Masters of Cinematography #5 – Sven Nykvist

Quinto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Dopo gli straordinari Deakins e Lubezki, facciamo un bel salto indietro con gli anni e andiamo ad occuparci dell’uomo che ha reso grande il cinema di Ingmar Bergman: il direttore della fotografia Sven Nykvist. In cinquant’anni di carriera Nykvist ha lavorato ad oltre 130 film, curando venti film di Bergman e vincendo due premi Oscar: uno per “Sussurri e Grida” nel 1973, di cui è impossibile dimenticare la dominante rossa, e un altro nell’83 per “Fanny e Alexander”. Il suo stile è caratterizzato da naturalismo e semplicità, elementi con cui ha sviluppato la sua maestria nell’uso della luce e delle ombre. Celebre per il suo bianco e nero, di cui è forse uno dei più grandi interpreti, con le sue atmosfere ha saputo perfettamente ricreare il mood delle pellicole di Bergman, al quale il suo nome è legato in maniera praticamente indissolubile. Nel 1996 diventa il primo europeo ad entrare nell’American Society of Cinematographers.

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Sussurri e Grida (Ingmar Bergman)

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Fanny e Alexander (Ingmar Bergman)

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Masters of Cinematography #4 – Emmanuel Lubezki

Quarto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Il mese scorso abbiamo parlato di Roger Deakins e avrete pensato che meglio di così non si potesse fare: la sua galleria di frames sembrava davvero insuperabile. Sembrava. Solo perché ancora non avevamo affrontato l’argomento “Chivo”.

Emmanuel “Chivo” Lubezki non credo che abbia bisogno di presentazioni. Nato a Città del Messico nel 1964, ottiene 8 volte la candidatura ai premi Oscar: ne vincerà 3 in tre anni consecutivi (2014, 2015, 2016, rispettivamente per “Gravity”, “Birdman” e “Revenant”). Celebre la sua collaborazione con Terrence Malick e in particolare con i connazionali Alfonso Cuaron e Alejandro Gonzalez Inarritu.

Lubezki, anche grazie alle tre statuette di fila, è diventato una sorta di mito per gli appassionati di cinema: il suo nome ormai è celebre al pari di quello di un grande regista o di un grande attore, restituendo finalmente alla sua categoria il palcoscenico che merita. Vi lascio adesso alla galleria di immagini, sedetevi comodi e lasciatevi emozionare…

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I figli degli uomini (Alfonso Cuaron)

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Capitolo 227

Agosto vita mia non ti conosco. Già Roma è una città piuttosto surreale durante questo mese (niente traffico, parcheggi vuoti, negozi chiusi), aggiungeteci la visione di tre film di David Lynch, intramezzate da tre puntate della nuova stagione di Twin Peaks, e comprenderete il grado di surrealismo di questo mio pezzo d’estate romana. Ancora una settimanella e si torna alla vita: cinema, ventilatore nell’armadio (speriamo) e un bel piatto di carbonara (ad agosto è proibita, troppo caldo!).

Strade Perdute (1997): David Lynch tra Twin Peaks e Mulholland Drive. La follia è dietro l’angolo e probabilmente con questo film il regista si è “allenato” in vista del suo capolavoro definitivo (Mulholland Drive, appunto). Pochi registi sono in grado di mettere angoscia nello spettatore con una sola inquadratura, e ancora di meno sono quelli che riescono a non farti capire quasi nulla di ciò che succede facendoti però dire: “Però, che bel film!”. Il tizio con la faccia bianca me lo sono sognato la notte. ‘Cci sua.

Il maledetto United (2009): Solitamente i film che parlano di calcio sono piuttosto piatti, salvo alcune eccezioni tipo Febbre a 90. Stavolta devo dire che invece la pellicola di Tom Hopper funziona, eccome se funziona, perché riesce a usare il calcio come pretesto per raccontare l’ambizione, il fallimento e il riscatto di un uomo apparentemente infallibile. Oltre a raccontare un calcio per cui non si può non provare nostalgia, lontanissimo rispetto ai milioni del PSG e alle fighette social che vediamo sui campi di oggi.

Lo squalo (1975): Ci sono alcuni film che, pur avendoli visti 842 volte, ogni volta che li trovi per caso in tv li devi rivedere. Nonostante l’aver visto questo film in tenera età abbia provocato in me una sorta di terrore per l’alto mare (anche se presumo che in Puglia, dove vado solitamente al mare, non ci siano tutti ‘sti squali bianchi), ogni volta che lo guardo è un’emozione. Perché tutti noi nella vita abbiamo momenti in cui ci serve una barca più grossa e poi ci arrangiamo sempre con quella che abbiamo… Capolavoro.

