“La Grande Bellezza” riporta l’Oscar in Italia

Anche questa notte degli Oscar è andata. Una delle più attese per quanto riguarda gli italiani: dopo sedici anni la statuetta torna nella nostra penisola. “La Grande Bellezza” è un film che può piacere e può non piacere, ma non si può che essere felici per questo storico riconoscimento. Che bello vedere Paolo Sorrentino che, Oscar in mano, ringrazia le sue fonti d’ispirazione (sbizzarrendosi dai Talking Heads a Fellini, da Martin Scorsese a Diego Armando Maradona). Alle sue spalle, meravigliosa interpretazione di un sorridente Toni Servillo nella parte dell’Oscar. Scherzi a parte è stata una nottata piacevole, con poche sorprese, anzi, quasi nessuna, ma che ricorderemo con la stessa nostalgia che provavamo fino a ieri per l’urlo di Sophia Loren che annunciava la vittoria di Roberto Benigni nel ’98.

Il miglior film alla fine, come da pronostico, è stato “12 anni schiavo” (che si è aggiudicato anche la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale e per la migliore attrice non protagonista, la grande Lupita Nyong’o). A dominare la serata è stato però “Gravity”, vincitore di sette Oscar (tutti premi tecnici, ovviamente, a parte la colonna sonora e il meritato riconoscimento alla straordinaria regia di Alfonso Cuaron): ci rende particolarmente felici l’Oscar al direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki (il DoP di “The Tree of Life”, tanto per rendervi l’idea). A mani vuote, ma si sapeva, Leonardo Di Caprio: stavolta ha dovuto cedere il passo allo straordinario Matthew McConaughey di “Dallas Buyers Club” (per cui è stato premiato anche Jared Leto come attore non protagonista). La migliore attrice ovviamente è stata Cate Blanchett, mentre il premio per la migliore sceneggiatura è andato a “Her” di Spike Jonze (evviva!).

I momenti da ricordare non sono mancati: a parte il già citato Paolo Sorrentino, il suo inglese malandato e le sue strepitose fonti d’ispirazione, il momento più alto della serata è stato la selfie scattata da Bradley Cooper su idea della presentatrice Ellen DeGeneres, che in pochi minuti è diventato il tweet più celebre della storia di Twitter (oltre un milione di retweet!). Altri momenti meravigliosi sono stati, in ordine sparso: Bill Murray che rende omaggio a Harold Ramis; Brad Pitt che distribuisce piattini di carta per mangiare la pizza (in uno degli sketch più riusciti della serata); il rapper Pharrell che fa ballare Lupita Nyong’o, Amy Adams e anche Meryl Streep; l’abbraccio tra McConaughey e Di Caprio, dopo l’annuncio per il miglior attore. Alle 6 del mattino (italiane) tutti a letto: ci vorranno 12 anni di sonno per riprenderci…

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Capitolo 201

Passate le celebrazioni per il capitolo 200, ancora in ansia nell’attesa della primavera, che sembra intenzionata a farsi aspettare come un certo signor Godot, riprendiamo da dove c’eravamo lasciati: i bei film. Ce ne sono ben nove in questo nuovo capitolo, tra grandi bellezze del passato (mon amour Jeanne Moreau) e grandi bellezze capitoline, commedie francesi, e un capolavoro di 70 anni fa ha fatto trionfalmente il suo ritorno in sala. Diamoci dentro.

A lady in Paris (2012): Ogni volta che c’è un film con “Parigi” nel titolo, io devo vederlo per contratto. È una sorta di forza invisibile che mi spinge al cinema, alla quale va aggiunta la presenza di Jeanne Moreau (ricordate “Jules e Jim” vero? Sì, proprio lei!). Il film è una dichiarazione d’amore a Parigi e al carisma di questa magnifica attrice, che ovviamente è invecchiata, ma solo fisicamente. La sua potenza interiore è ancora intatta. Incontro-scontro tra due donne sole: proprio un bel film.

La grande bellezza (2013): Mi ci è voluta una settimana per capire se mi è piaciuto o no. A dirla tutta ancora non lo so. Di certo è un film che affascina, esteticamente impeccabile (anche troppo, a tratti sembra una masturbazione cinematografica di un Sorrentino sempre più compiaciuto della sua bravura), ma vuoto di valori, che in fondo è esattamente ciò che si cercava di raccontare. Chi ha parlato di un atto d’amore nei confronti di Roma ha capito ben poco: Roma è una città involucro che “fa perdere tempo”, teatrino del nulla, terreno di gioco per il cinismo di un protagonista che ben conosce le regole. Servillo è sempre bravissimo, ma ci siamo stancati di dirlo. Alcune scene sono memorabili, ma non questo il mondo che ci appartiene. Una cosa è certa: Roma me la godo molto di più io che il Jep di Toni Servillo!

