione di un remake.

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Recensione “The Housemaid” (“Hanyeo”, 2010)

The Housemaid

Vedere un film coreano significa ormai rifarsi gli occhi: la cura estetica per l’inquadratura, la fotografia, i movimenti di macchina, la composizione dell’immagine, la musica. Un’attenzione quasi ossessiva per ogni dettaglio scenico, oltre ad una serie di splendidi soggetti, dal thriller al dramma, che fanno della sua cinematografia una delle più belle ed interessanti dell’ultimo decennio, e anche di più. Dopo i vari Kim Ki-Duk, Park Chan-Wook, Kim Jee-Woon e quanti altri, ecco Im Sang-Soo, che dopo aver fatto parlare di sé al Festival di Cannes nel 2005 con “The President’s Last Bang”, trova la sua consacrazione con questo remake di un caposaldo della cinematografia coreana (l’omonimo “The Housemaid” di Kim Ki-Young), con il quale arriva a far parte della selezione ufficiale di Cannes nel 2010.

La giovane domestica Euny viene assunta come aiuto-governante nella lussuosa villa di una famiglia borghese. Il capofamiglia, con moglie incinta di due gemelli, seduce la ragazza, facendone la sua amante. Sua moglie e la machiavellica suocera scoprono però che la domestica è incinta e vengono subito a sapere la verità: da quel momento la vita da sogno nella villa si trasformerà in un incubo.

Rispetto al film originale, Im Sang-Soo trasferisce il punto di vista della vicenda dalla parte di Euny, rendendola testimone innocente ma anche ponte tra i quartieri popolari del bellissimo prologo e la ricchezza borghese del resto del film, oltre che oggetto del desiderio e della pulsione sessuale del padrone di casa. Una storia torbida, dai tratti fortemente erotici (che caratterizzano da anni il cinema orientale), piena di fragilità e cattiverie, e con un finale meraviglioso, scioccante, che lo rende uno dei migliori film di questo periodo. La bellezza delle immagini culla lo spettatore, lo avvolge come una sonata al pianoforte, ed infine lo spiazza, graffiando via dagli occhi ogni splendore estetico, e lasciandogli soltanto il trauma di un finale psicologicamente potente e definitivamente vendicativo.

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