Recensione “Il mio amico Eric” (“Looking for Eric”, 2009)

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Chi non conosce Eric Cantona? Poche righe per i profani: calciatore di culto degli anni 90, leggenda del Manchester Utd, “Le Roi” è stato uno dei più indimenticabili ed estroversi numeri 7 della storia del calcio, scolpito per sempre nella memoria degli appassionati per i suoi gol, il suo colletto alzato, ma anche per un celebre calcio volante ad un tifoso avversario, che gli costò ben nove mesi di squalifica. Ma, chiariamo subito, non si tratta di un film su Eric Cantona, il Re, è invece la storia di un postino sfiduciato e disilluso, messo di fronte agli errori della sua vita, dove l’unico ricordo dolce del suo passato sembra essere un meraviglioso gol a pallonetto del suo idolo (cercate “Cantona Sunderland” su YouTube e capirete cosa significa fare del calcio un’arte), perché «puoi cambiare moglie, cambiare partito, cambiare fede, ma non puoi cambiare mai la squadra per cui fai il tifo», come dice uno dei personaggi del film.

Eric Bishop è un uomo di mezza età costretto a crescere due figliastri ereditati da un matrimonio fallito (lei è fuggita). L’incontro con Lily, il grande amore del suo passato dal quale era scappato, fa rimbombare in lui tutti i fallimenti della sua vita: gli errori di ieri, le insicurezze di oggi, il grigiore del domani. In un momento di sconforto l’immagine di Eric Cantona, il suo idolo, il suo modello, “esce” dall’enorme poster della stanza da letto per aiutare Eric il postino a riportare la vita nei binari giusti, un immaginario Virgilio che con la sua filosofia donerà nuova linfa al suo protetto, rendendolo nuovamente capace di affrontare i gironi infernali della quotidianità.

Ken Loach firma il suo gioiello, se non il suo capolavoro: stavolta non si tratta di un film per palati fini, ma di una pellicola completa, una commedia surreale e drammatica, intensa, piena di emozioni ed intrisa della magia del suo personaggio più carismatico, il re Eric Cantona, che lega il suo ricordo più bello non ad un gol, ma ad un passaggio vincente, perché l’importante è fidarsi dei compagni di squadra, degli amici, sempre. Una splendida storia di uomini, ma come dice il leggendario numero 7 del Manchester Utd: «non sono un uomo, sono Cantona». E scusate se è poco.

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