Omaggio a Jerry Lewis

“La gente mi domanda come vorrei essere ricordato. Io non voglio essere ricordato, ciò che voglio è sentire cose grandiose su di me adesso, fatemele sentire! Dalla bara non puoi sentire gli elogi!”

“Ho avuto un enorme successo facendo l’idiota totale”

“Sono stato pagato per fare ciò per cui la maggior parte dei ragazzini viene punita”

“La commedia è un uomo nei guai. Senza di questo, non c’è umorismo”

“Fai film, gira film, fai circolare film. Fa’ qualcosa. Realizza film. Gira qualunque cosa”

“Non darmi un contratto. Posso assumere lo stesso avvocato che l’ha stilato per romperlo. Ma se mi stringi la mano, vale per sempre”

“In questo Paese ho avuto il più grande rispetto nei confronti del mio lavoro dagli americani. I critici non hanno cervello”

JerryLewis

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Omaggio a Jeanne Moreau

Uno dei più grandi amori della mia adolescenza è da oggi sul grande schermo del Cinema Paradiso: indimenticabili i suoi sorrisi in “Jules e Jim”, le sue lacrime sotto la pioggia in “Ascensore per il patibolo”, la vendicatrice che ispirò Tarantino in “La sposa in nero” e tanti altri. La sua leggerezza campeggia qui in alto, sull’immagine di questo blog, da tanti anni, con il sorriso beffardo della Catherine di Truffaut.
Eleganza in qualunque gesto, Bellezza in qualunque espressione.
Grazie per tutte le emozioni Madame Moreau.

“La gente si preoccupa di invecchiare, ma si è più giovani se non ci si preoccupa tanto della vecchiaia”

“Essere liberi significa scegliere, chi è schiavo è perché lo vuole essere”

“Non mi piace andare dove sono già stata. La vita è composta da una miriade di territori da scoprire, non voglio perder tempo con ciò che già conosco”

“Sebbene per alcuni il cinema significhi qualcosa di superficiale e alla moda, il cinema è altro: io penso che sia lo specchio del mondo”

“Essere un’attrice significa sintonizzarsi sulle fantasie di un uomo. Quale donna non ha mai sognato ciò?”

moreau

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Twin Peaks 2017: Laura è la sola (Episodio 10)

Abbiamo talmente tanta fame di Twin Peaks che vedere sprecata così una preziosissima ora ci ha fatto un po’ soffrire. Ora mancano soltanto 8 episodi alla fine e questo di certo non ha contribuito molto all’avanzamento della trama. A parte un messaggio abbastanza criptico della Signora Ceppo e un interessante confronto tra Cole, Albert e Tammy, il resto della puntata non è stato proprio indimenticabile (beh, a parte il fatto che Dougie meriterebbe uno spin-off a parte, la scena di sesso con Naomi Watts, di cui parleremo dopo, è esilarante).

L’episodio 10 si apre con Richard Horne che arriva da Miriam, testimone oculare dell’uccisione del bambino nella puntata 6. Richard scopre che la ragazza lo ha già denunciato alla polizia e che ha appena scritto una lettera allo sceriffo per dirgli che se le succederà qualcosa la colpa sarà di Richard. Questi si introduce nella sua abitazione e la uccide brutalmente, quindi telefona a Chad, il poliziotto corrotto, per fare in modo che intercetti la lettera accusatoria prime che arrivi sulla scrivania di Truman. Nel frattempo, Carl, il custode del parcheggio di roulotte di cui avevamo già parlato nell’Episodio 6 (e visto in “Fuoco cammina con me”), sta suonando alla chitarra “Red River Valley”, ma viene interrotto da una lite furibonda tra Steven Barnett e Becky, la figlia di Shelly. L’anziano custode sbuffa, dicendo che la presenza del ragazzo è un “fottuto incubo”. Così come la madre, anche Becky deve fare i conti con un marito violento e pressoché nullafacente.

