Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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Recensione “The Congress” (2013)

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Tratto da “Il congresso del Futuro” di Stanislaw Lem, il nuovo film di Ari Folman (ricordate il suo meraviglioso “Valzer con Bashir”?) si pone su vari livelli di lettura. Subito si può notare il riferimento alla fantascienza distopica, sulla quale il film si basa per realizzare in realtà qualcosa di totalmente originale e letteralmente allucinante. Un’esperienza impagabile che trascina lo spettatore nel suo mondo futuristico, in cui l’assunzione di sostanze chimiche ha trasformato la società contemporanea in un enorme cartone animato, apparentemente perfetto, dove ogni individuo può assumere l’identità che ha sempre sognato e trasformarsi in qualunque forma la sua mente desideri. Un altro livello di lettura riguarda il cinema stesso: dietro il film di fantascienza c’è un grido di allarme nei confronti della direzione in cui la settima arte si sta dirigendo, tra avatar in 3D e animazioni in motion capture, con il ruolo degli attori che sta totalmente cambiando, costretti talvolta a girare un intero film all’interno di un set per il green screen.

Robin Wright interpreta se stessa. Dopo una serie di scelte sbagliate per la sua carriera artistica non le resta che accettare l’offerta di uno studio cinematografico senza scrupoli: vendere la sua identità di attrice. Il suo corpo e tutte le sue espressioni verranno scansionate digitalmente, in tal modo lo Studio potrà usarla come attrice in qualunque pellicola, senza il bisogno di averla effettivamente sul set e, quel che peggio, senza la possibilità di scegliersi ruoli e film. Grazie al denaro di questo accordo potrà pagare le cure per suo figlio. Vent’anni dopo, al termine del contratto, viene invitata ad un congresso futurista in cui l’unico modo per accedere è inalarsi le sostenze chimiche contenute in una fiala. Robin Wright si ritrova così catapultata in un mondo animato, allucinato, dove lo Studio vuole trasformarla definitivamente in una formula chimica. Il suo scopo è invece di tornare alla realtà e ritrovare il figlio che ha lasciato da solo.

La dittatura chimica descritta da Lem e quella “sociale” portata sullo schermo dal genio di Folman è un atto di accusa verso chi detiene il potere (nel libro le case farmaceutiche, nel film lo studio cinematografico): i produttori di sostanze chimiche gestiscono le emozioni della popolazione, ne controllano gli umori, le paure, i desideri. La creazione di un avatar fa inoltre pensare da vicino al mondo attuale schiavo dei social network, in cui cerchiamo di creare un mondo per noi ideale ma a conti fatti effimero. A questo mondo distopico Folman aggiunge la nostalgia per il cinema di una volta (citando, tra gli altri, “Il dottor Stranamore” di Kubrick), la minaccia di quelle tecnologie che rischiano di soppiantare il cinema che abbiamo sempre amato. Tra strizzate d’occhio a “Matrix”, vaghe suggestioni di “Vanilla Sky” e alla fantascienza d’autore figlia di Philip K. Dick e dello stesso Lem, il film di Folman è una di quelle rare pellicole che sui titoli di coda hanno il potere di lasciare senza parole.

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Recensione “Il Futuro” (2013)

Il futuro è il domani, è il giorno che segue, è tutto ciò che resta. Ma come affrontare tutto ciò che resta se all’improvviso, con un fratello minorenne a cui badare, rimani senza genitori in un Paese in cui non hai nessun altro? Su questa domanda si basano i dilemmi e le difficoltà di Bianca, ragazza giovane e all’apparenza forte, ma inevitabilmente fragile e piena di dubbi. La regista cilena Alicia Sherson, al suo terzo lungometraggio, adatta per il cinema un romanzo di Roberto Bolaño, si lascia trasportare dalle atmosfere di una Roma atipica, lontana dalle immagini da cartolina, e realizza un film di formazione che funziona a intermittenza, forte dell’esperienza di un mostro sacro come Rutger Hauer e dell’intensità della cilena Manuela Martelli (già vista nel bellissimo “Machuca”).

Bianca e Tomas sono emigrati in Italia dal Cile insieme ai genitori. Improvvisamente a causa di un incidente d’auto i due ragazzi restano orfani, ritrovandosi a dover gestire le cose della vita da soli, senza alcun aiuto. Lasciano la scuola e si cercano un lavoro, Bianca come parrucchiera e Tomas come garzone di una palestra. Qui incontra due delinquentelli che si installano a casa loro, fingendo di essere amici ma in realtà vili approfittatori. Non avendo molti soldi, pensano a un piano: rubare il denaro di Maciste, un ex campione di body building che in passato ha interpretato il ruolo dell’eroe al cinema. Per farlo Bianca dovrà prostituirsi, sedurlo, guadagnarsi la fiducia del vecchio attore, rimasto cieco in seguito ad un incidente.

Il rapporto tra il vecchio attore, Rutger Hauer, e la giovane orfana, Manuela Martelli, è senza dubbio la parte più interessante del film. C’è chimica tra i due, e il film ne guadagna. Tutto ciò che accade fuori dalla villa di Maciste è però molto meno interessante, a partire dalla coppia di delinquenti Vaporidis (anche produttore associato) e Giallocosta, apparsi un po’ troppo frenati e mai davvero dentro i loro personaggi. Presentato con successo al Sundance e al Festival di Rotterdam, dove ha vinto il premio della critica, “Il futuro” arriva in Italia mettendo il mostra il potenziale dei suoi giovani attori e della regista. Non sarà ricordato negli anni a venire, ma fa parte di un percorso artistico che porterà senza dubbio a qualcosa di buono, in particolare per Alicia Scherson e Manuela Martelli.