Recensione “Amour” (2012)

Dopo la vittoria a Cannes con il magnifico “Il nastro bianco”, Michael Haneke bissa con “Amour”, molto sottotono rispetto al film precedente, ma poggiato interamente sulle spalle di due mostri sacri, capaci di un’interpretazione fuori dell’ordinario: Jean-Luis Trintignant ed Emmanuelle Riva. Chi si accontenta di loro due, godrà, anche perché il film in sé è certamente un lavoro di buona fattura, ma troppo prevedibile, dall’incedere inevitabile, e alla lunga risulta tedioso. Certo, il titolo dice tutto: ciò che Haneke vuole raccontare è innanzitutto una storia d’amore, ma gli splendidi sentimenti di questa coppia di anziani non bastano ad evitare qualche sbadiglio.

Georges e Anne sono due anziani professori di musica ormai da tempo in pensione. Loro figlia, Eva, è anch’essa musicista, ma vive in Inghilterra con la famiglia e non sempre riesce a passare del tempo con i genitori. Un giorno Anne resta vittima di un incidente e il rapporto della coppia cambia inevitabilmente, con Georges costretto ad una durissima prova d’amore per proteggere e curare Anne.

Pensare che questo film è dello stesso regista di “Niente da nascondere”, “Funny Games” o il già citato “Il nastro bianco” è sorprendente: sottolinea l’incredibile versatilità di Haneke e la sua sensibilità nei confronti di opere dalle sfaccettature più disparate, ma in questo caso siamo rimasti delusi. Non bastano due attori meravigliosi, accompagnati da una perfetta Isabelle Huppert (la figlia Eva). Più che provare amore ed emozionarsi per il grande sentimento del protagonista, si prova pena, pietà, oltre ad un quantitativo decisamente elevato di noia. Due ore che scorrono a fatica, in attesa di un finale inevitabile, peraltro già anticipato dalla scena d’apertura.

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Cannes 65: vince Haneke, a Garrone il Grand Prix della Giuria

Si è chiusa la 65a edizione del Festival di Cannes dopo dieci giorni di pioggia e freddo. Qualcuno direbbe che questa edizione del festival sarà ricordata più per il maltempo che per la qualità dei film in concorso, ad ogni modo la premiazione ha messo più o meno tutti d’accordo, nonostante qualche assenza eccellente. È dunque Michael Haneke il trionfatore di Cannes, al suo quarto premio sulla Croisette (dopo “La pianista”, Grand Prix nel 2001, “Niente da nascondere”, miglior regia nel 2005, e il capolavoro “Il nastro bianco”, Palma d’oro nel 2009). Il suo “Amour”, storia d’amore tra due pensionati, ha dominato il concorso fino ad essere accolto sul palco dei vincitori da una standing ovation che non ha risparmiato i due straordinari interpreti, Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva.

Un po’ di orgoglio anche per l’Italia, con Matteo Garrone che centra il suo secondo Grand Prix consecutivo (dopo quello per “Gomorra”, nel 2008): “Reality” è una riflessione sul rapporto tra realtà e finzione, e sul ruolo della televisione al suo interno. La giuria presieduta da Nanni Moretti, che a Cannes è di casa, ha infine premiato la regia di Carlos Reygadas per “Post Tenebras Lux” (probabilmente il premio più discusso e immeritato), la sceneggiatura di “Beyond the hills” (firmata da Cristian Mungiu, già vincitore della Palma nel 2007 con il bellissimo “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”), l’interpretazione maschile di Mads Mikkelsen per “The hunt” di Vinterberg e infine quelle femminili di Cristina Flutur e Cosmina Stratan per “Beyond the hills” (lasciando a bocca asciutta la splendida Marion Cotillard di “Rust and bone” di Audiard). Il premio della giuria è invece andato a Ken Loach, per il bel “The angels’ share”.

Tra i film che ricorderemo di questo non proprio memorabile Cannes 65 c’è senza dubbio il meraviglioso “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson, e lo stravagante “Le grand soir”, diretto dagli inseparabili Benoit Delépine e Gustave de Kervern (già registi degli strepitosi “Louise-Michel” e “Mammuth”), meritato vincitore del premio speciale della giuria nella sezione Un certain regard. “Rust and bone” di Audiard è sembrato invece l’unico in grado di competere con Haneke per la conquista della Palma, mentre la grande delusione è stata rappresentata da uno dei film più attesi, “On the road” di Walter Salles, la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Jack Kerouac, le cui atmosfere sono sembrate solo un lontano ricordo.