La scena si sposta a Las Vegas dove uno dei fratelli Mitchum, i mafiosi che hanno il controllo del Casinò dove Dougie aveva sbancato, viene colpito da una delle tre donne che accompagnano sempre i due fratelli. Qualche decina di secondi è dedicata al tentativo della donna di catturare una mosca, cosa che mi ha fatto pensare molto alla puntata di Breaking Bad dedicata interamente alla presenza di una mosca nel laboratorio dove lavorano Walter e Jesse. A parte ciò, i due fratelli scoprono in tv della cattura del nano assassino che aveva cercato di uccidere Doug Jones. Jim Belushi e suo fratello scoprono così che il loro “Mr. Jackpot” si chiama effettivamente Doug Jones, come gli aveva detto l’ormai ex direttore del Casinò. Dougie intanto è dal dottore con sua moglie e sembra davvero in forma smagliante: fisico asciutto, pressione perfetta, cuore e polmoni a pieno regime. Appena tornati a casa, dopo un’inquadratura sulle scarpe rosse della donna, i due fanno l’amore: sarà una delle scene più esilaranti di tutta la stagione. Inutile dire che Janey-E si ritroverà più che soddisfatta dalla prestazione di Dougie.

Torniamo a Twin Peaks: il dottor Jacoby si è ormai trasformato in Beppe Grillo, vede complotti ovunque e sembra pienamente convincere Nadine, che per la prima volta in questa stagione apre bocca per commentare quanto sia meraviglioso (il discorso o l’uomo?). Non vedo come questa linea narrativa possa tornare utile ai fini della trama, ma sicuramente da qualche parte dovrà portare (e secondo me avrà a che fare con la celebre pala che Jacoby cerca di vendere ai suoi spettatori). Stesso discorso vale per Jerry Horne, sempre più perso nei boschi, ma che secondo me avrà un ruolo interessante in futuro: scommetto un euro che si trova nei pressi del luogo in cui si aprirà il varco per la Loggia Nera, il punto segnato sul foglietto lasciato da Briggs in cui dovranno dirigersi lo sceriffo, Bobby e Hawk. Intanto quell’infame di Chad riesce a rubare la lettera destinata allo sceriffo in cui Miriam denuncia Richard. Ma occhio a Lucy: potrebbe aver capito che Chad nasconde qualcosa. Speriamo di sì.

Eccoci dunque al momento “Kubrick” di questo episodio: Richard Horne si rivela ufficialmente come il figlio di Audrey, visto che per la prima volta si rivolge a Sylvia Horne chiamandola “nonna” (fino ad oggi sapevamo il suo cognome esclusivamente grazie ai titoli di coda). Il ragazzo fa irruzione in casa della nonna e dello zio Johnny, che è vivo, contrariamente a quanto si pensava dopo lo scorso episodio, ed è legato mani e piedi ad una sedia. Richard minaccia la donna e alza le mani su di lei, costringendola a rivelargli la combinazione della cassaforte. Johnny intanto assiste impotente alla scena, mentre suo nipote rapina la nonna (in sottofondo si può ascoltare un accenno di musica classica). La scena ricorda l’irruzione violenta di “Arancia Meccanica”, in cui Alex e i suoi drughi rapinano una coppia sulle note di “Singin’ in the rain”. L’ennesima cattiveria di Richard ci dà un’ulteriore conferma del fatto che Cooper malvagio possa aver ingravidato Audrey mentre era in coma (come abbiamo sospettato dopo l’episodio 7).

Ancora Las Vegas. Anche Tom Sizemore, ovvero Anthony, cioè il collega di Doug, è al soldo di Cooper malvagio: il suo compito è di riferire ai fratelli Mitchum che Dougie ha impedito il risarcimento assicurativo della vincita effettuata dallo stesso Dougie (!) al casinò. Insomma, dovrà riferire ai due fratelli criminali che Jones si sta accanendo personalmente sui loro affari. Ovviamente la reazione non potrà che essere una: Dougie deve morire (ancora!). Ad ogni modo, criminale o no, Jim Belushi è adorabile.

