Gli ultimi Jedi siamo noi

“Gli Ultimi Jedi”, il nuovo episodio della saga di “Star Wars”, è finalmente nei cinema di tutto il mondo, due ore e mezza di imprese mirabolanti pervase da una genuina gioia di sentirsi bambini, seduti al sicuro sulla poltroncina di una sala buia a fare il tifo per i buoni. Siete già andati a vederlo? Se sì, potete andare tranquillamente avanti nella lettura, piena di spoiler, al contrario vi rimando alla recensione vera e propria, dove non c’è neanche uno spoiler sulla trama e che potete leggere qui. Dunque, se ancora non avete visto il film, l’espressione basita di Luke Skywalker dice tutto: correte a vederlo, poi potrete proseguire nella lettura. Dopo il Maestro Jedi cominciamo a parlare seriamente e l’articolo sarà tutto, ma proprio tutto, un grosso ed enorme spoiler. Jedi avvisato mezzo salvato.

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Recensione “A Ghost Story” (2017)

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Novanta minuti di poesia sull’infinita ineluttabilità del tempo, sull’incapacità di lasciare andare il passato, sulla perdita, sul concetto di spazio ma soprattutto una storia d’amore originale, tenera e straordinariamente convincente. Il film di David Lowery è tutto questo e molto altro: dialoghi ridotti al minimo, parole di contorno che girano intorno ai lunghi silenzi di scene in cui la concezione di tempo è relativa e dove lo spazio muta ad ogni battito di ciglia. Il film, acclamatissimo al Sundance Festival, è un’opera poetica ed originale sull’elaborazione del lutto, per la prima volta affrontata dal punto di vista di un fantasma: Casey Affleck, nonostante il lenzuolo addosso, mette in mostra una vasta gamma di emozioni, dalla rabbia alla malinconia, dalla speranza alla paura, dalla confusione all’ironia.

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Twin Peaks 2017: Tutte le questioni irrisolte

Già da una settimana siamo orfani di “Twin Peaks”: la terza stagione della celebre serie televisiva realizzata da David Lynch ci ha accompagnato per tutta l’estate con i suoi misteri e le sue stramberie. Come ci si poteva immaginare, sono ancora molte le questioni rimaste irrisolte, le domande senza risposta. Proviamo ad affrontare questi argomenti: lunga ed impervia è la via che dal buio si snoda verso la luce.

Audrey
La questione Audrey è una delle più spinose della terza stagione di Twin Peaks. Uno dei personaggi più amati degli anni 90 è comparso in questo revival soltanto nelle ultime puntate, senza alcuna interazione con gli altri personaggi storici. Di lei sappiamo davvero poco: è stata in coma, è la madre di Richard Horne, è stata ingravidata da Cooper malvagio venticinque anni fa. Cosa significa ciò che è successo nell’Episodio 16? Audrey molto probabilmente è stata in coma per tutto questo tempo, le vicende legate a lei in questo Twin Peaks non erano altro che il tentativo del suo cervello di svegliarsi dal suo stato, cosa che a quanto pare succede proprio in seguito alla sua celebre Audrey’s Dance. Certo, niente di ufficiale, non c’è una vera e propria spiegazione, ma direi che questa sia la più accreditata.

La scatola di vetro
Molti si sono chiesti cosa fosse questa famigerata scatola di vetro, il glassbox, che vediamo soprattutto all’inizio di questa stagione. Si potrebbe pensare che Mr C l’abbia fatta costruire per “dirottare” il buon Cooper nel corpo di Dougie, ma l’ipotesi più sensata è che il doppio malvagio l’abbia realizzata soprattutto per monitorare gli spostamenti della Madre, cioè Judy. Lei è sempre stata l’obiettivo di Mr C: lo dice chiaramente a Darya nelle prime puntate ed è per unirsi a lei che cerca queste famigerate coordinate. Ciò che possiamo pensare è che quando Mr C raggiunge il luogo prestabilito, il passaggio avrebbe dovuto portarlo direttamente da Judy (ovvero a casa Palmer, visto che l’entità maligna ha trovato alloggio nel corpo di Sarah), l’intervento del Pompiere però fa “recapitare” Mr C nella stazione di polizia di Twin Peaks, con le conseguenze che abbiamo visto.

