Cosa vedere su RaiPlay

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Non tutti sanno che sul sito di mamma Rai c’è un grandissimo archivio di film da vedere online in streaming gratuito: il servizio si chiama RaiPlay e ce n’è davvero per tutti i gusti, soprattutto cinema italiano (da Sophia Loren a Paolo Villaggio), ma anche ottimo cinema internazionale (da Richard Linklater a Ron Howard). Per aiutarvi a districarvi nell’enorme mare di titoli, segnalerò in questo articolo alcuni film piuttosto rilevanti divisi per categoria. Poi però almeno uno guardatevelo, non fatemi scrivere tutto sto popò di guida per niente (la guida è aggiornata al 22 agosto 2018, se quindi la leggerete nel 2025 e troverete cose diverse non prendetevela con me).

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Top 20 – I migliori film del 2017

E anche il 2017 è volato via… Un altro anno pieno di cinema, di immagini, di piccole e grandi emozioni. Siamo stati comodamente seduti sulla poltroncina del cinema, tuttavia, seppur immobili, abbiamo cantato, ballato e pianto nella città delle stelle, abbiamo sentito il freddo gelido del Massachusetts, riscoperto le vie della Forza, comunicato con intelligenze superiori e provato davvero ogni genere di emozione. Come da tradizione, ecco la classifica dei miei migliori film dell’anno, stilata in base alle pellicole uscite nelle sale italiane nel 2017: è sempre bene ripetere che si tratta di una classifica che riflette i gusti personali del sottoscritto e non pretende di ergersi come verità assoluta per ciò che riguarda il cinema di quest’anno solare. Si tratta di una classifica di emozioni, piuttosto che di film, da queste parti siamo fatti così. Premesso ciò, voi che titoli avreste inserito?

1. La La Land (Damien Chazelle)
LaLaLand

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Recensione “Café Society” (2016)

Era dai tempi di “Midnight in Paris” che non si vedeva un film di Woody Allen così bello e soprattutto così ispirato. Forse è perché il regista newyorchese è tornato a parlare di ciò che conosce meglio: l’amore amaro. In questo suo quarantasettesimo (!) film ritroviamo molti dei segni caratterizzanti che hanno reso la filmografia di Allen unica nel suo genere, tra battute fulminanti, l’amore per New York e per la musica jazz, oltre ad una coppia di personaggi caratterizzati da quella malinconica anedonia che aveva reso indimenticabili pellicole come “Io e Annie” oppure “Manhattan”. Un film di ampia portata, ricco di personaggi, capace di svolte improvvise e decisi cambi di registro, seppur mantenendo un sottofondo pieno di ironia talvolta drammatica (“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi ci azzecchi”). Woody Allen divide la sua storia tra Los Angeles e New York negli anni 30, giocando con i cliché (la noiosa e artefatta vita di Hollywood, la criminalità che muove i fili nella Grande Mela), con le solite meravigliose frecciate a sfondo religioso e con una storia d’amore fatta di sguardi persi e sogni lontani.

Negli anni 30 il giovane Bobby, insoddisfatto della sua vita a New York, lascia la gioielleria del padre per trasferirsi a Hollywood, dove suo zio Phil è uno dei personaggi più influenti dello showbiz. Qui conosce la segretaria di suo zio, Vonnie, di cui si innamora. Ma il suo piano di sposarla e portarla a vivere a New York fallisce, motivo per cui il ragazzo deciderà di tornare nella sua città da solo per dirigere insieme al fratello gangster un locale che ben presto diventerà il ritrovo più frequentato dall’alta società newyorchese. Ma il passato, presto o tardi, ritorna.

Woody Allen evoca, attraverso l’età d’oro dei caffè e dei club alla moda dell’America post-proibizionismo, una storia d’amore romantica, tenera ma al tempo stesso amara e malinconica, in cui tutta la felicità del mondo ogni tanto si perde in una piccola pozza di memoria che lentamente sfocia nel soffuso ricordo di un passato mai dimenticato. Un film bellissimo.

