Recensione “L’Ospite” (2019)

Dopo “Orecchie”, uno dei film italiani più interessanti del decennio, Daniele Parisi e Silvia D’Amico tornano in quel che si potrebbe definire una sorta di seguito ideale del film di Alessandro Aronadio. Stavolta alla regia c’è il fiorentino Duccio Chiarini e al centro della storia ci sono coppie in crisi, coppie che scoppiano o in bilico tra diverse possibilità.

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Recensione “Tito e gli alieni” (2018)

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Ogni tanto il cinema italiano tenta di osare un po’ di più, di prendere una strada un po’ più difficile per raccontare qualcosa di intimo, senza però perdere i tratti distintivi che contraddistinguono da sempre la nostra storia: ironia, leggerezza e un po’ di malinconia. La regista Paola Randi affronta il delicato tema dell’elaborazione del lutto in una chiave del tutto originale, immergendo i suoi personaggi nella desolazione del deserto del Nevada, a due passi dalla quasi mitologica Area 51, dove gli scienziati cercano segni di vita dallo spazio profondo. Vita e morte sono infatti le chiavi di lettura di questo film, a tratti ingenuo, con qualche difetto di fondo, ma con un cuore grande e un’aura favolistica che riesce a fare breccia anche nell’animo dello spettatore più esigente (con il contributo degli Eels e della bellissima “That Look You Give That Guy”).

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Recensione “Il paese delle spose infelici” (2011)

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Quello di Pippo Mezzapesa è un nome che circola ormai da molti anni nei Festival di cortometraggi di tutta Italia, dove ha inanellato un’invidiabile serie di premi e importanti attestati di stima (dal David di Donatello per il miglior cortometraggio nel 2004, ad un paio di menzioni speciali ai Nastri d’Argento, nel 2006 e nel 2009). Finalmente è riuscito a realizzare il suo primo lungometraggio, “Il paese delle spose infelici”, tratto dall’omonimo libro di Mario Desiati, dove si ritrovano in parte alcuni elementi già visti nei suoi precedenti lavori, in particolare nel bellissimo “Come a Cassano”: la sua Puglia, ovviamente, ma anche il campo da calcio, gli spogliatoi, i ragazzi di strada, le loro vite.

Veleno e Zazà sono due ragazzi completamente diversi: uno benestante, un po’ timido ed introverso, l’altro di origini modeste ma sicuro di sé, un talento del pallone senza una vera famiglia (vive con un fratello scapestrato), che riversa nella vita, nel pallone e negli amici tutto ciò che non ha mai avuto. Il campo da calcio è la loro palestra di vita: sbucciarsi il ginocchio è una sorta di rito di iniziazione alla vita, alla strada, dove il fango del campo sporca di realtà e allo stesso tempo è un solido collante di giovani amicizie. In un paese dove non succede mai niente, fa notizia il tentato suicidio della bella Annalisa, caduta in un limbo di tristezza dopo la morte del suo promesso sposo. I due ragazzi sono infatuati dalla sua bellezza e trovano il coraggio di avvicinarla: comincia un legame particolare, leggero, un triangolo dove ci si prende cura l’uno dell’altro (per un attimo fa pensare a “Jules e Jim”), e dove il sole della Puglia diventa gentile, caldo testimone di una vera amicizia.

Nella sua opera prima Mezzapesa mette pienamente in mostra le potenzialità del suo talento, un regista capace di raccontare la Puglia (ma è una storia che si potrebbe svolgere ovunque) e la vita quotidiana di un gruppo di ragazzi come riescono in pochi. E in questo paese di spose infelici ci lasciamo facilmente trascinare dalla curiosità del giovane Veleno nella scoperta di questo gruppo di nuovi amici, guidati dal talento calcistico di Zazà: come nell’infanzia di tutti noi, le giornate scorrono tra partite di calcio, mare e un po’ di noia, in quegli anni 90 di transizione, quando la mancanza di Internet e cellulari veniva compensata da rapporti veri, sguardi negli occhi, incontri reali. Annalisa, che “sembra una Madonna”, sarà la chiave per scavare nuove emozioni nella loro quotidianità. Ironico, fresco, vero: Mezzapesa si propone come sorpresa del Festival e soprattutto come talento emergente del cinema italiano. Ne avevamo decisamente bisogno e, statene certi, ne sentiremo parlare parecchio.

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Recensione “Il divo” (2008)

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Gli applausi del festival di Cannes, oltre al Premio della Giuria assegnato a Paolo Sorrentino: con queste credenziali “Il Divo”, ultima opera del regista napoletano, si affaccia finalmente nelle sale italiane con le aspettative che merita: la garanzia del ritrovato connubio tra il regista e Toni Servillo, entrambi impeccabili nel bellissimo “Le Conseguenze dell’Amore” (2004), stavolta impegnati nel raccontare un pezzo di storia italiana attraverso il personaggio politico più influente e importante degli ultimi cinquanta anni del nostro Paese, Giulio Andreotti.

“Mi difenderò con tutte le mie forze, e tutte le mie forze non sono poche”. Con questa frase l’Andreotti di Toni Servillo si prepara ad affrontare la più terribile delle accuse: associazione mafiosa. Siamo nel 1995, atto finale di un film che riesce a raccontare più di quanto mostra, che si insinua in ogni sfaccettatura del personaggio, mostrando il lato oscuro di un uomo attraverso le sue ossessioni, i suoi dolori, la sua battuta sempre pronta, la sua paurosa freddezza e l’inossidabile insensibilità. La rappresentazione del Potere in Italia, sette volte Presidente del Consiglio, la sola aspirazione a diventare Presidente della Repubblica (fu battuto largamente da Scalfaro), una carriera costellata da presunti crimini e misfatti in cui il Senatore sembrerebbe sempre essere coinvolto (ma chi può dirlo con certezza?), dagli omicidi di Aldo Moro, Mino Pecorelli, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Sindona, alle connessioni con la loggia P2: tutti eventi che scivolano addosso ad Andreotti, a parte l’ossessione e il dolore per la scomparsa di Aldo Moro, che sembra impossibile da dimenticare, nonostante le accuse lanciate dallo stesso Moro al suo collega nelle centinaia di lettere scritte durante la prigionia. Neanche lo scandalo Tangentopoli riesce a turbare la freddezza del protagonista, che però si vede costretto a dover tirare fuori il suo carattere di fronte alla dichiarazione di guerra mossagli contro dai pentiti di Cosa Nostra.

Un Toni Servillo meraviglioso (ma la sua bravura non fa più notizia) che non si abbassa ad imitare Giulio Andreotti, ma che riesce a “riarrangiare” il personaggio a modo suo, forte della sua capacità di raccontare un uomo attraverso un gesto delle dita, uno sguardo, una smorfia. La recente storia politica italiana si insinua nelle coscienze dello spettatore, costretto a fare i conti con un’insopportabile impotenza di fronte agli invisibili fili che muovono questo Paese sempre più difficile da amare, che almeno attraverso il cinema riesce a raccontare ciò che abbiamo bisogno che ci venga detto, perché “il cinema non è un depliant turistico”, come ha replicato il regista di fronte alla stupida polemica mossa dalla signora Tronchetti Provera, la quale aveva affermato che film come Il Divo e Gomorra fanno male all’Italia, perché ne mostrano un lato negativo. “Il cinema non è un depliant turistico”: per fortuna, aggiungiamo noi.

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