Judy
Questa non è proprio una domanda senza risposta, visto che a dirci chi è Judy ci ha pensato Gordon Cole nella penultima puntata. Judy è un’entità maligna, è la Madre di tutti i mali, è la reificazione (o personificazione, se preferite) del Male. Si forma a causa della bomba atomica e da lì genera una serie di altre entità malvagie, tra cui Bob e i Woodsmen. In questa stagione entra nel corpo di Sarah Palmer ed è impossibile pensare il contrario: vi sembra normale che qualcuno apra il suo volto per mostrare l’abisso e poi stacchi con un morso secco la gola ad un’altra persona? Ad avvalorare tutto questo è la contrapposizione con Laura Palmer: anche Laura nella prima puntata apre il suo volto, ma per mostrare una luce, mentre nella penultima puntata il suo ritratto viene colpito ripetutamente da Sarah che, con il suo potere, riesce a strapparla via dalla mano di Cooper.

La ragazza con l’insetto in bocca
Altra domanda rimasta senza risposta. Il finale dell’ormai celebre Episodio 8 è destinato a restare nell’immaginario collettivo di tutti gli amanti delle serie tv. Un insetto mostruoso, generato anch’esso dalla Madre, si introduce nella bocca di una ragazzina ipnotizzata dal messaggio radio del woodsman (“This is the water and this is the well…”). La mia teoria, sulla quale scommetterei un paio di euro, è che la ragazza sia Sarah Palmer da giovane. Siamo nel 1956, la ragazza dimostra di avere circa 15 anni e indovinate un po’ in che anno è nata l’attrice che interpreta Sarah? Esatto, nel 1941. Questo inoltre spiegherebbe come ha fatto Judy ad entrare nel corpo di Sarah da adulta: un suo “seme” è sempre stato dentro di lei, in attesa del momento adatto per prendere possesso del corpo ospitante. Certo, povera Laura: suo padre viene posseduto da BOB, sua madre da Judy. Ma che bella famiglia!

Ultima puntata
L’ultima puntata di Twin Peaks ha generato un’eco interminabile di “what the fuck!?”. Cerchiamo di fare un po’ di ordine. Gordon Cole confida ad Albert che Cooper voleva cercare di stanare Judy prendendo “due piccioni con una fava”. I due piccioni da prendere sono rispettivamente: salvare Laura Palmer e appunto fermare (uccidere?) Judy. Nel momento in cui Mr C muore il volto di Cooper si sovrappone alla scena per il semplice motivo che, una volta in cui Coop salva Laura dalla morte, quella linea temporale con Mr C e tutto il resto non esisterà più, se non nei ricordi dello stesso Cooper. Penso sia il motivo per cui Cooper dirà che “viviamo in un sogno”: ormai tutto ciò che abbiamo visto finora non esisterà più, visto che Cooper salvando Laura ha modificato il futuro (“Il passato decide il futuro”). Quindi, dicevamo, il primo “piccione” è salvare Laura: fatto. Ora la vuole portare a casa, dunque a casa Palmer, dove la ragazza (“The one”, la sola, quindi l’unica che può fronteggiare il male?) dovrà vedersela con Sarah/Judy, permettendo a Cooper di prendere anche il secondo “piccione”. Le cose vanno però diversamente: i due vengono spediti in una dimensione parallela, dove tutto è diverso (Dale Cooper diventa Richard, Laura è Carrie, Diane è Linda, le automobili, le case e le vite delle persone sono cambiate). Lo stesso era successo a Phillip Jeffreys mentre dava la caccia a Judy: ha cambiato così tante linee temporali da perdersi e trasformarsi alla fine in una specie di teiera gigante (vabbè!).

L’urlo di Laura
L’ultimo frame della terza (e ultima?) stagione di Twin Peaks è riservato all’urlo di Laura Palmer che ci frantuma le orecchie. La ragazza viene portata a casa Palmer, che però nella realtà parallela appartiene alla Signora Tremond. Nel momento in cui Cooper le domanda “in che anno siamo?”, rendendosi conto che c’è qualcosa che non va, una voce che chiama Laura risveglia la ragazza, facendole ricordare l’orrore che ha subito nella linea temporale che ci ha accompagnato per venticinque anni. E qui veniamo alla questione successiva.

