Capitolo 233

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Buon anno, ragazzi e ragazze. Le feste sono finalmente finite e si torna alla vita reale. La mancanza di lavoro tra Natale e l’Epifania mi ha portato a vedere molti più film del solito, motivo per cui vi tocca sopportare un capitolo con ben nove pellicole. Prima di addentrarci nel racconto vi lascio qualche inutile statistica a proposito del mio 2017. Secondo Letterboxd (il sito sul quale aggiorno il mio diario dei film visti), l’attore che ho visto di più nell’anno appena trascorso è Adam Driver (che ho già rivisto anche nel 2018), mentre il regista di cui ho guardato più film è David Lynch. Ah, a quanto pare nel 2017 ho visionato la bellezza di 120 film. Vabbè, bando alle ciance, passiamo alla ciccia.

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Recensione “Lady Bird” (2017)

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Come François Truffaut nel suo indimenticabile film d’esordio (“I 400 colpi”, 1959), anche Greta Gerwig, alla prima prova dietro la macchina da presa, pesca a piene mani dal suo passato, tornando nella natia Sacramento dove racconta la storia di una ragazza come tante con in testa sogni di cultura e libertà. Non a caso il film si svolge tra il 2002 e il 2003, durante l’anno scolastico in cui la regista, così come la sua protagonista, aveva 18 anni. Non c’è niente di nuovo in “Lady Bird” eppure la formula, nella sua perfetta linearità, funziona e ci fa innamorare di ogni fotogramma: chi di noi non ha mai avuto fretta di crescere? Chi non ha mai sognato di abbandonare il nido, la casa dove siamo cresciuti, per poi ogni tanto, tornare indietro con la testa ripensando a quante possibilità avevamo, quante altre scelte avremmo potuto fare? Sarà questo il potere del film di Greta Gerwig: avvolgerci di una nostalgia soffusa, di un “vorrei ma non posso” o ancor più esattamente di un “avrei potuto ma non ho voluto”, ci fa rimpiangere i tempi in cui si stava peggio, tra la vita nel quartiere, la casa e il liceo, perché eravamo giovani e pieni di sogni, ingenui nel nostro romanticismo e sicuri nella nostra consapevolezza di valere pur qualcosa.

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Greta Gerwig, la musa del cinema indipendente americano

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In attesa di vedere nelle sale italiane il gioiello di Noah Baumbach, “Frances Ha”, andiamo a conoscere meglio la sua protagonista, Greta Gerwig, divenuta negli anni una delle principali interpreti del cinema indipendente americano, in particolare del movimento Mumblecore. Trentenne, di origine tedesca, la bionda Greta si è imposta lentamente come una delle attrici più interessanti del panorama internazione, attirando su di sé l’attenzione di Woody Allen, che l’ha voluta nell’episodio “trasteverino” di “To Rome With Love”, al fianco di Ellen Page e Jesse Eisenberg. Il suo esordio risale però al 2006 con “Lol” di Joe Swanberg, uno dei titoli più celebri quando si parla di Mumblecore. L’anno seguente è ancora diretta da Swanberg nel meno interessante “Hannah takes the stairs”, al quale seguirà una nuova collaborazione (in questo caso anche come co-regista) con lo stesso Swanberg, dove si dirige e interpreta in “Nights and Weekends” (2008). Prima di questo viene assoldata da due mostri sacri del movimento indipendente statunitense, Mark e Jay Duplass, che la dirigono nel divertentissimo “Baghead” (che forse qualcuno ricorderà nella sezione Extra del Festival di Roma del 2008), in questi giorni in programmazione su Mubi. Dopo due film sotto la direzione di Rod Webber (“I thought you finally completely lost it”, del 2008, e “Northern comfort”, del 2010) e altre pellicole di minore importanza, ma sempre appartenenti al circuito indipendente, Greta Gerwig si fa notare al Festival di Berlino affiancando Ben Stiller nella commedia agrodolce “Greenberg” (2010), di Noah Baumbach (altro mostro sacro del cinema indie e attuale compagno della Gerwig). Da qui comincia una seconda fase per la sua carriera, tra Festival e i primi lampi di successo. Greta Gerwig si affaccia nel cinema mainstream, la gente comincia a fermarla per strada, il pubblico la riconosce e pensa “ma lei l’ho già vista in un altro film!”: “Damsels in distress” (2011) viene presentato a Venezia e a Toronto, nello stesso anno Ivan Reitman la vuole nella commedia “Amici, amanti e…”. Il 2012, come già detto, è l’anno della collaborazione con Woody Allen, ma la consacrazione arriva con il ritorno al cinema indipendente: lo splendido “Frances Ha”, sempre di Baumbach, scritto dalla Gerwig insieme al regista, ottiene applausi e riconoscimenti in tutto il mondo (da New York a Los Angeles, da Toronto a Edinburgo, fino a Torino) e Greta Gerwig ottiene la sua prima nomination ai Golden Globes.

Quest’anno è tornata a Berlino nelle vesti di membro della giuria, nello stesso periodo in cui è stato annunciato che l’attrice sarà protagonista, produttrice e sceneggiatrice della sitcom “How I met your dad”, spin-off della serie di successo “How I met your mother”. Per quanto riguarda il cinema la vedremo ancora lavorare con Baumbach, oltre ad altri due interessanti progetti sotto la direzione di registi del calibro di Barry Levinson (“The Humbling”, con Al Pacino) e la promettente Mia Hansen-Love (“Eden”). La nostra speranza, al momento, è che il pubblico italiano la possa scoprire e amare in “Frances Ha”, che sarà distribuito dalla Whale Pictures in una data al momento avvolta nel più completo mistero.

UPDATE (FEBBRAIO 2018): Dai tempi di quest’articolo Greta Gerwig ha fatto un bel po’ di strada: dopo “Frances Ha”, che purtroppo in Italia è poi sì uscito, ma in pochissime sale, abbiamo ritrovato l’attrice di Sacramento in un altro gioiello firmato da Noah Baumbach, “Mistress America”. Dopo alcuni altri ruoli più o meno importanti (su tutti in “Maggie’s Plan” di Rebecca Miller, ma anche in “Wiener Dog” di Todd Solondz, “Jackie” di Pablo Larrain e “20th Century Woman” di Mike Mills), Greta Gerwig tenta la strada della regia con uno dei film rivelazione dell’anno, “Lady Bird”, che le ha dato la gioia della candidatura agli Oscar come migliore regista. 35 anni, una faccia da schiaffi (in senso positivo) e il mondo del cinema ai suoi piedi. Il futuro è suo.

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