Recensione “Cobain: Montage of Heck” (2015)

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Il documentario definitivo su Kurt Cobain e il fenomeno Nirvana. Brett Morgen apre i diari e i quaderni del leader della band, trova i video della sua infanzia, della sua adolescenza, della sua consacrazione, ci permette di sbirciare nella testa di uno di quei personaggi che hanno segnato la storia del rock. Vedere il film è un po’ come leggere di nascosto i pensieri personali di un’altra persona, alla fine ti sembra di conoscerla meglio, ti senti quasi di giudicarla per quello che ha scritto e ha fatto, e sui titoli di coda ti fa quasi sentire in colpa per esserti permesso di scoprire così tante cose su di lei. Dove non arrivano i filmati di archivio arriva l’animazione digitale, che permette a Morgen di raccontare un tentativo di suicidio avvenuto molto prima che Kurt Cobain diventasse “Kurt Cobain”.

Nonostante la scelta di Nirvana come nome della band (concetto buddista che riguarda la libertà dal dolore e dalla sofferenza del mondo esterno), Cobain sembra aver subito per tutta la sua esistenza le conseguenze della sua adolescenza travagliata, dove sia la madre che il padre, divorziati e in seguito risposati, hanno cercato di tenerlo lontano da loro. Il documentario di Morgen, attraverso le interviste ai genitori, alla sorella e ad altri componenti della vita di Cobain (il co-fondatore dei Nirvana Krist Novoselic e la moglie Courtney Love) ripercorre le turbe psicologiche e al tempo stesso i grandi lampi di creatività di quello che probabilmente è stato il personaggio simbolo degli anni 90, considerato, suo malgrado, portavoce della cosiddetta generazione X.

Chi era Kurt Cobain? Una persona fragile, sensibile, schiacciata dal peso del successo, incapace di fingere di fronte al mondo che lo adorava, “costretto” a rifugiarsi nella droga per sfuggire ad una realtà troppo pesante per lui. Meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente (come ha scritto il cantante sulla sua lettera d’addio)? Oppure, come afferma sua sorella Kim, “è meglio non avere il cervello di un genio”? Certamente il documentario di Morgen va oltre la “leggenda Cobain” e ci regala un’immagine schizofrenica ma anche pura di un artista che non ha mai voluto accettare la sua grandezza: “Non mi interessa diventare famoso, l’importante è la buona musica”.

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Duman: nel 2013 il nuovo album dei Pearl Jam del Bosforo

Idoli dei ragazzi in Turchia, semisconosciuti nel resto del mondo, ma bravissimi. Ad ostacolare l’ascesa al successo di questi ragazzi di Istanbul è stata probabilmente la scelta del turco come idioma delle loro canzoni: ciononostante la bellezza della loro musica riesce ugualmente a comunicare il loro messaggio malinconico, romantico, a tratti disperato, ma potente. I Duman si sono formati alla fine degli anni 90 in seguito ad un viaggio “spirituale” del frontman Kaan Tangöze in quel di Seattle, dove all’inizio del decennio aveva avuto modo di ascoltare e conoscere alcune band emergenti della scena grunge della città statunitense. Gente come i Pearl Jam, o come i Nirvana. Ed è proprio la band di Eddie Vedder ad aver influenzato maggiormente lo spirito dei Duman, che nella loro musica riescono a combinare elementi della musica tradizionale turca con il grunge tipico di Seattle, per l’appunto.

Quattro album in studio e uno dal vivo, in attesa del prossimo che dovrebbe uscire tra sei mesi. Il primo lavoro, “Eski Köprünün Altında” (“Sotto il vecchio ponte”, del 1999) e il successivo “Belki Alışman Lazım” (“Forse dovresti abituartici”, del 2002) hanno riscosso un successo senza precedenti in Turchia, confermato poi dal live album “Koncer” del 2004 e dal terzo lavoro in studio, “Seni Kendime Sakladım” (“Ti tengo per me”, del 2005). Interrotta provvisoriamente la carriera musicale a causa del servizio di leva, Kaan Tangöze si è rimesso al lavoro con i Duman, che nel 2009 hanno rilasciato il loro quarto album “Duman I & II”. Canzoni come “Bebek” (“Bambino”), “Bu Akşam” (“Stanotte”), “Oje” (“Smalto”), “En Güzel Günüm Gecem” (“Il mio miglior giorno e notte”, nome tra l’altro del Greatest Hits uscito nel 2007), “Bu aşk beni yorar” (“Questo amore mi rende stanco”), “Herşeyi yak” (“Da’ fuoco a tutto”) o “Belki Alışman Lazım” (“Forse dovresti abituartici”, riferita alla solitudine) sono solo alcune delle perle scoperte ascoltando i cd dei Duman.

Quel che esce fuori dalle canzoni della band turca è dunque un rock ibrido e perfettamente funzionale, che insieme alla qualità dei testi (per i fortunati che hanno modo di comprenderli o di farseli tradurre) riesce ad imporsi alle orecchie degli appassionati del genere con i suoi riff di chitarra e la voce sofferta del cantante. Il problema è che adesso che li abbiamo scoperti, non riusciamo più a togliere il cd dalla macchina.

pubblicato su Livecity