Il finale si fa decisamente più interessante. Gordon Cole e Tammy scoprono Albert e il medico legale (la donna che ha effettuato l’autopsia sul corpo del maggiore Briggs) a cena insieme. Più tardi, mentre Gordon Cole sta disegnando qualcosa di molto strano (una mano che cerca di afferrare una sorta di alce), qualcuno bussa alla porta: Gordon apre e ha la visione di Laura Palmer che urla terrorizzata. In realtà è Albert, che informa Gordon del messaggio ricevuto da Diane nella scorsa puntata. La donna ha risposto al messaggio di Cooper con un piuttosto evidente: “Hanno Hastings. Ha intenzione di portarli là”. Hastings è il preside della scuola di Buckhorn, in carcere per l’omicidio della bibliotecaria Ruth. “Là” è ovviamente la cosiddetta “Zona”, il luogo dove i due amanti si erano recati e in cui avevano incontrato Briggs e gli uomini che lo hanno ucciso. Insomma, Diane, dopo l’incontro con il Doppelganger, non è più la stessa e a quanto pare ha mantenuto una sinistra relazione con il Cooper capellone. Arriva anche Tammy con delle novità: ricordate l’attico di Manhattan con quella misteriosa scatola trasparente dalla quale era comparso il mostro che aveva ucciso i due ragazzi sul divano? Da una foto risulta che Cooper malvagio è implicato in questo progetto misterioso.

Mentre Ben Horne litiga con la moglie, negandole altri soldi dopo la rapina effettuata dal nipote, e invita (finalmente) a cena la sua assistente Beverly (Ashley Judd), c’è ancora tempo per un paio di chicche lynchiane: la signora Ceppo parla al telefono con Hawk e come al solito è piuttosto ermetica. L’anziana signora afferma che lo splendore dell’elettricità sta scomparendo e si domanda cosa ci sarà nell’oscurità che le sopravviverà: “Il cerchio ora è quasi completo. Ascolta e presta attenzione al sogno del tempo e dello spazio. Adesso tutto viene a galla, scorrendo come un fiume. Quello che è e quello che non è. Laura è la sola”. Laura Palmer è la sola? La sola a fare cosa? Ad impedire che il male prenda il sopravvento? Sembra di sì, visto che nell’episodio 8 la ragazza sembra esser stata creata per combattere il male (o quantomeno per avere un ruolo cruciale in questa missione).

Intanto al Roadhouse c’è il solito finale musicale, ma con un’interessante auto-citazione: Rebekah Del Rio, la cantante latina che si esibiva al Club Silencio in “Mulholland Drive”, canta una canzone scritta insieme allo stesso Lynch, “No Stars”. Il vestito della donna inoltre richiama il pavimento della Loggia Nera. Ah, avete riconosciuto il chitarrista? È Moby!

In conclusione, possiamo trarre alcune considerazioni: Cooper malvagio, forse su indicazione di Diane, si dovrà dirigere probabilmente verso la Loggia Nera, dove sappiamo che stanno arrivando i tre migliori agenti di polizia di Twin Peaks. Su Dougie incombe una nuova minaccia di morte e la sua (ri)scoperta del sesso mi fa pensare ancora di più al fatto che sarà Audrey a trovarlo, a saltargli addosso e svegliare definitivamente il nostro Cooper (non riesco a togliermi dalla testa la battuta che Audrey fece a Cooper nella seconda stagione: “Adesso ascoltami bene agente Cooper: uno di questi giorni, prima che tu te ne accorga, io diventerò grande, diventerò una donna. Dio ti salvi quel giorno!”). Ci giochiamo un altro euro?

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Omaggio a Martin Landau

“Tutti possono camminare e parlare. Il lavoro dell’attore è creare la magia”

“I comici veramente bravi, come Chaplin, possono farti ridere e un secondo dopo possono farti piangere”

“Dio è un lusso che non posso permettermi”

“Io provo a non ripetere mai un personaggio. Cerco sempre di trovare qualcosa di nuovo, fresco e interessante che possa ispirarmi”

“Se non credi in te stesso non puoi credere negli altri. Devi fare una scelta e vedere dove ti conduce”

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Omaggio a George A. Romero

“Io sono come i miei zombi, non resterò morto!”