Who is the dreamer?
Chi è che sogna? Ricordate la frase sibillina pronunciata da Monica Bellucci a Gordon Cole? “Siamo come colui che sogna, che sogna e che dentro al sogno ci vive. Ma chi è che sogna?”. Bene, diciamolo, colei che sogna è Laura: secondo me è evidente dall’urlo finale che riporta la sua mente alla “realtà”. Non si tratta di un sogno vero e proprio ma di una realtà parallela in cui Judy ha spedito la ragazza per renderla innocua, assopita, lontana dai demoni di Twin Peaks (infatti Laura/Carrie è in Texas, dalla parte opposta rispetto allo stato di Washington). Si vede che Judy teme Laura Palmer, ha bisogno di vederla morta (BOB l’aveva uccisa) o lontana il più possibile. D’altronde Laura era stata “creata” dal Pompiere per contrastare la minaccia portata dal Male. Il suo urlo e l’aiuto di Cooper la fanno rinsavire: il Male è finalmente in pericolo e il Bene vincerà? E chi lo saprà mai. La cosa certa è che finché ci sarà Cooper al suo fianco, Laura potrà contare su un alleato fidato e coraggioso, in questa ormai eterna diatriba tra Bene e Male.

Al momento non mi vengono in mente altre questioni irrisolte, ma ce ne saranno moltissime altre sicuramente (se volete, aggiungete le vostre domande nei commenti). David Lynch recentemente ha detto che la migliore interpretazione è quella che ognuno vuole dare: ogni spettatore può vedere ciò che vuole nel finale e creare così la propria realtà parallela. Io ho detto la mia e seppur in principio fossi rimasto spiazzato da un finale così aperto e misterioso, ora che sono passati dieci giorni lo ritengo perfetto. Ad ogni modo tra poco più di un mese avremo David Lynch al Festival di Roma, vedremo se il regista parlerà ancora di questo misterioso finale e se annuncerà qualcosa di importante per il futuro… Non penso ci sia bisogno di una quarta stagione (per quanto, ahi ahi ahi, quanto mi piacerebbe), perché Twin Peaks, nella sua imperfezione e nel suo inestricabile mistero, è perfetto così com’è. Mi auguro soltanto una cosa: speriamo che Cooper non diventi una teiera gigante.

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Twin Peaks 2017: Andiamo a casa (Episodio 17-18)

Twin Peaks è finito. Forse. Diciamo che per ora è finito, forse per sempre, forse no, come il finale lascia intendere. Ne abbiamo ancora bisogno. C’è ancora tanto da dire, tantissimo da raccontare, dopo una doppietta finale che prima ci coccola nella sua perfezione per poi lasciarci basiti nel suo nuovo mistero, verso una scena finale che mette i brividi, brividi che poi ti accompagnano per tutta la notte. Se l’Episodio 17 è più o meno meraviglioso, l’Episodio 18 sembra più la prima puntata di una nuova stagione, con tutta la sequela di domande e situazioni per cui non abbiamo risposte (ma qualche teoria sì, come vedremo dopo). Sarà un articolo molto lungo, quindi facciamoci prendere per mano da Cooper ed entriamo in questo mondo assurdo e strabiliante. Vai con la sigla.

Part 17

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Recensione “Tutti vogliono qualcosa” (“Everybody wants some”, 2016)

Considerato il seguito spirituale di “Dazed and Confused” (in italiano “La vita è un sogno”), il nuovo film di Richard Linklater riprende molti dei temi cari al suo cinema: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, l’ossessione per il tempo che passa e la necessità di vivere ogni momento senza l’oppressione del domani. Il regista texano prende in prestito il titolo di una canzone dei Van Halen (“Everybody wants some!!”, per l’appunto) e torna dunque a rivivere quegli anni d’oro che tanto ricorrono nel suo cinema: con il film d’esordio, il già citato “Dazed and Confused”, Linklater ci raccontava l’ultimo giorno di liceo di un gruppo di amici; “Boyhood” invece si concludeva con l’arrivo al college del protagonista. Stavolta la storia si apre con l’arrivo in macchina della matricola Jake, raccontandoci l’incontro con i suoi compagni di squadra e l’inevitabile weekend fuori di testa prima dell’inizio delle lezioni.

