Recensione “Bittersweet Life” (“Dal kom han in-saeng”, 2005)

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La Corea del Sud, nel nuovo millennio, si è imposta agli occhi dei cinefili di tutto il mondo per il suo modo di interpretare il cinema: immagini bellissime, grande competenza tecnica e ottima regia, senza dimenticare le storie che racconta, molto spesso avvincenti e ben costruite. “Bittersweet Life”, di Kim Jee-woon, non fa eccezione.

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Recensione “Black Mass” (2015)

“Noi bambini irlandesi di Southie abbiamo iniziato a giocare a guardie e ladri nel parco giochi per poi farlo realmente per le strade. E proprio come nel parco giochi, non è stato facile dire chi fosse chi”. Con le parole del pentito Kevin Weeks si apre il terzo film di Scott Cooper (vedetevi il bellissimo “Crazy Heart”), che narra la vera storia della periferia sud della Boston anni 70, dove la legge della strada sembrava essere l’unica legge da rispettare: è qui che l’agente dell’FBI John Connolly ha stretto alleanza con il boss irlandese James “Whitey” Bulger allo scopo di eliminare da Boston il loro grande nemico comune: la mafia italiana del North End. Bulger, interpretato da un Johnny Depp glaciale e quasi irriconoscibile, ha approfittato della sua immunità e dei rapporti con il suo amico di infanzia Connolly per prendere sempre più potere fino a diventare uno dei gangster più temuti della storia degli Stati Uniti.

Il film di Cooper non aggiunge nè toglie nulla al filone del gangster movie, nel quale si inserisce senza lasciare troppo il segno. Senza dubbio parliamo di un film ben realizzato, con ottimi interpreti e un’indagine interessante sulla pericolosità dell’ambizione (quella dell’agente Connolly che, volendo usare le informazioni di Bulger per fare carriera, si ritrova ad essere usato a sua volta da Bulger fino al superamento del punto di non ritorno): d’altra parte però si avverte continuamente la mancanza di qualcosa, come una distanza tra i personaggi della storia e il pubblico, un distacco che al cinema non dovrebbe mai avvenire.

Recensione “Carlito’s Way” (1993)

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“Qualcuno mi sta tirando verso il basso… Lo sento anche se non lo vedo. Però non ho paura, ci sono già passato. È uguale a quando mi hanno sparato sulla 104esima Strada… Non mi portate in ospedale, in quelle cazzo di corsie d’emergenza non c’è protezione, qualche bastardo ti viene a far fuori a mezzanotte quando di guardia c’è solo un infermiere cinese rincoglionito. Oh, guarda come si preoccupano questi qua… Perché? Per un portoricano come me è già tanto essere campato fino a questa età. La maggiorparte dei miei compagni c’ha rimesso la pelle da anni… State tranquilli, ho un cuore che non molla mai. Non sono ancora pronto a fare fagotto”.

Quando rivedi un film come “Carlito’s Way” ti rendi conto di come al giorno d’oggi ci sia un continuo abuso del termine “capolavoro”. Sì, perché i capolavori di oggi per confermarsi tali, dovranno almeno superare la prova del tempo, quella prova che il capolavoro di Brian De Palma non soltanto ha superato, ma che ha imposto quasi come termine di paragone per tutto il cinema di genere. Che poi etichettare “Carlito’s Way” sotto un solo genere è un altro paio di maniche: gangster movie? Sicuramente. Noir? La voce fuori campo del protagonista tormentato, che gioca “a fare l’Humphrey Bogart” (come dice lui stesso), ci porta anche in questa direzione. Drammatico? Senza dubbio. Sentimentale? Anche, non va sottovalutata una delle storie d’amore più belle e tormentate mai viste sullo schermo. Insomma, “Carlito’s Way” è tanta roba, per usare un termine tanto in voga di questi tempi.

Il portoricano Carlito Brigante, condannato a trent’anni di carcere, viene rilasciato dopo soli cinque anni, grazie alle furbizie del suo avvocato David Kleinfeld e alle infelici tecniche investigative del procuratore distrettuale. Carlito ha intenzione di ritirarsi, non vuole più avere niente a che fare con il suo passato criminale e sogna di aprire un autonoleggio alle Bahamas. Deve soltanto mettere insieme il denaro necessario. Una volta tornato nel suo quartiere vede tanti volti nuovi, ma ritrova anche la sua donna di un tempo, la mai dimenticata Gail. Carlito cerca di restare pulito, prende in gestione un locale e aspetta di raggiungere la cifra necessaria per andare via insieme a Gail. Nonostante cerchi di tenersi lontano dai guai sono i guai però che vanno a bussare alla sua porta: criminali da strapazzo in cerca di notorietà e la riconoscenza nei confronti di Kleinfeld, che gli ha salvato la vita portandolo via dalla prigione, renderanno il sogno di una vita migliore un vero incubo.

Sono tanti i momenti indimenticabili: avete presente lo sguardo di Al Pacino sotto la pioggia, quando da un tetto osserva Gail che danza sulle note de “Il duetto dei fiori”, dopo cinque anni, riparandosi dall’acqua sotto il coperchio di una pattumiera? Ecco, quello sguardo, quella musica, quell’amore, quella malinconia, quella grazia: una vera e propria poesia in immagini. Per non parlare dei virtuosismi di De Palma nel piano sequenza iniziale, o nel lungo bacio tra Carlito e Gail, con la macchina da presa coinvolta nel loro stesso turbine di passione. Se preferite le scene di azione come dimenticare la sparatoria nel retro del barbiere, oppure la lunga, indimenticabile, corsa verso il treno. Non c’è un solo momento in cui il film cala di ritmo, così come non c’è un solo momento in cui non facciamo il tifo per Carlito. E, mentre il pianoforte di “You are so beautiful” introduce i titoli di coda sulla fantasia di un meraviglioso tramonto sul mare, è dura trattenere la commozione. Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va… Un Capolavoro.

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