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Andiamo al cinema: le uscite di Maggio 2013

Il nostro maggio farà a meno del vostro coraggio? Speriamo di no per voi, perché i cinema sono pronti a riempirsi di grandi film. C’è il Festival di Cannes in arrivo, e con esso i botti di una primavera intensa, ricca di cinema di alto livello. Come ogni mese eccoci qua allo scopo di consigliarvi le migliori uscite cinematografiche del mese, perché con i prezzi che hanno raggiunto le sale al giorno d’oggi, sbagliare film è decisamente qualcosa da evitare.

02.05.13
Il cecchino: Visto lo scorso autunno al Festival di Roma, il nuovo film di Michele Placido è un onestissimo poliziesco (il polar tanto amato dai francesi) ambientato a Parigi, con Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz, Luca Argentero e Violante Placido. Non sarà un capolavoro ma se volete passare un paio d’ore di buon cinema non troppo impegnato, è il film giusto da vedere.

Muffa: Film turco che ha riscosso parecchi consensi lo scorso anno a Venezia. È la storia di un ferroviere che non ha più notizie di suo figlio da ormai 18 anni, quando fu arrestato a causa delle sue idee politiche. Ogni mese manda una lettera al Ministero degli Interni e alla Questura per ribadire la sua speranza di ritrovare il figlio perduto. Un giorno, riceve finalmente una risposta… Interessante.

09.05.13
La Casa: Atteso remake del capolavoro cult di Sam Raimi del 1981. È un film pericoloso, perché costretto a fare i conti con la storia del cinema horror, ma ad ogni modo va visto proprio per soddisfare questa curiosità: sarà all’altezza del precedente? Ovviamente no (senza Raimi né Bruce Campbell non c’è partita), ma potrebbe rivelarsi comunque un horror di buon livello. Per gli amanti del genere.

No: Ultima fatica del cileno Pablo Larrain, candidato agli Oscar come miglior film straniero. La vera storia sul referendum che si è svolto in Cile nel 1988, allo scopo di confermare o allontanare il dittatore Augusto Pinochet, strafavorito alla vigilia (anche grazie alle pressioni da lui esercitate sul popolo). Ad un giovane pubblicitario viene affidata la campagna per il NO, con pochi mezzi a disposizione e sotto il controllo del governo il giovane Saavedra concepirà un’idea ambiziosa: la libertà è allegria. Con Gael Garcia Bernal protagonista, potrebbe essere uno dei film del mese.

Post Tenebras Lux: Tanti applausi lo scorso anno a Cannes per questo film messicano, diretto da Carlos Reygadas. Juan e la sua famiglia si trasferiscono dalla città in campagna, ritrovandosi catapultati in un mondo totalmente differente, con altri tempi, altre abitudini. Un’altra vita, spiazzante, contrastante, che porterà Juan a porsi delle domande…

16.05.13
Il grande Gatsby: Dal celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald, l’atteso film che aprirà il prossimo Festival di Cannes. Diretto da Baz Luhrmann e interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire, la storia di Nick Carraway, un uomo del Midwest, che trasferitosi a Long Island resta affascinato dallo stile di vita del suo vicino di casa, il signor Gatsby. Diventerà testimone di tutto ciò che accadrà…

23.05.13
La grande bellezza: Il nuovo film di Paolo Sorrentino, in competizione al Festival di Cannes. Toni Servillo è un celebre giornalista che si muove tra cultura e mondanità in una Roma calda, inafferrabile, affascinante. Altro film candidato ad essere il migliore del mese, e il nome del regista ormai è una garanzia. Da vedere.

Capitolo 199

Soltanto un capitolo ci separa dal traguardo dei 200. Lo avreste creduto? Io probabilmente no. Ma non è ancora il momento delle (auto)celebrazioni, soprattutto con tutti questi film di cui dobbiamo parlare. È strano pensarci, ma di tutte le direzioni che prendono le nostre vite, di tutti i cambiamenti che si susseguono anno dopo anno, il cinema resta una grande costante, e non è poco. Ci dovremmo pensare più spesso, ogni volta che ci lamentiamo: nessuno è davvero povero quando può avere il cinema.