1980. Dopo il liceo Jake, promettente giocatore di baseball, si trasferisce al college grazie ad una borsa di studio che gli permette di vivere nella stessa grande casa dove già alloggiano i suoi compagni di squadra. Mancano tre giorni all’inizio delle lezioni, tre giorni in cui Jake e i suoi nuovi amici, alcuni veterani, altri matricole come lui, si immergeranno in un tour de force di feste, serate, concerti, allenamenti e soprattutto nuovi incontri, nonostante i due dettami del coach: no alcool, no donne…

Una colonna sonora zeppa di classici del rock (da “My Sharona” dei Knack a “Heart of Glass” di Blondie, passando per i Devo, i Dire Straits e molti altri, inclusi ovviamente i Van Halen), un cast di giovani sconosciuti di talento e la solita attenzione per i dialoghi che, anche se a tratti rivelano la superficialità di alcuni personaggi, sono perfetti per la caratterizzazione di questo gruppo di giovani promesse, talenti spediti in una mischia dove la competizione è tutto, ma dove anche l’unione fa la forza. Linklater come al solito è perfetto nel cogliere il periodo storico dei suoi film, in questo caso il 1980, inizio di un nuovo decennio in cui il funk e il punk erano al massimo del loro splendore, e dove il sesso sicuro era ancora un’espressione sconosciuta. Il regista cristallizza in questo splendido weekend il primo balzo fuori dal nido di questi baffuti yes men, ognuno in dovere di sfruttare ogni esperienza al massimo, prima che si trasformi in un rimpianto. La vita è dunque una candela da bruciare da entrambi i lati, hic et nunc, senza freni, senza paura, con la mente aperta, dove i cliché si confermano ma al tempo stesso si ribaltano, e dove una telefonata in split screen ci gonfia l’anima di magia. Come afferma uno dei protagonisti nel finale, stravolto dopo l’ennesima nottata fuori dall’ordinario: “Sarà un anno bellissimo”. Tanta nostalgia, in senso buono, tanti sorrisi, tanta voglia di rivederlo subito.

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Recensione “Vizio di forma” (“Inherent Vice”, 2014)

Prendete un romanzo di Bukowski, “Pulp”, ad esempio. Prendete personaggi assurdi che sembrano usciti dalla testa dei fratelli Coen. Metteteci dentro la Los Angeles hippie de “Il grande Lebowski”, un intreccio noir ingarbugliato come ne “Il grande sonno” e condite il tutto con lo stile visivo di un magnifico Paul Thomas Anderson, che per la prima volta porta sullo schermo un romanzo di Thomas Pynchon. Uno straordinario Joaquin Phoenix, perennemente con la canna in bocca, ci accompagna in questo trip allucinato: con lui un cast perfetto, dove spiccano i nomi di Josh Brolin, Reese Witherspoon (che brivido rivederla in coppia con Phoenix), Benicio Del Toro e Owen Wilson.

Verso la fine degli anni 60 il detective privato Larry “Doc” Sportello riceve a sorpresa la visita della sua ex ragazza mai dimenticata, Shasta, ora partner di un ricco imprenditore, Mickey Wolfmann. Secondo Shasta la moglie di Wolfmann e il suo amante vogliono rinchiudere l’uomo in un istituto mentale. Poi la ragazza sparisce nel nulla, mentre Doc riceve ancora le visite di strani personaggi: un altro uomo gli chiede di rintracciare Glen Charlock (guardia del corpo proprio di Mickey Wolfmann), mentre una donna disperata si rivolge al detective per ritrovare il marito scomparso, il sassofonista Coy Harlingen. I tre casi confluiranno presto in un’indagine unica che coinvolge una nave e molti altri personaggi: Doc, aiutato e ostacolato dal poliziotto “Bigfoot” Bjornsen, dovrà muoversi nella nebbia (dell’indagine ma anche dei suoi spinelli) per venire a capo della situazione e ritrovare la donna che ama.

Un meraviglioso e grottesco noir degli anni 2000: il detective solitario e problematico, la voce fuori campo (stavolta affidata ad un personaggio femminile), i neon di Los Angeles e le sue luci distorte, un’indagine pericolosa e al tempo stesso più grande del protagonista e ovviamente l’immancabile femme fatale, motore di tutto. In diritto marittimo il vizio di forma, o vizio intrinseco, è ciò che su una nave non è possibile assicurare, tutto ciò ovvero che può succedere e che non si può evitare. Anche per questo a fine proiezione è inevitabile sentirsi spaesati e anche un po’ fatti, ma sarà anche inevitabile portare fuori dalla sala le emozioni e i colori di un’indagine grottesca e decisamente fuori gli schemi. Da vedere e, soprattutto, da rivedere.

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Festival di Roma 2014: Che Festival è stato?