“Ho sempre pensato che l’orrore reale sia intorno a noi, i mostri più spaventosi sono i nostri vicini”

“Gli zombi non mi stancano mai, sono i produttori a stancarmi”

“Sei davvero libero se lavori con un budget molto basso o molto alto”

“Quando non ci sarà più spazio all’inferno i morti cammineranno sulla Terra”

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Recensione “Twin Peaks” (1990)

Quando si pensa alla televisione degli anni 90, è difficile non pensare a “I segreti di Twin Peaks”, serie televisiva (o telefilm, come si usava dire ai tempi) di culto, entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo degli adolescenti di una volta, oggi adulti, che come allora fremono in attesa della nuova stagione dello show, in arrivo il 21 maggio. La vicenda ruota intorno alle indagini che si sono svolte in seguito all’assassinio di una giovane ragazza, Laura Palmer, in una cittadina fittizia dello stato di Washington, la ormai mitologica Twin Peaks (51.201 abitanti, come recita il cartello nella sigla). La serie creata da David Lynch, seppur kitsch, surreale, talvolta grottesca, a tratti spaventosa, è entrata nell’Olimpo dei più grandi spettacoli di tutti i tempi. Cosa c’è dietro a questo indiscutibile capolavoro? Ne parliamo dopo la sigla. Chi non ha visto la serie si fermi qui, spenga il pc, e cominci subito a vedere “Twin Peaks”. Chi invece l’ha vista, può andare avanti nella lettura e non temere tutti gli spoiler che ci saranno da qui in avanti…

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Le frasi più belle di Fonzie

“Happy Days”, uno dei telefilm più amati di sempre, è finalmente tornato sul piccolo schermo. A riproporre le avventure rock n roll di Richie, Ralph, Potsie, della famiglia Cunningham e ovviamente del leggendario Arthur “Fonzie” Fonzarelli ci ha pensato il canale Paramount (il 27 sul digitale terrestre), dove ogni giorno è possibile tornare per quasi un’ora nella splendida Milwaukee degli anni 50. Dopo aver rivisto alcune puntate ho cercato un vecchio quaderno che, durante gli anni di scuola, riempivo con le frasi più belle di quello che allora è stato come un fratello maggiore, Fonzie. Subito dopo la foto di Henry Winkler (l’attore che interpretava il James Dean del piccolo schermo), una raccolta di frasi e chicche per omaggiare uno dei personaggi più indimenticabili della storia della tv.

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Recensione “Elle” (2016)

Si sentono delle urla su schermo nero. Subito dopo compare l’immagine di una donna sdraiata per terra, aggredita da un individuo con il volto coperto. La scena è quella di una violenza sessuale. L’uomo si dà quindi alla fuga e la donna si rimette lentamente in piedi per mettere a posto e pulire il disordine causato dall’aggressione. Questa è la prima scena del film ed è davvero molto potente. Il nuovo film di Paul Verhoeven, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero, è un racconto torbido e ambiguo, ricco di suspense, che mantiene alto l’interesse almeno fino all’inizio dell’ultimo atto, quando sappiamo chi si cela dietro le aggressioni e i messaggi anonimi: è lì che il film cambia tono e fa un passo indietro, dimostrando che funziona molto meglio come thriller che come pellicola drammatica.

Michèle è una donna dal passato famigliare terribile e dal carattere forte: gestisce con grande autorità la sua vita, le sue relazioni e la società di videogiochi che controlla. Nel momento in cui subisce un’aggressione tra le mura domestiche, la donna, sempre imperturbabile, comincia a indagare nel tentativo di ritrovare l’uomo che l’ha violentata, lo stesso uomo che continua a seguirla e che le manda disgustosi messaggi anonimi.

Isabelle Huppert giganteggia in questo thriller psicologico che avanza a fuoco lento e si avvolge di un’atmosfera di ambiguità che rende la visione a tratti faticosa, ma che al tempo stesso affascina e ci fa domandare: fino a dove è disposta ad arrivare Michèle? Paul Verhoeven si conferma un maestro nel creare atmosfere ricche di imprevidibilità e tensione, senza mai nascondersi dietro alle regole del genere cinematografico, portando le sue immagini e i suoi personaggi sempre un passo oltre il limite, giocando sul labile equilibrio tra fascinazione e pericolo.