Noi non siamo come James Bond (2012): Grazioso documentario italiano che racconta la storia di un’amicizia con ironia e originalità. Spunti di riflessione e quella giusta dose di nostalgia che lentamente si diffonde in tutte le scene. Fa bene vedere questi film, perché sono realizzati con passione, con amore, e poi un film con due amici che vogliono incontrare Sean Connery per domandare a James Bond il segreto dell’immortalità è un film che andrebbe visto sulla fiducia. Bello.

Oblivion (2013): Film di fantascienza che tutto sommato non è altro che un blob di tanti altri film del genere, ma che in fin dei conti risulta piacevole da vedere. Mentre lo guardavo mi sono venuti in mente “Moon”, “Guerre Stellari”, “Armageddon”, “Fahrenheit 451”, “Il pianeta delle Scimmie” e forse anche un pizzico di “Solaris”, giusto per citarne qualcuno. Ma Tom Cruise ci mette sempre la presenza, e alla fine mi sono anche divertito. Certo, mai una volta che capiti a me di vedere Olga Kurylenko che mi cade dal cielo…

Ed Wood (1994): Trovato in tv in una notte buia e tempestosa, un altro dei gioielli firmati da Tim Burton. Vedere l’entusiasmo e la passione con la quale Ed Wood si dedicava a fare (male) ciò che amava, è un bellissimo insegnamento per tutti. Della serie “fa’ ciò che ami, e vaffanculo tutto il resto”. Due annotazioni: il doppiatore di Martin Landau (cioè Michele Kalamera, lo stesso di Clint Eastwood in “Gran Torino”, per esempio) è un genio, come apre bocca io rido. L’altra riguarda la scena del bar, dove Orson Welles e Ed Wood, ovvero il migliore e il peggiore, sono afflitti dallo stesso problema: i produttori che vogliono mettere bocca su ogni decisione riguardante i film da girare. È magia.

Scatti rubati (2010): Mi ha sorpreso molto trovare questo film in tv, doppiato in italiano e con un titolo italiano. “L’homme qui voulait vivre sa vie” è passato un po’ in sordina dal Festival di Roma del 2010, dove lo avevo piuttosto apprezzato, ed ero certo non fosse mai stato distribuito in Italia. E poi invece me lo trovo così, di notte, su RaiMovie. Buon film con Romain Duris, meritava forse un pochino di fortuna in più.

Nella casa (2012): L’ultimo film di François Ozon, molto atteso a dire la verità, forse troppo. I primi trenta o quaranta minuti sono da manuale: ero letteralmente appiccicato alla poltroncina del cinema, rapito, volevo assolutamente sapere cosa sarebbe successo dopo. Il problema è che dopo, verso la fine, il film si perde un po’, e lentamente sembra soffrire di mancanza di idee, quasi come il giovane protagonista. Buon film, ma poteva essere decisamente migliore, peccato.

Spring breakers (2012): Appena visto il trailer avevo già capito che questo film non mi sarebbe piaciuto. Ero prevenuto, lo ammetto, e non me ne vergogno. Ma al Kino del Pigneto, in compagnia di buoni amici, non dico mai di no, ed è così che sono finito a guardare questo film irritante, figlio di una generazione pop, di quella faccia degli Stati Uniti che mai riuscirò a digerire. In mezzo a cotanto fastidio, riconosco la potenza di un paio di sequenze: la lettera (angosciante, a pensarci!) che la protagonista scrive alla nonna (era alla nonna? Non ricordo) e una canzone di Britney Spears (sic!) interpretata al ralenti dalle protagoniste e dall’ottimo James Franco, di fronte ad un tramonto che sembrava renderli eterni.

Il profeta (2009): Capolavoro, non mi vengono in mente altre parole. Jacques Audiard racconta con maestria un prison-movie che racchiude in sé la perfezione. Ascesa al potere di un piccolo arabo, silenzioso ma vispo. Non abbiamo bisogno di un profeta per dire che questo film sarà ricordato nei decenni come una delle migliori pellicole francesi degli anni 2000.