Velluto Blu (1986): Altro noir firmato David Lynch, forse il suo film più riuscito tra quelli girati nel secolo scorso. Il giovane studente Kyle MacLachlan indaga, insieme a Laura Dern, sul caso di un orecchio mozzato ritrovato su un campo dietro casa sua. La storia che ci sarà dietro, neanche a dirlo, è folle (mamma mia Dennis Hopper, che fenomeno nella parte del cattivo!). Dietro tutto ciò c’è la perdita dell’innocenza adolescenziale, la scoperta che esiste un mondo malvagio dietro le staccionate bianche e le rose gialle. Ottima la colonna sonora (dove spicca, al di là della “Blue Velvet” che dà il titolo, la splendida “In dreams” di Roy Orbison).

Cuore Selvaggio (1990): Ultimo boccone di questa scorpacciata di film di Lynch. Un road movie atipico, con Nicolas Cage che fugge insieme alla bella Laura Dern verso un futuro tutto da scrivere ma soprattutto lontano dalla madre di lei, che è una psicopatica. I due si amano e questo potrebbe bastare in un mondo in cui il cuore delle persone è selvaggio e dove le regole sono tutte da scrivere. Anche qui il cattivo di turno è tutto un programma: Willem Dafoe geniale. Finale splendido con (SPOILER) Cage che canta “Love me tender” sul cofano di un’auto. Bellissimo, nonostante il grottesco omaggio al Mago di Oz.

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Masters of Cinematography #3 – Roger Deakins

Terzo appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Nelle prime due puntate abbiamo approfondito la carriera di Nestor Almendros e Vittorio Storaro, oggi continuiamo a restare in Europa e andiamo a conoscere meglio i lavori di Roger Deakins, inglese di Torquay, di cui avevo già parlato in un articolo a proposito di Blade Runner 2049. Deakins ha collezionato finora la bellezza di 13 candidature agli Oscar (di cui 2 durante la stessa edizione!), tuttavia senza riuscire mai a portarsi a casa l’ambita statuetta: ci riuscirà forse con il nuovo Blade Runner? Chissà. Il DoP britannico coltiva sin da piccolo una profonda passione per la pittura, che sfocia pochi anni dopo nel vero amore della sua vita: la fotografia. Dopo un passato da operatore per alcuni documentari, nel 1991 incontra i fratelli Coen sul set di “Barton Fink”, dando inizio ad un sodalizio storico. Non lo nascondo, è uno dei miei direttori della fotografia preferiti. Preparatevi per la galleria di immagini, perché c’è davvero di che strabuzzare gli occhi.

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Barton Fink (Joel e Ethan Coen)

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Omaggio a Jerry Lewis

“La gente mi domanda come vorrei essere ricordato. Io non voglio essere ricordato, ciò che voglio è sentire cose grandiose su di me adesso, fatemele sentire! Dalla bara non puoi sentire gli elogi!”

“Ho avuto un enorme successo facendo l’idiota totale”

“Sono stato pagato per fare ciò per cui la maggior parte dei ragazzini viene punita”

“La commedia è un uomo nei guai. Senza di questo, non c’è umorismo”

“Fai film, gira film, fai circolare film. Fa’ qualcosa. Realizza film. Gira qualunque cosa”

“Non darmi un contratto. Posso assumere lo stesso avvocato che l’ha stilato per romperlo. Ma se mi stringi la mano, vale per sempre”

“In questo Paese ho avuto il più grande rispetto nei confronti del mio lavoro dagli americani. I critici non hanno cervello”

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Masters of Cinematography #2 – Vittorio Storaro

Secondo appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica: cominciamo a fare proprio sul serio. Oggi vi parlerò di un direttore della fotografia italiano, uno dei primi nomi che vengono in mente quando si parla di questa figura professionale, un genio della luce, capace di vincere tre premi Oscar e ormai da tempo un mostro sacro anche fuori dai confini nazionali. Lo avrete già letto nel titolo ovviamente: stiamo parlando di Vittorio Storaro, romano classe 1940, premiato con la statuetta più ambita per tre volte nel giro di otto anni, grazie ai suoi lavori in “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”. Storaro non ama definirsi “direttore della fotografia” (secondo lui sul set c’è solo un director), quanto “cinefotografo”, “cinematografo” o, per dirla all’americana, “cinematographer”. Godetevi la galleria di immagini, perché qui stiamo proprio a livelli altissimi…