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Recensione “Trainspotting 2” (2017)

Scegliete un grande film degli anni 90. Uno dei più simbolici di quel decennio, per dire. Scegliete lo stesso regista, gli stessi attori. Scegliete di fare un sequel e di inserire tante scene e tanti riferimenti del primo film in questo, pensando che tutti gli spettatori siano pronti ad abboccare all’effetto nostalgia. Scegliete pure di andare a vedere questo film, pur sapendo che potreste restare delusi. Ok, basta parafrasi, parliamone.

Prima di tutto un piccolo accenno alla trama: Mark Renton torna a Edinburgo vent’anni dopo aver tradito i suoi migliori amici, soffiandogli sotto al naso ben 16mila sterline. Spud è disoccupato e nuovamente tossico, Begbie è in prigione (ma evaderà) e Sick Boy progetta di gestire un bordello. L’incontro con il vecchio amico non sarà facile da affrontare, ma più di ogni cosa bisognerà fare i conti con il tempo passato, con i rimpianti, con ciò che la loro vita poteva essere e non è (e forse non sarà mai).

Purtroppo l’attesissimo seguito di “Trainspotting” non è all’altezza delle aspettative: non che le mie fossero troppo alte, ma se in un lavoro così rischioso le scene migliori corrispondono alle citazioni e ai riferimenti del primo film, è evidente che c’è qualcosa di sbagliato. Danny Boyle è un grande innovatore, non ha mai girato due volte lo stesso film e nella sua filmografia ha spesso cambiato genere, mood, ambientazioni. Non che questo sequel lo potesse girare un altro regista, certo che no, ma era praticamente ovvio aspettarsi da Boyle un film totalmente diverso dalle atmosfere della pellicola del 1996, e così è. Forse un fan di “Trainspotting” odierà soprattutto questo: “T2” sembra girato da un altro regista, che trasforma l’opaca claustrofobia e la follia da trip del primo film in una dimensione patinata, a tratti esageratamente forzata. Non tutto è da buttare (il momento migliore è la scena della canzone al raduno dei protestanti), ma i bassi sono decisamente più convincenti dei (pochi) alti. Ce n’era bisogno? Probabilmente no.

trainspotting2

La frase: “Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che da qualche parte a qualcuno freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro, scegliete i reality show, lo sputtanamento e la diffusione dei porno. Scegliete un contratto a zero ore, un tragitto casa-lavoro di due ore e lo stesso per i vostri figli e alleviate il dolore con una dose sconosciuta di una droga sconosciuta fatta nella cucina di qualcuno”

Capitolo 216

Dicembre. Gli alberi hanno ormai perso le foglie, i termosifoni vanno a pieno regime e sotto il piumone c’è sempre qualcuno davanti a un film. Oppure si approfitta del clima per riscaldarsi dentro un cinema. Ho ripreso l’abitudine a fare entrambe le cose, non che avessi smesso, ma sapete com’è, finché il tempo lo permette è sempre preferibile far qualcosa di meno solitario (perché a me piace da morire andare al cinema da solo, è qualcosa che un giorno vi spiegherò in altra sede). Tanta carne al fuoco di questo capitolo, un fuocherello di fine autunno che aiuta quanto basta a riscaldarsi un po’. Come diceva il Boss, “senza una scintilla non puoi accendere un fuoco”, quindi…

Il cliente (2016): Se c’è una cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi sono i suoi personaggi: i protagonisti dei suoi film sono tutti talmente reali nella loro umanità che potrebbero essere tranquillamente delle persone che conosciamo. Questa è infatti la seconda cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi: la capacità di raccontare delle storie universali, che potrebbero svolgersi ovunque, storie che tra le righe però raccontano moltissimo della società iraniana contemporanea. Terza cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi: la facilità con cui racconta vicende complesse senza appesantire mai i suoi film, mantenendo sempre alto il ritmo e non cedendo mai alla retorica. Molto bello.

