Recensione “Il racconto dei racconti” (2015)

Dimenticate quei noiosi fantasy hollywoodiani, in cui effetti speciali all’avanguardia sono spesso costretti a tappare i buchi di sceneggiature zoppe per tentare di evitare una lunga serie di sbadigli. Date a un italiano un genere cinematografico che non appartiene né alla sua cultura, né tantomeno alla sua filmografia, e vedrete finalmente qualcosa di interessante e senza dubbio particolare. Qualcosa di nuovo. Il nuovo film di Matteo Garrone strappa così i suoi primi consensi, in attesa della presentazione a Cannes: liberamente tratto dall’antico libro di fiabe popolari, “lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, il film di Matteo Garrone mescola il reale con il fantastico, il desiderio con la paura, spingendo i personaggi, e i loro sentimenti, sino all’estremo.

In tre regni non lontani tra loro, tra principi e re, mostri marini e saltimbanchi, orchi e cortigiani, si svolgono le storie di tre donne di età diversa: una regina ossessionata dal desiderio di avere un figlio; un’ingenua donna anziana, smaniosa di sentirsi giovane e bella; una principessa infantile e sognatrice, in conflitto con il padre e costretta alla violenza per potersi finalmente riscoprire libera e adulta. Tre storie diverse e al tempo stesso simili tra loro per la commistione tra comico e macabro, tra il fantastico delle vicende e il reale dei sentimenti. Un mondo tragico e grottesco, dove un’ossessione è spinta sino alle estreme conseguenze, dove le aspettative di un desiderio si realizzano nella sua disillusione, dove la gelosia e la violenza si trasformano in un cane che si morde la coda. Garrone si conferma un regista elegante e sorprendente, inoltre questa potrebbe essere finalmente la volta buona in cui smetteremo di dire che in Italia si fanno sempre gli stessi film. Scusate se è poco.

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Capitolo 184

Bei tempi quando questa rubrica era settimanale: il carico di lavoro era meno pesante e raramente si trovavano più di quattro film nello stesso capitolo. Ora invece, da quando ho deciso di renderla bisettimanale, ecco che mi costringo alla sintesi per non annoiarvi con il mio modesto commento sugli ultimi film che ho visto, che questa volta sono ben otto (esattamente il doppio di quanto scritto sopra, non fa una piega). Mentre cominciano ad uscire le prime indiscrezioni sul prossimo Festival di Roma, eccoci a parlare di ottobre, mese notoriamente saturo di bei film, bei colori autunnali, bella vita.

Carrie lo sguardo di Satana (1976): De Palma è sempre stato uno dei registi più bravi e sottovalutati della New Hollywood, anche se i suoi film di fatto sono amatissimi (“Scarface”, “Gli intoccabili” e “Carlito’s Way” su tutti). Carrie è uno di quei film che non sente gli anni che passano, intatto e puro in tutta la sua atroce potenza: una sorta di rivincita dei nerd in versione horror. Memorabile la scena del ballo della scuola, il giovane John Travolta, la madre inquietante, la timida Sissy Spacek imbrattata di rosso (quanto le donava!). Film meraviglioso.

Amami se hai coraggio (2002): Esordio alla regia di Yann Samuell. Una persona a me cara mi ha costretto a guardare questo film, e credo di aver capito perché: mi è sembrato un chiaro suggerimento a mollare tutto e correre a sposare Marion Cotillard! Il film è stato girato sulla scia del successo di Amelie, verso il quale Samuell strizza l’occhio in qualche occasione, confezionando e impacchettando il film che tutti vorrebbero vedere ma che in fondo sappiamo bene di aver già capito dopo cinque minuti. Comunque carino, suggerimento apprezzato. Guardatevelo se vi sentite un po’ romantici e sognatori, oppure vedetelo e smontatelo ogni 10 secondi se vi sentite cinici e disillusi. È questo il vantaggio delle commedie romantiche: c’è sempre un motivo per vederle.

Monsieur Lazhar (2011): Dovevo andare a vedere “Pietà” di Kim Ki Duk (che continua a sfuggirmi ogni giorno..!) ma grazie all’insostituibile contributo dei mezzi pubblici romani ho previsto che sarei arrivato tardi al cinema. Così ho ripiegato su quest’altra pellicola, che si è rivelata piuttosto piacevole. Provo sempre un piacere particolare nel vedere film ambientati nelle scuole, mi viene quasi voglia di diventare professore, salvo poi ricredermi al pensiero di cosa potrei insegnare ai miei alunni (tifare Roma, bere birra e guardare film tutto il giorno). Bel film, passato un po’ inosservato in sala, ma non ai Festival ai quali ha partecipato, dove ha riscosso premi e applausi (premio del pubblico a Locarno, tanto per citarne uno piuttosto prestigioso).

Shining (1980): Se passi la serata a casa e in televisione è appena cominciato “Shining”, come fai a resistere alla tentazione di mettere alla prova la tua memoria nel tentativo di doppiare ogni singola battuta del film? C’è bisogno di dire qualcosa su questo film? C’è ancora qualcuno di voi che non l’ha visto? Che non l’ha rivisto? Che non l’ha amato? Se c’è che si faccia avanti. Riceverà una visita notturna dal mio amico Jack Torrance (ma forse basterebbe anche una comparsata di Stanley Kubrick in sogno, una delle sue occhiatacce può bastare come trauma). Vabbè non volevo dirlo perché mi sembrava ovvio, però non posso resistere: capolavoro!

