Capitolo 251

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Sono il peggiore dei cliché viventi: è autunno, fuori diluvia, sono raffreddato e me ne sto sul lettone sotto il plaid, circondato da fazzoletti, a vedere film. Questo capitolo, che naturalmente non include i film visti alla Festa del Cinema di Roma (di cui vi ho già parlato ampiamente nei vari bollettini quotidiani), racchiude una lunga serie di visioni dell’ultimo mese. Non mi dilungherò in altri preamboli, parliamo di film (ben 10!).

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Recensione “Solo Dio perdona” (“Only God forgives”, 2013)

Spettacolarizzare la violenza non è semplicissimo: ci sono tante regole non scritte da seguire, bisogna trovare una propria estetica, essere originali e non buttare sangue gratuito sullo schermo. Insomma, se vi chiamate Nicolas Winding Refn, avete già i requisiti giusti per poterlo fare. Il regista danese, cresciuto negli States, si trova di fronte alla ingiusta e proibitiva impresa di confermarsi dopo il suo film di maggior successo, quel “Drive” che gli ha regalato popolarità e l’amore unanime di critica e pubblico. Probabilmente il maggior difetto di “Solo Dio perdona” è proprio questo: di arrivare dopo il film che ha permesso a Refn di vincere la Palma d’Oro a Cannes per la migliore regia. Troppo alte le aspettative, troppo il bisogno di ritrovare le atmosfere silenziose, romantiche e violente del film precedente. Ma qui si parla di un altro film, e a questo bisognerebbe attenersi. Superata la fase delle aspettative e del confronto, il film è una ginocchiata in pancia, colpisce, quasi investe con la sua fotografia rossa di sangue, passione e cattiveria, e ci lascia infine sui titoli di coda con una melodica ballata in thai.

Julian gestisce un club di pugilato a Bangkok, per coprire i loschi traffici che porta avanti insieme a suo fratello Billy. Una notte proprio Billy violenta e uccide una minorenne, la figlia di un magnaccia locale, costringendo un sadico poliziotto in pensione, Chang, a tornare in attività per ucciderlo. A Bangkok arriva allora la vendicativa madre di Julian e Billy, donna tutta d’un pezzo nonché capo di una potente organizzazione criminale. Il suo arrivo scatena un’ondata di sangue, vendette e regolamenti di conti, che porterà la situazione, già calda, ad un eccesso vorticoso di violenza e morte.

Ryan Gosling, ancora una volta protagonista silenzioso, dà l’impressione di essere quasi imprigionato sempre nello stesso personaggio (pensiamo al già citato “Drive”, ma anche al recente “Come un tuono” di Derek Cianfrance) e nonostante la sua bravura indiscussa ci auguriamo per la sua carriera un futuro lontano dall’eroe muto dallo sguardo deciso. Al contrario Kristin Scott Thomas, quasi irriconoscibile nei panni della madre, conferma ancora una volta di essere una delle migliori attrici europee degli ultimi anni (o forse la migliore?). Refn, nonostante la tiepida accoglienza riservatagli a Cannes, colpisce ancora duro, con un film pieno di stile, fascino, violenza mai banale e di quella rossa passione che guida le azioni dei suoi burattini. Sia chiaro, “Solo Dio perdona” non poteva essere un altro “Drive”, ma questo già si sapeva, no?

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