Solo Dio perdona (2013): Refn, un uomo una vocale. In molti parlano di grande delusione, a me invece è piaciuto: l’estetica, lo stile, il fascino della violenza, la fotografia infuocata che domina le passioni dei suoi burattini. È chiaro che non poteva essere un altro “Drive”, ma questo già si sapeva, no? Strepitosa Kristin Scott Thomas, bene anche Gosling, che però comincia a essere imprigionato sempre nello stesso personaggio (non penso solo a “Drive”, ma anche a “Come un tuono” di Cianfrance). Comunque un ottimo film, la cui grande pecca è di essere uscito dopo il già citato “Drive”, che è stato amato da tutti, pubblico e critica. Vai Refn, vai, continua così!

Goodbye Lenin (2004): Che bello rivedere i film di cui ti fidi! Sono come i buoni amici, ci sono sempre, anche dopo anni che non li vedi, e ti mettono di buonumore. Sono recentemente tornato da un viaggio a Berlino, e rivedere adesso questo film è stato doveroso: ho capito molte più cose. Trovo magnifica la sua leggerezza, è un film spontaneo, non sembra di vedere attori che recitano, non sembra di vedere un 1989 ricostruito, sembra di esserci. Resta il fatto che il tema della caduta del muro e della DDR secondo me non è mai stato approfondito abbastanza nel cinema. Ce ne vorrebbero di più di film così, che siano commedie o film drammatici.

Seven (1997): Uno dei primi dvd che ho mai comprato in vita mia. Erano secoli che non lo inserivo nel lettore, è la potenza di questo magnifico thriller è ancora integra. Uno dei migliori film degli anni 90, cupo, perfetto, indimenticabile, con un giovane Brad Pitt, uno strepitoso Morgan Freeman e un incredibile Kevin Spacey. È sempre un grande brivido. Capolavoro totale.

Effetti collaterali (2012): Soderbergh è un regista particolare, che alterna grandi film a grandi delusioni. Qualche altra volta invece si mantiene nel mezzo, e questo è uno di quei casi: si tratta di un thriller ben scritto, da manuale, ma in fin dei conti un po’ sciapo. Appassiona il giusto, non fa rimpiangere i soldi spesi per il biglietto (e questo è molto importante!), ma in fin dei conti tra qualche mese già faremo fatica a ricordarne il titolo.

Paulette (2013): Commedia francese che cerca di prendere a modello il cinema sociale di Ken Loach e la commedia all’italiana degli anni 50. Una pensionata per sbarcare il lunario comincia a spacciare droga: il plot sembra un’ottima occasione per creare situazioni comiche e strappare risate, ma in realtà il film è riuscito a metà. Fa il suo compitino per bene, ma non va mai oltre la sufficienza. Diverte, ma non è obbligatorio.

Vogliamo vivere! (1941): Che bello vedere film così meravigliosi su grande schermo! Non lo avete mai visto? Fiondatevi in sala, che un film così, al cinema, non vi capita più! Lubitsch realizza nel 1941 la commedia perfetta, gioca con il nazismo e se ne fa beffe, ci fa piangere dalle risate, sfrutta Shakespeare per creare il tormentone del film (il titolo originale è infatti “To be or not to be?”), consegna alla storia una compagnia di teatro un po’ scapestrata ma in fin dei conti straordinaria. Impensabile non vederlo.

Quando meno te lo aspetti (2012): Favola moderna ambientata a Parigi, tra principi, principesse, lupi cattivi (ma non troppo) e il classico lieto fine. Agnès Jaoui, regista, sceneggiatrice e interprete, è brava, e come lei è bravo anche il marito Jean-Pierre Bacri (sceneggiatore e interprete), con il suo cinismo e il volto perennemente imbronciato (splendido il botta e risposta: “Non vai a dare la buonanotte ai bambini?” “Non so come si fa!”). Un bel film corale, piacevole da vedere. Una delle poche uscite interessanti di questo giugno pieno di grigiore.

pubblicato su Livecity