Mio fratello è figlio unico (2007): Questo è un film che ho amato molto, tanto da comprarlo anche in dvd (anche se ai tempi in cui compravo dvd con una frequenza maniacale). Daniele Luchetti è uno dei migliori registi italiani, è bene che lo sappiate, così come Elio Germano è uno dei nostri migliori attori (se non IL migliore). Due fratelli, uno fascista, l’altro comunista. L’Italia degli anni 70, i sogni, la lotta operaia, i pestaggi, il piombo. Ma anche l’amore, una bella francese (Diane Fleri è una delle 243 donne di cui sono stato innamorato in vita mia), tanta ironia. C’è leggerezza e c’è la musica di Nada. Bellissimo.

Reality (2012): Matteo Garrone è uno che zitto zitto ha vinto due Grand Prix a Cannes, uno con “Gomorra”, l’altro proprio con “Reality”. Questo è uno di quei casi in cui il cinema italiano è CINEMA, non solo con la C maiuscola, ma con tutte le lettere maiuscole. Il sogno di successo di un pescivendolo napoletano (Aniello Arena, un ergastolano dal talento recitativo incredibile) si trasforma in paranoia, e l’Italia è questa qua. A colpire nel film sono soprattutto le facce scelte da Garrone, in uno dei migliori casting mai visti nel cinema italiano: ogni singolo personaggio è particolare, perfetto, assolutamente credibile in ogni sua minima sfaccettatura. Napoli è un universo a parte, e Garrone riesce a ricordarcelo in ogni fotogramma. Da vedere e applaudire.

About a boy (2002): Beh Nick Hornby è il mio scrittore preferito, e dovreste prendervela con lui se da ormai cinque anni vi costringo a leggere queste righe, visto che proprio uno dei suoi libri le ha ispirate. “About a boy” è un gran libro, dal quale è uscito fuori un film molto godibile: Hugh Grant ha una di quelle facce capaci di rendere divertente anche un funerale, figuratevi se non era in grado di farcela con un ragazzino sfigato e la sua mamma hippy depressa. La scena in cui Grant sale sul palco per suonare “Killing me softly” alla chitarra elettrica vale quasi da sola tutto il film.

Ted (2012): Avevo smesso di vedere film di questo genere, lo sapete! Addirittura Laura, la cassiera del cinema che in passato ha visto la mia faccia in quel cinema quasi ogni sera per circa due o tre anni, è rimasta talmente sorpresa dalla mia scelta da esclamare: “Tu che vedi questo film? Dalla Mostra di Venezia a Ted?!”. In realtà ho deciso di vederlo per il nome di Seth McFarlane dietro la macchina da presa: il creatore dei Griffin era abbastanza da spingermi al cinema per un film di questo genere, e devo dire che ne è valsa decisamente la pena. Ted è irriverente, assurdo, insensato, scorretto e spassoso. La trovata di Flash Gordon poi è qualcosa di geniale. Mi sono divertito come un ragazzino, degna chiusura di una bellissima domenica.

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Cannes 65: vince Haneke, a Garrone il Grand Prix della Giuria

Si è chiusa la 65a edizione del Festival di Cannes dopo dieci giorni di pioggia e freddo. Qualcuno direbbe che questa edizione del festival sarà ricordata più per il maltempo che per la qualità dei film in concorso, ad ogni modo la premiazione ha messo più o meno tutti d’accordo, nonostante qualche assenza eccellente. È dunque Michael Haneke il trionfatore di Cannes, al suo quarto premio sulla Croisette (dopo “La pianista”, Grand Prix nel 2001, “Niente da nascondere”, miglior regia nel 2005, e il capolavoro “Il nastro bianco”, Palma d’oro nel 2009). Il suo “Amour”, storia d’amore tra due pensionati, ha dominato il concorso fino ad essere accolto sul palco dei vincitori da una standing ovation che non ha risparmiato i due straordinari interpreti, Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva.

Un po’ di orgoglio anche per l’Italia, con Matteo Garrone che centra il suo secondo Grand Prix consecutivo (dopo quello per “Gomorra”, nel 2008): “Reality” è una riflessione sul rapporto tra realtà e finzione, e sul ruolo della televisione al suo interno. La giuria presieduta da Nanni Moretti, che a Cannes è di casa, ha infine premiato la regia di Carlos Reygadas per “Post Tenebras Lux” (probabilmente il premio più discusso e immeritato), la sceneggiatura di “Beyond the hills” (firmata da Cristian Mungiu, già vincitore della Palma nel 2007 con il bellissimo “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”), l’interpretazione maschile di Mads Mikkelsen per “The hunt” di Vinterberg e infine quelle femminili di Cristina Flutur e Cosmina Stratan per “Beyond the hills” (lasciando a bocca asciutta la splendida Marion Cotillard di “Rust and bone” di Audiard). Il premio della giuria è invece andato a Ken Loach, per il bel “The angels’ share”.

Tra i film che ricorderemo di questo non proprio memorabile Cannes 65 c’è senza dubbio il meraviglioso “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson, e lo stravagante “Le grand soir”, diretto dagli inseparabili Benoit Delépine e Gustave de Kervern (già registi degli strepitosi “Louise-Michel” e “Mammuth”), meritato vincitore del premio speciale della giuria nella sezione Un certain regard. “Rust and bone” di Audiard è sembrato invece l’unico in grado di competere con Haneke per la conquista della Palma, mentre la grande delusione è stata rappresentata da uno dei film più attesi, “On the road” di Walter Salles, la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Jack Kerouac, le cui atmosfere sono sembrate solo un lontano ricordo.

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