A hero never dies (1998): Johnnie To l’ho conosciuto grazie a “Vendicami”, un film del 2009 che ho amato. Lo scorso novembre l’ho ritrovato al Festival di Roma con il buon “Drug war”. Quando ho trovato questo film del 1998 in tv, ho capito subito che avrei dovuto vederlo, perché lo avrei amato. Così è stato. To ha un meraviglioso gusto per l’estetica, per le immagini: le sue scene d’azione sono dei balli di sangue e di piacere per gli occhi. In questo caso è imperdibile l’incontro al bar tra i due protagonisti, prima del gran finale. Bellissimo, un gioiello del cinema di Hong Kong. Da recuperare.

The exorcism of Emily Rose (2005): Lo avevo visto al cinema e mi era moderatamente piaciuto. Lo hanno rifatto in tv, e non essendoci di meglio, me lo sono rivisto. Buon film, mi sono sempre piaciuti i cosiddetti legal movie (i film che raccontano un processo), e la componente horror (i flashback sulla vicenda di Emily Rose) non è affatto male. Devo dire che pensavo facesse abbastanza paura, poi però all’intervallo hanno fatto il Tg4 con i faccioni di Alfano e Berlusconi…

Recensione “Bomber” (2009)

È proprio il caso di dirlo: meglio tardi che mai. Dopo quattro anni arriva nelle sale italiane la bellissima commedia di Paul Cotter, un road movie indipendente, girato con appena 25mila euro, soltanto con tre attori e sette persone dello staff (regista compreso). Il cinema indipendente sempre più spesso riesce ormai a regalare quelle emozioni e quelle sensazioni che il cinema “dei grandi” non è più in grado di offrire, costipato nelle sue macchine fabbrica-soldi, dove il box-office è la prima legge da soddisfare. Non è stato così per “Bomber”, costruito con cuore e passione, in cui è la storia dei suoi improbabili protagonisti il centro di gravità della pellicola.

Una coppia di ottantenni decide di tornare in Germania, loro paese d’origine. Lui, ex pilota della Royal Air Force, nasconde il peso di una colpa mai espiata: durante la guerra ha bombardato un villaggio tedesco. È proprio quel villaggio la meta della coppia, per saldare i conti con il passato. Al viaggio si unisce malvolentieri il figlio trentenne, senza un lavoro fisso e in piena crisi con la sua ragazza. Costretti a viaggiare insieme, i tre affronteranno finalmente tutte le loro questioni mai risolte, ritrovandosi a fare i conti con il concetto di “famiglia”.

Dopo aver girato il mondo a livello di festival, dove ha riscosso cascate di premi, “Bomber” si dimostra uno dei debutti più divertenti e folgoranti del cinema britannico degli ultimi dieci anni, merito dell’ispiratissimo Paul Cotter, che mette il suo film sulla scia dei grandi road movie del recente cinema indipendente: da “About Schmidt” e “Sideways” di Alexander Payne, al geniale “Little Miss Sunshine” di Valerie Faris e Jonathan Dayton. I nostri applausi sono per la Distribuzione Indipendente di Giovanni Costantino, che ha avuto il coraggio e l’occhio di scovare questo gioiello cinematografico e di proporlo nel suo circuito di diffusione, nella speranza che, anche grazie al passaparola, questo film possa arrivare a più spettatori possibili. Noi più che consigliarvelo non possiamo fare, sta a voi adesso correre in sala. Si ride e fa pensare: non ve ne pentirete.

pubblicato su Livecity

Capitolo 198

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi? Per quanto mi riguarda il proverbio è ormai diventato “Natale al cinema, Pasqua pure”. Infatti è così che abbiamo passato le ultime feste: con tanta cioccolata e tanto cinema. In questo capitolo ben undici film, tantissimi, praticamente una squadra di calcio. Il capitolo 200 si avvicina sempre più, ma non è il momento di parlarne, è invece il momento di lasciare spazio ai film.

Cave of forgotten dreams (2011): Splendido documentario di Werner Herzog, a proposito della grotta Chauvet, in Francia, celebre per i suoi magnifici murales risalenti all’età della pietra. È la prima volta che qualcuno al di fuori degli archeologi riesce a entrare nella grotta, e grazie a Herzog entriamo anche noi. Nella caverna dei sogni dimenticati ci sentiamo anche noi esseri umani. Grande film.

