Recensione “C’era una volta… a Hollywood” (“Once Upon a Time… in Hollywood”, 2019)

Quando sei in sala e ti viene voglia di applaudire durante la proiezione, significa che stai guardando un film di Quentin Tarantino. “C’era una volta… a Hollywood” amplia ancor di più gli orizzonti del cineasta californiano, che stavolta mette su un enorme omaggio al cinema degli anni 60, riuscendo ad emozionarci per poi farci esplodere in risate fragorose. In oltre due ore e mezza troviamo un po’ di tutto: dal consueto citazionismo spinto (tra cui il periodo d’oro dei western all’italiana) a personaggi reali inseriti in un contesto che si può definire solo con un aggettivo: tarantiniano.

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Recensione “Disastro a Hollywood” (“What Just Happened?”, 2008)

“Il mondo del cinema è un rigagnolo di soldi spietato e superficiale dove i ladri e i ruffiani girano a piede libero, e le persone perbene crepano come cani. Ma poi c’è anche un lato negativo”. Così afferma Bruce Willis in una scena del film, e la descrizione sembra perfettamente inserirsi all’interno della cornice confezionata dal premio Oscar Barry Levinson, maestro nel raccontare giochi di potere e cinici meccanismi della società americana. “Disastro a Hollywood”, basato sul libro del produttore Art Linson (anche sceneggiatore del film), è una movimentata commedia in cui i fili dell’industria cinematografica si intrecciano e si sfaldano fino a soffocare i personaggi stessi che li muovono.

Il passare dei giorni scandisce il ritmo del film: saranno due settimane d’inferno per il navigato produttore Ben (Robert De Niro), alle prese con un film da rimontare anche contro il volere del regista (prima della presentazione a Cannes); Bruce Willis che a causa del suo look irriconoscibile potrebbe mandare a monte una nuova pellicola e i contratti ad essa legati; i problemi dovuti alla separazione dalla moglie ed una figlia non proprio innocente. Affari di cuore e affari di cinema, amori irrecuperabili e attori impresentabili, agenti complessati e registi testardi: in due settimane la vita di Ben non conosce pause, non conosce sorrisi, solo una lunga salita che sembra portarlo verso l’orlo del precipizio.

Quello di Levinson è cinema che si nutre di se stesso e che gioca a prendersi anche un po’ in giro: l’armonica di Ennio Morricone accompagna lo spoglio dei commenti del pubblico dopo l’anteprima disastrosa del nuovo film con Sean Penn, Bruce Willis che non vuole essere Bruce Willis, agenti che temono i loro stessi clienti. Un vero e proprio girone dell’inferno dove la dannazione eterna è costituita dall’industria hollywoodiana, con i suoi contratti, le sue penali, i suoi insostenibili ritmi, mentre fuori dall’ufficio c’è una vita privata che aspetta il paradiso. Ma quello di Ben, al contrario di Levinson, non è altro che un paradiso perduto.

pubblicato su Superga CineMagazine