Recensione “L’Isola dei Cani” (“Isle of Dogs”, 2018)

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Sono bastati circa 48 secondi a farmi pensare per la prima volta “questo film è stupendo”. In effetti solo Wes Anderson potrebbe riuscire a mettere insieme un cast composto da Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, F. Murray Abraham, Greta Gerwig, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Harvey Keitel, Tilda Swinton e moltissimi altri con l’intento di doppiare un film sui cani. Già, perché è proprio qui che si compie il miracolo del regista texano: confermarsi ancora una volta genio delle storie strampalate, dove i buoni sentimenti sono il motore dell’azione, dove l’infanzia è sempre un’avventura e soprattutto dove l’unione fa la forza, che sia in una famiglia dalle tute rosse, nello staff di un oceanografo, in un gruppo di boy scout oppure, come in questo caso, in una gang di cani abbandonati.

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Recensione “Confessions” (“Kokuhaku”, 2010)

Forte del premio della critica conquistato nella passata edizione del Far East Film Festival, oltre all’inserimento nella lista iniziale dei migliori film stranieri candidati agli Oscar, arriva nelle sale italiane “Confessions” di Tetsuya Nakashima. L’ennesima variazione su un tema amatissimo dalle cinematografie orientali, la vendetta, che in questo caso si arricchisce di numerose trame e sottotrame che rendono il film un piccolo gioiello, a tratti faticoso da seguire, ma senza dubbio affascinante e raffinatissimo nella messa in scena. Diviso in vari capitoli (ognuno corrispondente ad una confessione), la struttura romanzesca viene confermata da una voce fuori campo onnipresente, che confida e confessa al pubblico i fatti che avvengono sullo schermo, raccontanti ogni volta da un protagonista differente.

Un’insegnante delle scuole medie annuncia di lasciare il suo incarico. Durante il suo discorso di addio vuole in realtà lasciare alla classe un’ultima lezione sul valore della vita. Infine accusa due studenti di essere stati gli assassini della sua bambina e che per questo motivo ha contagiato il latte dei due ragazzi con del sangue infetto. Al posto di lei arriva l’ingenuo professor Terada, che con il suo ottimismo peggiora ulteriormente la situazione, mentre per i due studenti la vita cambia completamente: uno si chiude in casa, l’altro diventa vittima del bullismo dei compagni. La vendetta della professoressa però non è ancora finita.

Nakashima dimostra senz’altro di avere un gusto sopraffino per le immagini, ricercate, pulitissime, spettacolari e al tempo stesso definite in ogni dettaglio, in ogni singolo particolare. Ad appesantire il film però c’è la pecca di un finale esageratamente didascalico e una colonna sonora bellissima quanto invadente (nella quale spicca “Last Flowers” dei Radiohead e il sempre meraviglioso “Concerto in Fa minore per pianoforte” di Bach). Un film d’autore che però sa essere tragico e potente, cattivo e infame, in alcuni momenti addirittura superbo nella sua drammaticità. Mentre scriviamo ci lasciamo cullare dalla voce di Thom Yorke; vi consiglio di fare lo stesso nella lettura: morirete dalla voglia di vedere questo film.

pubblicato su Livecity

Recensione “Departures” (2008)

Arriva in Italia il film che appena un anno fa sfilò il premio Oscar per il miglior film straniero dalle mani di Ali Forman (“Valzer con Bashir”): Takita, regista di successo in Giappone, ci insegna come attraverso il rispetto per la morte si possa arrivare ad acquistare dignità e il rispetto per la vita che spesso il mondo di oggi sembra mettere in secondo piano. Lo fa attraverso lunghi silenzi e qualche sprazzo umoristico, trovando il giusto equilibrio tra poesia e leggerezza, descrivendoci un lavoro insolito e allo stesso tempo intenso: quello dei preparatori di cadaveri, coloro che, in presenza dei famigliari, vestono e preparano i defunti per accompagnarli nel loro ultimo viaggio. Una cerimonia funebre che consente a chi se n’è andato di lasciare questo mondo in totale pace con tutto ciò che hanno vissuto.

In seguito allo scioglimento della sua orchestra di Tokyo, Daigo decide di trasferirsi con moglie e violoncello nel paese dove è cresciuto, nel nord del Giappone. Qui trova un annuncio di lavoro: quella che sembrerebbe un’agenzia di viaggi si occupa in realtà di preparare e vestire i defunti per l’ultimo viaggio. Daigo accetta, pur trattandosi di un lavoro malvisto da tutti (anche da sua moglie), ma osservando il modo in cui la gente reagisce alla morte Daigo comincia a comprendere l’importanza del suo ruolo, e a ritrovare una sorta di quiete interiore attraverso il rispetto per chi non c’è più.

Le immagini di Takita raccontano con delicatezza e sincerità un Giappone di provincia genuino come in alcune sequenze di Ozu, ben diverso dalla società trafficata e frenetica descritta invece da Wenders, accompagnando il tutto attraverso il violoncello del protagonista e le dolci melodie dipinte da Joe Hisaishi, già compositore per Hayao Miyazaki. La morte come rituale, un cerimoniale – simile per certi versi a quello del tè – che consegna dignità a quello che diverse culture definiscono come l’ultimo viaggio, riscaldando con una luce calda ma silenziosa un momento che la “società dei vivi” non ha abbastanza tempo per comprendere.

pubblicato su SupergaCinema