Il lato positivo (2012): Rivisto al cinema per una seconda volta, al seguito di amici. Meglio rivedere un film già visto che stare a casa ad annoiarsi, ho pensato. La prima volta, vedendolo da solo, l’avevo considerato più profondo che divertente. Stavolta invece mi è sembrato più divertente che profondo. Ad ogni modo è un’ottima occasione per vedere nuovamente un Robert De Niro all’altezza, e Jennifer Lawrence (premio Oscar per lei) vale decisamente il prezzo del biglietto: è proprio vero che i leggings non mentono mai… Gran colonna sonora dove spiccano i Led Zeppelin (“What is and what should never be”), e il duetto tra Bob Dylan e Johnny Cash (“Girl from the North Country”).

Un giorno devi andare (2013): Non sono mai stato un fan di Giorgio Diritti, e anche stavolta il regista non ha fatto molto per farmi cambiare idea. Certo, bello il Brasile, bello l’uso del portoghese come lingua portante del film, bella Jasmine Trinca, bella l’ambientazione, belli i colori, bello tutto, ma che noia! Noia, noia, noia. Il classico film che pretende troppo. Non mi è piaciuto.

Profondo rosso (1975): Rivedendolo ho trovato ancora una volta conferma che si tratti di uno dei più grandi film della storia del cinema italiano. Non mi stancherò mai di rivederlo, è un film pazzesco, grandissimo, immortale. Come può il regista di “Profondo rosso” essere lo stesso di “Dracula 3D” o “La terza madre”, è uno dei grandi misteri dell’universo. Quando Dario Argento era ancora “vivo”. Un capolavoro.

Educazione siberiana (2013): Domenica di Pasqua passata a spasso per Roma, e conclusa nel tardo pomeriggio con una bella capatina al cinema. Il film di Salvatores funziona, e trova l’apice della sua bellezza nella scena alle giostre (un espediente che al cinema ha sempre un non so che di magico), con “Absolute beginners” di David Bowie in sottofondo. Uno squarcio sull’Occidente, tra le nevi di una Russia ostile, difficile, quasi invivibile.

Balla coi lupi (1990): Capolavoro. Uno di quei film che quando passa in tv lo devi rivedere per forza, anche se hai il cofanetto in dvd. Un film immenso, di cui c’è poco da parlare, è solo da ammirare, da godere. Di tutte le piste di questa vita, la più importante è quella che conduce all’essere umano… Grandioso Kevin Costner, premi a fiumi per lui, tutti sacrosanti.

Nove regine (2000): Uno dei nuovi grandi classici del cinema argentino contemporaneo, film bellissimo e molto amato in patria. Dvd trovato su una bancarella di Porta Portese la mattina di Pasqua, a soli 3 euro. Immaginatevi la mia gioia: una sorta di “stangata” con Ricardo Darin, una sceneggiatura perfetta con truffe, contro truffe, tanti colpi di scena e la solita ironia argentina in sottofondo. In più, la sorpresa di trovare “Il ballo del mattone” di Rita Pavone come tormentone musicale del film. Da recuperare, è un filmone.

Fuga da Alcatraz (1979): Uno dei grandi classici della mia infanzia, visto e rivisto decine di volte. Erano tanti anni che non me lo ritrovavo di fronte, e va detto che il film non è invecchiato di un giorno: sempre potente, avvincente, pregno di momenti emozionanti. La storia (vera) dell’incredibile fuga avvenuta nel carcere dal quale mai nessuno era evaso: Frank Morris è Clint Eastwood, non c’è bisogno di sapere altro. Assolutamente da (ri)vedere.

La madre (2012): Lo ammetto, a spingermi al cinema è stato il commento di un amico: “Ci sta Jessica Chastain che suona il basso”. Un’immagine del genere a mio parere valeva il prezzo del biglietto. In realtà anche il resto del film non è da buttare: è un horror certamente non indimenticabile, ma comunque godibile, anche se il titolo fa più pensare ad un’opera di Maccio Capatonda che a un horror.