Si è conclusa dopo dieci giorni frenetici la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima dell’era Marco Muller. Quando si torna alla vita dopo un festival ci si sente un po’ come reduci di guerra: è da ieri infatti che giro per casa con il pass al collo, penso che la cucina sia la sala Petrassi e per andare al bagno faccio la rush line. Al di là di questi problemi, uscire dall’Auditorium e rivedere le stelle è sempre una buona cosa, si incontrano gli amici che ti domandano “Com’è andato il Festival?”. Che rispondere? Adesso che sono passate 48 ore dalla premiazione possiamo fermarci un attimo, chiudere gli occhi e ripensare un momento a tutto ciò che abbiamo visto in questi dieci giorni. Per fare questa analisi diamo rapidamente un’occhiata alle varie sezioni…

Gala: La categoria principale del Festival non ha deluso le attese, ha avuto picchi di bellezza molto importanti (il vincitore “Trash” di Daldry, un premio del pubblico facilmente individuabile, e due filmoni prettamente da festival come “Eden” e “Phoenix”, senza dimenticare l’ottimo “Gone Girl”) e cadute di stile imbarazzanti (“Soap Opera” e “Andiamo a quel paese”). Molto interessanti anche “Still Alice” e “A most wanted man”, a dimostrazione che la sezione Gala ha regalato ottime pellicole.

Cinema d’Oggi: La sezione sulla carta più interessante del Festival, con quelli che si possono definire proprio film da Festival, in realtà ha goduto di pochi exploit. Il nostro film preferito è stato senza dubbio il tedesco “We are young, we are strong”, almeno una spanna sopra tutti gli altri concorrenti il lizza (anche sul film che ha vinto la sezione, il cinese “12 citizens”, ennesimo remake del capolavoro di Lumet “La parola ai giurati”). Leggermente deludenti rispetto alle aspettative i tanti film latinoamericani, pur regalando qualche ottimo momento di cinema (pensiamo al peruviano “NN” o all’argentino “Lulu”).

Mondo Genere: Dalle ceneri della meravigliosa sezione Extra dei festival dell’era De Tassis nasce la sezione “Mondo Genere”, dove abbiamo visto probabilmente il film più interessante dell’intero Festival, il gringo-persiano “A girl walks home alone at night”. Molto interessanti anche il vincitore “Haider” (l’Amleto shakespeariano in versione indiana), “Nightcrawler” e il noir francese “La prochaine fois je viserai le coeur”. Assurdo e forse un po’ deludente l’atteso “Tusk” di Kevin Smith e soprattutto il pessimo “Stonehearst Asylum”, probabilmente il peggior film del Festival dal punto di vista del rapporto cast/aspettative/ambizioni/riuscita.

Prospettive Italia: La sezione italica del Festival, divista tra film di finzione e documentari, ci ha mostrato un po’ cosa hanno da dire i cineasti emergenti del nostro Paese. Tantissimi applausi e consensi per il bellissimo “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson (che già ci aveva colpito con l’ottimo “I primi della lista”), che ha vinto il premio come miglior film della sezione, per il resto più bassi che alti.

Alice nella città: La sezione indipendente del Festival, dedicata al cinema per ragazzi, si conferma una realtà bellissima. Molto buono il vincitore “The road within” di Gren Wells, ma non vanno dimenticati i buonissimi “About a girl”, “All cats are grey”, “Tokyo Fiancée” e l’ultima fatica di Jean Pierre Jeunet “Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet”.

In conclusione di questo Festival salviamo alcuni piccoli gioielli (anche se possiamo notare dai nostri giudizi ai film che non ce n’è uno che è andato sopra il voto 7,5), ma c’è sempre da risolvere qualcosa a proposito di programmazione (troppi i momenti di vuoto a dispetto delle tante proiezioni sovrapposte), organizzazione (possibile che un festival che si svolge all’Auditorium non sfrutti a dovere la sala Santa Cecilia?), interesse mediatico (capiamo i problemi di budget, ma troppo pochi i volti di grande richiamo arrivati a Roma) e di selezione in generale (possibile che un Festival di Cinema venga aperto da un film con Fabio De Luigi e chiuso da Ficarra e Picone???). Come ogni anno c’è sempre qualcosa che si può (e si deve!) migliorare, ad ogni modo ricorderemo questa nona edizione come un Festival di discreto livello. E che bello vedere la città di Roma che premia uno dei suoi figli adottivi, il commosso Tomas Milian. L’anno prossimo nuovo direttore e nuovo festival, il numero 10, un numero dal quale a Roma ci si aspetta sempre qualcosa di straordinario…