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Recensione “Il Nastro Bianco” (“Das Weiße Band”, 2009)

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La Palma d’Oro dell’ultimo festival di Cannes finalmente sventola anche in Italia: che Haneke fosse un grande regista lo si sapeva già da tempo, ma che fosse in grado di firmare un’opera così magistrale e intensa non era un dato così certo. Sembra invece che il regista austriaco abbia deciso di alzare decisamente il livello della sua già ottima filmografia, offrendo un film lungo (145 minuti) ma mai pesante, misterioso e mai banale, concreto e mai superficiale, immortalandolo in un meraviglioso bianco e nero (applausi al direttore della fotografia Christian Berger) che condisce la pellicola di quell’autorialità che profuma di grande classico.

La vicenda si svolge in un piccolo villaggio della Germania, alla vigilia della Grande Guerra. La vita del villaggio viene smossa da una serie di strane vicende che non risparmiano nessuno: i bambini del coro, il maestro, il pastore, il medico, l’intendente, il barone, la levatrice e i contadini. Nessuno sembra davvero innocente, nessuno sembra totalmente colpevole: gli occhi del maestro e la sua voce fuoricampo ci conducono per mano attraverso un piccolo e anonimo villaggio tedesco nell’anno che precedette la prima guerra mondiale.

Grandi silenzi condiscono le strepitose immagini di Haneke (ogni inquadratura sembra essere una fotografia d’epoca): i bambini ci guardano, direbbe il nostro Vittorio De Sica, ci giudicano, ma sono anche in grado di punire? Non è questo ciò che interessa davvero il regista, bensì la rigida e punitiva educazione che gli adulti del villaggio infliggono alla loro progenie, quella generazione che un paio di decenni dopo infliggerà al mondo la sua creatura più mostruosa: il nazismo.

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Recensione “Funny games” (2007)

Dieci anni dopo la prima versione di “Funny Games”, il regista tedesco Michael Haneke ha ripreso in mano la sua creatura più malvagia e pessimista, rigirandola scena per scena, inquadratura per inquadratura, aderendo totalmente alla sua opera precedente, di cui ha cambiato solo gli attori per permettere alla pellicola di raggiungere il pubblico anglofono (il precedente film era in tedesco), un tipo di pubblico (specie quello americano) che consuma e fruisce abitualmente la violenza al cinema.

L’incipit del film si impone agli occhi (e alle orecchie) dello spettatore con una forza e una potenza schiaccianti: il viaggio in macchina di una famiglia felice, cullata dalle soavi melodie di Handel, bruscamente interrotte (ma solo per gli spettatori) dall’irruzione di chitarre elettriche, percussioni martellanti e una voce strozzata che violentano i timpani del pubblico, lasciando intravedere il percorso di violenza che di lì a poco si andrà a sviluppare. Il resto è agghiacciante, è violenza inspiegabile, che fa più male proprio perché non ha un movente, perché trasforma chiunque, uomini, donne, bambini, in potenziali vittime: è questo che diventano i malcapitati Tim Roth, Naomi Watts e il loro pargolo, tenuti sotto il sadico giogo di due ragazzi all’apparenza puliti e perbene, ma che portano sui loro vestiti lindi e il sorriso infantile una cattiveria senza precedenti (a meno di non voler scomodare l’arancia kubrickiana, molto più sottile nella sua critica alla società contemporanea e decisamente di un altro livello dal punto di vista artistico). La violenza di Haneke è sempre fuori dal campo visivo dello spettatore, ma è comunque presente e ugualmente disgustosa, attraversa i sedili del cinema e avvolge fisicamente il suo pubblico, entrato a far parte del gioco del regista, che lo manipola e lo sfida scena dopo scena, anche a costo di spiazzarlo con gli sguardi in macchina del carnefice Michael Pitt e un telecomando che riavvolge una sequenza, ricordando allo spettatore che si tratta sempre e comunque di un’opera di finzione, di violenza non reale.

Un vortice di violenza che non dà scampo a nessuno: a chi guarda, complice e allo stesso tempo vittima; ai protagonisti, fisicamente umiliati dalla malvagità dei due ragazzi, che con il loro aspetto trovano la fiducia dei malcapitati, dai quali si presentano ogni volta con la richiesta di uova per i vicini, ripetendo una struttura che dà l’impressione di essere collaudata e, quel che peggio, funzionante. Un film che, nel bene o nel male, provoca emozioni forti, permettendo a Michael Haneke di proseguire la sua indagine pessimista sulla natura dell’essere umano.