Hitchcock (2012): Dopo due giorni lo si è già dimenticato, ma vale comunque la pena di una visita al cinema. Ha il pregio di portarci sul set dove Alfred Hitchcock stava girando “Psyco”, e sembra davvero di trovarci là, dietro la macchina da presa mentre Janet Leigh (Scarlett Johansson) è sotto la doccia. Casting grandioso (la trasformazione di James D’Arcy in Anthony Perkins è incredibile), film onesto, anche se alla lunga ci si accorge che, in fin dei conti, non è davvero niente di eccezionale.

Kiki consegne a domicilio (1989): Un film di Miyazaki è sempre un film di Miyazaki, anche se stavolta meno poetico ed avvincente rispetto a molti altri titoli della sua immensa filmografia. Ma anche stavolta il Maestro del cinema d’animazione ci insegna qualcosa di importante: mai prendere per sconfitte le situazioni negative, sfruttare il proprio talento (trovarlo magari, e poi sfruttarlo). Bellino, un grande abbraccio di umanità.

Capitolo 195

Da che mondo è mondo, febbraio è sempre un mese bello pregno di bei film, e anche quest’anno non si sta smentendo. Si è appena concluso il Festival di Berlino, e siamo nella settimana che porterà alla notte degli Oscar, che lascia un po’ il tempo che trova, ma che ad ogni modo è sempre una simpatica occasione per fare nottata con gli amici, bere qualche birra, mangiare patatine, e soprattutto contestare le scelte dell’Accademy.

Blue Valentine (2010): Una volta il giorno di San Valentino uscivano film smielati e insopportabili. Quest’anno finalmente è un po’ cambiata la tendenza, e il 14 febbraio è uscito in sala questo bel film di Derek Cianfrance, la storia di un amore al principio pieno di sogni, romanticismi e buone intenzioni, ma nel presente grigio e triste, che lascerà un po’ l’amaro in bocca. Straordinari i due interpreti, Michelle Williams e Ryan Gosling, e molto bella la scena in cui Gosling suona l’ukulele mentre lei balla. Dopo aver visto il film ho imparato a suonare anche io quella canzone con l’ukulele, ora mi servirebbe soltanto Michelle Williams…

Giù al Nord (2008): Sono davvero affezionato a questo film. L’ho visto cinque anni fa insieme ad un gruppo di amici francesi durante un anno che, anche grazie a loro, stava cambiando radicalmente il mio modo di vivere e di vedere il mondo. Un anno dopo sono andato in Francia a visitare il famoso Nord dove è ambientato il film, e mi è sembrato davvero di trovarmi nella pellicola di Dany Boon. Gente meravigliosa e tanti bei ricordi. E per quanto riguarda il film, che presa a bene!

Parlez-moi de vous (2011): Ultimo film visto durante la mia esperienza di giurato del My French Film Festival 2013, che si è ormai concluso da pochi giorni. Film discreto ma non eccezionale, con una celebre speaker radiofonica che si affaccia in campagna per ritrovare e conoscere la madre che l’ha abbandonata da piccola. Cerca di alternare leggerezza a scene drammatiche, ma alla lunga annoia un po’.

Before Sunrise (1995): Doppietta micidiale al Kino di via Perugia, “Before Sunrise” e “Before Sunset” uno dopo l’altro. Dalla serie “facciamoci del male”. Se dovessi fare una lista di film che mi somigliano, che riflettono davvero la mia vita, o la mia personalità, beh, in quella lista non potrebbe mancare mai questo capolavoro. C’è il viaggio, l’avventura, il sentimento, l’addio. Jesse e Celine non sembrano personaggi di un film, sono persone. Ditemi voi se uno della mia età può ancora commuoversi così tanto davanti ad un dannato film romantico.

Before Sunset (2004): Dopo nove anni da quella magica avventura viennese, Jesse e Celine si incontrano di nuovo a Parigi, soltanto per poche ore. Rispetto al primo film c’è meno ingenuità, meno romanticismo, e più disillusione, più rimpianti, più grigiore. È tutto più triste. Ma quel “I Know” che chiude il film è di una bellezza meravigliosa. Julie Delpy si conferma una delle 356 donne della mia vita. E ora aspetto con ansia spasmodica “Before Midnight”, il terzo film della serie, presentato l’altro giorno alla Berlinale.