IMG_9005Tomas Milian si allontana dal Festival (Foto A.T. Photographer)

Recensione “Jersey Boys” (2014)

A Clint Eastwood deve essere successo qualcosa. Un regista che in passato ci ha regalato meraviglie e capolavori (alcuni a caso: “Gli spietati”, “Million Dollar Baby”, “Mystic River”, “Gran Torino”) adesso non riesce più a realizzare un film che vada oltre la sufficienza, anzi, sembra quasi essere in continua involuzione. Già “Invictus” avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme, seguito dai deludenti “Hereafter” e “J. Edgar”, ma probabilmente il punto più basso della sua produzione è proprio questo biopic su Frankie Valli e i Four Seasons: a tratti sembra una lunga puntata di “Glee” diretta da un ex-grande regista che sta ormai sparando le sue ultime cartucce. Non tutto è da buttare, certo, ma pensate per un momento al Clint Eastwood dello scorso decennio. Fatto? Ecco, non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro.

Nella Little Italy degli anni 50 il giovane Tommy DeVito e i suoi amici entrano ed escono con disinvoltura da penitenziari e istituti correzionali. Una vita che però Tommy vuole evitare al talentuoso Frankie, dotato di una voce fuori dal comune, ammirata anche dal boss del quartiere. L’occasione per rilanciare se stesso e il giovane amico arriva grazie alla musica: Tommy fa entrare Frankie nella sua band e in breve arriverà anche il successo. Ma il successo spesso deve fare i conti con l’altro lato della medaglia: la grave assenza dalla famiglia, gelosie interne, spaccature, mancanza di punti di riferimento nella vita. La storia di un sound unico a quei tempi, ma soprattutto la storia di Frankie Valli e di un gruppo di ragazzi del New Jersey alle prese con un mondo forse più grande di loro.

A tenere in piedi la baracca ci pensa quando può Christopher Walken, ma non basta: il gruppo di attori esordienti, il protagonista John Lloyd Young su tutti, rovina la riuscita del film. Volti freschi e voci pulite strappati direttamente dal palco di Broadway, dallo spettacolo omonimo dal quale è stato tratto il film. Il manipolo di ragazzotti, magari bravissimi a teatro, non è sembrato altrettanto pronto per il grande salto nel cinema, dove, è il caso di dire, si suona tutta un’altra musica. Al di là di questo il film di Eastwood funziona di più quando descrive le dinamiche di un’affascinante Little Italy di metà Novecento piuttosto che come film musicale, ma trattandosi proprio di un film musicale (condito dai soliti cliché legati a questo genere di film, dalla struttura ormai vista e rivista), è ovvio che l’obiettivo non è stato raggiunto. Per fortuna che almeno la colonna sonora è decisamente piacevole.

Recensione “Synecdoche, New York” (2008)

Quando Charlie Kaufman scrive un film, dobbiamo prepararci all’assurdo, all’inedito, all’imprevedibile. Dobbiamo prepararci a film meravigliosi come “Essere John Malkovich”, “Il ladro di orchidee”, “Eternal sunshine of the spotless mind”. Quando Charlie Kaufman scrive e dirige un film, allora dobbiamo andare oltre, perché una semplice preparazione non basterà. L’esordio alla regia dello sceneggiatore premio Oscar è un film che cerca di seguire un lungo filo rosso fino a scoprire che i fili rossi della vicenda sono centinaia di migliaia. Non esistono comparse, siamo tutti protagonisti della tragica assurdità della vita, un immenso teatro senza pubblico, o forse uno spettacolo in cui il pubblico stesso sono tutti gli altri attori. Kaufman ha l’ambizione di riprodurre su larga scala un gigantesco effetto Droste della vita, rendendo così umano un simulacro di tali proporzioni da catturare le attenzioni e le emozioni di chi lo osserva.

Il regista teatrale Caden Cotard è stato lasciato dalla moglie-artista, che si è trasferita con la figlia a Berlino. Cerca così di buttarsi in un’avventura con un’altra donna, Hazel, ma anche questa storia naufraga. Nel frattempo una malattia misteriosa gli sta lentamente bloccando le sue funzioni neurovegetative. Caden è ossessionato dall’idea che potrebbe morire presto, decide così di realizzare il suo capolavoro artistico, una piece teatrale unica nel suo genere. Il regista riunisce un sempre più vasto gruppo di attori in un enorme magazzino di New York e qui prova per decenni la messa in scena della tragica banalità della vita. I suoi attori vivono vite artificiali, mentre la sua vita deraglia del tutto, finendo anch’essa sulla scena. La linea divisoria tra realtà e teatro perde ogni contorno: l’universo della finzione e quello della realtà esistenziale di Caden si sgretolano sotto l’inesorabile passare del tempo.

