Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)

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Ci sono alcuni film che raccontano la vita, che cercano di imitarla, di riprodurla. Ci sono però altri film, pochi a dire la verità, che sono la vita. Quello di Abdellatif Kechiche appartiene a questa categoria. Segnatevi sul calendario il 24 ottobre, perché è il giorno in cui esce in sala il più bel film dell’anno. Kechiche trova in Lea Seydoux e soprattutto in Adele Exarchopoulos due muse, due facce della stessa medaglia, due attrici meravigliose che non interpretano un personaggio, ma lo assimilano completamente. È per questo che la pellicola è così ben fatta: in tutti i suoi 179 (!!) minuti non fa mai pensare che sia finzione, non fa mai pensare ad un film. Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, quello di Kechiche sembra solo l’inizio di un racconto più grande sulla vita di Adele (evidenziato dal sottotiolo Capitolo I & II), in un certo senso allo stesso modo in cui François Truffaut ha raccontato la vita di Antoine Doinel.

Adele frequenta il liceo e passa le giornate con le sue compagne di classe, parlano di ragazzi, si raccontano tutto, non si mollano un momento. Conosce un ragazzo e comincia a frequentarlo, ma nei suoi sogni e nei suoi pensieri compare una misteriosa ragazza dai capelli blu, incrociata recentemente per strada. Le convinzioni di Adele cominciano a vacillare, e quando incontrerà nuovamente quella ragazza, Emma, conoscerà l’amore e potrà realizzarsi come donna. Gli anni passano, Adele cresce e la sua vita inevitabilmente si evolve, si involve, semplicemente cambia.

Emma e Adele sono due persone che si amano, ma prima di tutto sono due persone, con le loro ambizioni e le loro debolezze: quello di Kechiche in fin dei conti si potrebbe anche interpretare come un film sulle proprie vocazioni, sulla realizzazione, sulla lunga e impervia strada che porta alla completezza. E se la strada può essere persa durante il cammino, quella stessa strada può anche essere ritrovata, sta a noi. Trionfatore dell’ultimo Festival di Cannes, “La vita di Adele” è uno di quei film che andrebbero mandati nello spazio per raccontare agli extraterrestri qualcosa di noi, gli esseri umani, con le nostre qualità, le nostre contraddizioni, i nostri umori, gli alti e i bassi. Per il momento ci accontentiamo di vederlo al cinema, perché noi stessi abbiamo costantemente bisogno di comprenderci, di vederci raccontare, di ricordarci quanto può essere bello e al tempo stesso arduo vivere delle nostre emozioni.

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Recensione “La guerra è dichiarata” (“La guerre est déclarée”, 2011)

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«Perché è capitato a noi?» «Perché noi ce la possiamo fare».
Il film autobiografico di Valérie Donzelli è uno di quei miracoli cinematografici che restano dentro, ci seguono anche dopo l’uscita dalla sala, accompagnandoci lungo la via del ritorno a casa. La regista, anche sceneggiatrice e interprete insieme al suo compagno Jérémie Elkaim, porta sullo schermo la storia recente della sua vita, lucidamente, onestamente, con un’intensità tale da farci sentire totalmente coinvolti in ogni suo attimo, ogni paura, ogni sorriso, ogni sospiro.

Juliette e Romeo si incontrano ad una festa. Si piacciono, si innamorano. Qualche tempo dopo nasce Adam, il loro bambino. Adam ha un tumore al cervello e la vita dei due ragazzi cambia vorticosamente. Nonostante le difficoltà, le operazioni, le terapie, Juliette e Romeo cercano di portare avanti la loro nuova quotidianità con pazienza, forza, ma soprattutto con il furore e la caparbietà di chi non vuole perdersi un momento, di chi vuole andare avanti malgrado tutto.

Alternando ironia e tragedia, il film di Valérie Donzelli emoziona e commuove, sa farci sorridere e al tempo stesso lascia qualche brivido percorrerci la schiena, fino a sporgersi sul balcone degli occhi. Onesto fino in fondo, mai ruffiano, mai sopra le righe, non vuole commuovere a tutti i costi, semplicemente ci suggerisce di farlo. Questa è la vita, e ogni tanto il cinema riesce a ricordarcelo.

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