Noi siamo infinito (2012): Un buon film generazionale, molto furbetto (dai, dopo “500 giorni insieme” è troppo facile usare gli Smiths come collante sonoro tra i personaggi!) ma assai carino. Un bel salto negli anni dell’adolescenza, quando tutto era amplificato a mille, l’amore, oppure la scoperta di nuove canzoni (l’uso di “Heroes” di Bowie nella scena della galleria è strepitoso). Il protagonista per certi versi mi ha ricordato il me stesso di una quindicina di anni fa, e un po’ mi ha inquietato (“accettiamo l’amore che pensiamo di meritare”). Furbetto, come dicevo, ma carino.

Promised Land (2013): Mi piace questo tipo di cinema! Un bel film di denuncia filmato da Gus Van Sant, che è un regista che apprezzo, e con un bel Matt Damon in un ruolo piuttosto interessante, perché in fin dei conti è una sorta di cattivo inconsapevole, che si ritrova dentro qualcosa probabilmente più grande di lui. Bello, coinvolgente, e poi sapere che le lobby americane hanno cercato di fermare la produzione del film è un qualcosa in più.

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (2010): Uno dei peggiori Woody Allen degli ultimi anni, anche se rivedendolo non mi è sembrato poi così brutto. Certo, cambiare il titolo originale (“You will meet a tall dark stranger”, in riferimento alla morte) in questo italiano è un po’ un mezzo delitto. Il film è un elogio dell’ignoranza e dell’illusione, visto che coloro che si illudono riescono ad agguantare la felicità, chi è invece più razionale e pragmatico subirà una grossa serie di delusioni. Ma soprattutto: perché Freida Pinto non viene mai a suonare la chitarra di fronte casa mia? Che brutto mondo.

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Recensione “Blue Valentine” (2010)

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Il titolo è quello di un album del 1978 di Tom Waits, in cui il cantautore americano cantava la fine di un amore ancora forte nei suoi ricordi. Il film, che arriva in Italia con due anni di ritardo, è del quasi esordiente Derek Cianfrance, che ha riscosso consensi al Sundance 2010 e al Festival di Cannes dello stesso anno (nella sezione Un Certain Regard). È la storia di un amore, ma non una storia d’amore: interamente retto sulle spalle di due attori eccezionali, Ryan Gosling e Michelle Williams, “Blue Valentine” racconta il rapporto di una coppia alternando il grigio presente al dolce e romantico passato.

Dean e Cindy sono sposati e hanno una bambina bellissima e sorridente. Il loro matrimonio però sembra dare segni di cedimento: Dean pensa di vivere il sogno americano, ma in realtà dipinge pareti e beve troppo; Cindy interiorizza tutto per poi esplodere con tutto il suo livore e la sua amarezza. Alternato a questo presente, dove Dean spera di regalare al suo matrimonio un’ultima notte di speranza, ci sono i flashback del loro splendido passato, quando erano un po’ più giovani e pieni di belle intenzioni. Il ricordo del loro incontro, il primo appuntamento, i momenti di dolcezza, di passione, la promessa di amore eterno. È una storia come ce ne sono tante, come ce ne sono state e come ce ne saranno ancora: è una storia reale, credibile, e forse è per questo che rende così tristi.

Un film di questo genere non potrebbe funzionare senza due attori all’altezza. Gosling, dopo il ruolo da silenzioso protagonista di “Drive”, è un ingenuo e al tempo stesso rabbioso romantico, mentre Michelle Williams gioca sul non detto, regala un’interpretazione di sottrazione per poi mostrarsi come reale centro di gravità della pellicola (un ruolo per cui tra l’altro la Williams ottenne la nomination agli Oscar nel 2011). Interessante anche la scelta stilistica del regista, che usa il digitale per raccontare il presente e la pellicola a 16mm per disegnare la magia del passato, dove anche l’amore sembra essere vintage. Un film pessimista? Forse, ma tirando le somme della loro storia viene voglia di pensare ad una frase di De Andrè: “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.

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