Animali notturni (2016): Ne hanno parlato molti come un capolavoro assoluto, cosa che ha leggermente alzato l’asticella delle mie aspettative. Senza dubbio parliamo di un bel film, ma non di un capolavoro. Decisamente un film troppo profondo per essere commentato in poche righe, è disturbante, non semplice da analizzare, non dopo una sola visione. Certamente posso dire che la messa in scena è splendida (la fotografia è totalmente eccezionale), ma da uno stilista non mi aspettavo niente di meno. Film molto buono, ma una seconda visione, se mai ci sarà, potrebbe cambiare radicalmente il mio giudizio (in positivo, probabilmente).

Il cittadino illustre (2016): Finalmente è arrivato il film della consacrazione per la premiata ditta Cohn-Duprat, due registi che finora hanno fatto solo cose buone (guardatevi “L’artista” oppure “El hombre de al lado”). All’inizio fa pensare a Bob Dylan, visto che è la storia di un Premio Nobel per la letteratura che rifiuta tutti i premi e le onorificenze che gli vengono proposte. Poi dopo si pensa addirittura a “Twin Peaks” o a “Cane di Paglia”, ma in una salsa tutta argentina (meno mistero e decisamente meno violenza). Veramente bellissimo.

The Last Waltz (1978): Uno dei regali ricevuti al mio compleanno di ottobre. Il documentario di Martin Scorsese all’ultimo concerto di sempre di The Band. Il concerto risaliva al 25 novembre 1976 e io quando ho deciso di vedere il film? Esattamente quaranta anni dopo, nel buio della mia stanza che per un paio d’ore si è trasformata in una sala da concerto a San Francisco, inondando la Garbatella di musica meravigliosa. Van Morrison, Clapton, Bob Dylan, Ron Wood, Ringo Starr, Neil Young e tanti altri. Un omaggio a tutto ciò che amo della musica: comunione, malinconia, carica, passione, poesia, bellezza. E Martin Scorsese.

The Big Kahuna (1999): Era dai tempi della mitologica Tele+ che non vedevo questo film di John Swanbeck, l’unico che abbia mai diretto in vita sua. Mi domando perché, visto che si tratta di una pellicola di tutto rispetto, con un ottimo Danny DeVito e un Kevin Spacey sulla cresta dell’onda. Taglio molto teatrale, tre personaggi dentro una stanza dialogano a proposito di vita, amore e religione, in attesa dell’arrivo di un grande cliente che potrebbe cambiare le sorti della loro azienda. Famosissimo il rap finale “Accetta il consiglio”, riproposto in seguito addirittura anche da Franco Battiato. Bel film.

È solo la fine del mondo (2016): Xavier Dolan ha solo 28 anni e ha già vinto un po’ di tutto, ha già fatto numerosi film di successo, il giurato a Cannes e chissà che altro. Io a 28 anni mi ubriacavo alle feste universitarie. Sarà per questo che ogni volta che esco dalla sala dopo un film di Dolan mi sento così depresso? Un film drammatico normalmente è come un test di Rorschach: ognuno ci vede dentro ciò che vuole. Andare al cinema in questo caso potrebbe rivelarsi davvero una seduta psicoanalitica. Per fortuna fuori dalla sala ero a Villa Borghese, sotto il sole di Roma, e respirare è stato più semplice. Ma ancora adesso, due giorni dopo i titoli di coda, sento dentro di me qualcosa che non mi fa sentire a mio agio. Un grande film.

Sully (2016): Se n’è parlato come il grande ritorno di Clint Eastwood, come il miglior film di Clint dai tempi di “Gran Torino” (ineguagliabile), e tante frasette di questo tipo. Devo dire che mi è piaciuto abbastanza, ma è piuttosto lineare, è esattamente come doveva essere e quindi va bene, ma da qui a parlare di film da Oscar ce ne passa. Secondo me l’argomento sarebbe stato più interessante se affrontato da un documentario, anche perché le accuse nei confronti di Sully mi sembravano talmente campate per aria che non sono mai riuscite a convincermi pienamente, mentre sarebbe stato più interessante forse sentire le testimonianze di chi ha davvero vissuto la vicenda. Nel finale, con il bel concetto del “fattore umano”, il film raggiunge il suo apice. Promosso, ad ogni modo.

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