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Ultimo Tango a Parigi (Bernardo Bertolucci)

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Omaggio a Jeanne Moreau

Uno dei più grandi amori della mia adolescenza è da oggi sul grande schermo del Cinema Paradiso: indimenticabili i suoi sorrisi in “Jules e Jim”, le sue lacrime sotto la pioggia in “Ascensore per il patibolo”, la vendicatrice che ispirò Tarantino in “La sposa in nero” e tanti altri. La sua leggerezza campeggia qui in alto, sull’immagine di questo blog, da tanti anni, con il sorriso beffardo della Catherine di Truffaut.
Eleganza in qualunque gesto, Bellezza in qualunque espressione.
Grazie per tutte le emozioni Madame Moreau.

“La gente si preoccupa di invecchiare, ma si è più giovani se non ci si preoccupa tanto della vecchiaia”

“Essere liberi significa scegliere, chi è schiavo è perché lo vuole essere”

“Non mi piace andare dove sono già stata. La vita è composta da una miriade di territori da scoprire, non voglio perder tempo con ciò che già conosco”

“Sebbene per alcuni il cinema significhi qualcosa di superficiale e alla moda, il cinema è altro: io penso che sia lo specchio del mondo”

“Essere un’attrice significa sintonizzarsi sulle fantasie di un uomo. Quale donna non ha mai sognato ciò?”

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Omaggio a Martin Landau

“Tutti possono camminare e parlare. Il lavoro dell’attore è creare la magia”

“I comici veramente bravi, come Chaplin, possono farti ridere e un secondo dopo possono farti piangere”

“Dio è un lusso che non posso permettermi”

“Io provo a non ripetere mai un personaggio. Cerco sempre di trovare qualcosa di nuovo, fresco e interessante che possa ispirarmi”

“Se non credi in te stesso non puoi credere negli altri. Devi fare una scelta e vedere dove ti conduce”

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Omaggio a George A. Romero

“Io sono come i miei zombi, non resterò morto!”

“Ho sempre pensato che l’orrore reale sia intorno a noi, i mostri più spaventosi sono i nostri vicini”

“Gli zombi non mi stancano mai, sono i produttori a stancarmi”

“Sei davvero libero se lavori con un budget molto basso o molto alto”

“Quando non ci sarà più spazio all’inferno i morti cammineranno sulla Terra”

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Top 20 – François Truffaut

François Truffaut è uno dei registi più amati tra queste pagine, forse il più amato di tutti. In questa lista (che non è una Top 20 vera e propria, visto che i film sono 21…) sono elencati tutti e ventuno i lungometraggi diretti dal regista francese in ordine di preferenza personale. Se le idee erano piuttosto chiare per quanto riguarda le prime posizioni, ardua è stata la scelta per la seconda metà della lista, in particolare per le ultime posizioni. Ad ogni modo questi sono i “miei” 21 film di Truffaut, un regista straordinario, dalla filmografia non solo lunga, ma anche ricca di titoli meravigliosi.

1. I quattrocento colpi (Les quatre-cents coups, 1959)
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2. Jules e Jim (Jules et Jim, 1962)
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3. Fahrenheit 451 (1966)
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4. Effetto notte (La nuit américaine, 1973)
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5. Baci rubati (Baisers volés, 1968)
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6. Finalmente domenica! (Vivement dimanche!, 1983)
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7. L’amore fugge (L’amour en fuite, 1979)
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8. Non drammatizziamo… è solo questione di corna (Domicile conjugal, 1970)
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9. La sposa in nero (La mariée était en noir, 1967)
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10. Tirate sul pianista (Tirez sur le pianiste, 1960)
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11. La calda amante (La peau douce, 1964)
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12. L’uomo che amava le donne (L’homme qui aimait les femmes, 1977)
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13.  Gli anni in tasca (L’argent de poche, 1976)
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14. Mica scema la ragazza! (Une belle fille comme moi, 1972)
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15. L’ultimo metrò (Le dernier métro, 1980)
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16. La mia droga si chiama Julie (La sirène du Mississippi, 1969)
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17. La signora della porta accanto (La femme d’à côté, 1981)
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18. La camera verde (La chambre verte, 1978)
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19. Adele H. – Una storia d’amore (L’histoire d’Adèle H., 1975)
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20. Le due inglesi (Les deux anglaises et le continent, 1971)
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21. Il ragazzo selvaggio (L’enfant sauvage, 1969)
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