La sineddoche è quella figura retorica che risulta da un processo psichico e linguistico attraverso cui, dopo avere mentalmente associato due realtà differenti ma dipendenti o contigue logicamente o fisicamente, si sostituisce la denominazione dell’una a quella dell’altra. Lo spettacolo di Caden è, come da titolo, la sineddoche di New York. Allo stesso modo gli attori della messa in scena di Caden si sostituiscono allo stesso Caden e a tutti i componenti della sua vita, in una realtà riprodotta in cui la finzione sembra perdersi tra i filamenti dei veri rapporti interpersonali. Philip Seymour Hoffman impera ancora una volta in uno dei suoi ruoli più faticosi, sofferti, indimenticabili. Che vi piaccia o no, Charlie Kaufman è un incredibile genio del nostro tempo.

Recensione “I 400 colpi” (“Les 400 coups”, 1959)

Dalla critica cinematografica alla regia il passo è stato breve: François Truffaut, con questo capolavoro del 1959 conquista il Festival di Cannes e soprattutto rilancia un cinema francese nuovo, quello stesso cinema che auspicava pochi anni prima tra le righe dei “Cahiers du Cinema”, la rivista sulla quale scriveva insieme ai suoi colleghi critici e poi cineasti Godard, Rohmer e Rivette. Per far sì che ci fosse un cinema d’autore, una nuova onda cinematografica (la celebre Nouvelle Vague che darà il nome al movimento), era necessario prendere le distanze dal cinema del realismo psicologico, dal cinema borghese che mostra allo spettatore “la vita come la si vede da un quarto piano di Saint-Germain des Prés”. Questa premessa era necessaria per contestualizzare l’importanza di un film che non è semplicemente un film meraviglioso, ma anche una pellicola fondamentale all’interno del panorama cinematografico mondiale.

Il primo film di Truffaut si apre con le immagini su quella Tour Eiffel tanto cara al regista, e con la dedica a André Bazin, mentore dei giovani turchi dei Cahiers, scomparso proprio il primo giorno di riprese (che dolore al pensiero che Bazin non ha mai visto “I 400 colpi”!). Antoine Doinel è un dodicenne irrequieto e sognatore: idolatra Balzac, ama il cinema, ma è sempre punito per i suoi comportamenti sopra le righe, sia a scuola, sia a casa, dove vive con una madre incapace di cogliere le sue inquietudini e i suoi bisogni affettivi e con un padre adottivo superficiale e lontano dalle sue necessità. I guai che Antoine provoca sono in realtà il bisogno di attirare l’attenzione e al tempo stesso una protesta contro l’indifferenza degli adulti. Antoine è un bambino solo, che non ha mai visto il mare, che può contare solo sull’amicizia del coetaneo René, con cui condivide le marachelle e le lunghe passeggiate tra le strade di Pigalle. Ogni azione compiuta pone Antoine in una situazione ancora peggiore rispetto alla precedente: è così che comincia la sua fuga, prima tra le vie di una Parigi notturna, infine verso il mare da lui tanto agognato. Il suo sguardo finale è lo sguardo di un ragazzo cresciuto troppo in fretta, uno sguardo acerbo e già dolorante, sofferente, straordinariamente commovente. Lo sguardo di un ragazzo che comincia a vivere la sua vita, scoprendone tutte le difficoltà.

Antoine Doinel diventa così l’alter-ego di François Truffaut, che nel film descrive molte vicende appartenenti al suo passato: il regista ritrova il se stesso di un tempo nella magnifica freschezza di Jean-Pierre Leaud, con cui continuerà a raccontare le vicende di Antoine in altre quattro pellicole (tre film più un episodio del film collettivo “L’amore a vent’anni”). La ricerca del nostro posto nel mondo continua anche grazie a un film, a un personaggio, a una scena: Antoine Doinel è ancora il padre di una generazione che non smetterà mai di esistere, perché, in fondo, abbiamo tutti bisogno di una lunga fuga verso il mare.

I 400 colpi