Recensione “I morti non muoiono” (“The Dead Don’t Die”, 2019)

Ecco cosa succede quando vedi un B-movie girato da un regista famoso con un cast di volti celebri: ti diverti un sacco. Ancor di più se il regista è Jim Jarmusch e i volti sono quelli di Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton, Steve Buscemi, Danny Glover, Iggy Pop, Tom Waits.

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Recensione “Noi” (“Us”, 2019)

“Funny Games” di Haneke incontra “Fear and Desire” di Kubrick: l’invasione domestica e nella vita quotidiana arriva proprio in un periodo storico in cui il lato oscuro di ognuno di noi emerge con più facilità, basti pensare alla deriva destrorsa e mostruosa che lentamente è uscita dalle fogne di un’Italia dove l’odio nei confronti del prossimo è all’ordine del giorno. C’è chi sa tenere a bada il proprio io-ombra, la bestia che dorme dentro, c’è invece chi la lascia uscire dall’anima, provocando disastri: in questo caso gli Stati Uniti di Trump sono il terreno di gioco ideale per il nuovo film di Jordan Peele, sempre sottile nell’analizzare la società statunitense all’interno di un film che, apparentemente, parla di tutt’altro.

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Recensione “Suspiria” (2018)

L’atteso “Suspiria” di Luca Guadagnino è un film che vive di pulsioni e istinto, di angosce e agitazioni. È un remake sorprendente, che probabilmente dividerà i cultori del film originale di Dario Argento, così ben radicato nell’immaginario cinematografico da rendere rischioso e pericoloso qualunque tentativo di riarrangiamento. Guadagnino eppure nell’occhio del ciclone sembra sentirsi a suo agio e riesce a realizzare qualcosa di totalmente nuovo, pur restando fedele al mistero di un film che tutti abbiamo visto e amato.

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Capitolo 245

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Ultimo giorno prima delle mie meritatissime vacanze estive. Questo non significa che trascurerò il blog, tutt’altro: come sempre l’estate e la mancanza di film da vedere al cinema significa l’aumento di contenuti di altro genere, quindi restate nei dintorni perché non gli aggiornamenti non mancheranno. Passiamo alle cose serie, i film: ho aspettato l’ultimo giorno prima della partenza proprio per chiudere in tutti i sensi il capitolo cinema prima del prossimo episodio dove, come al solito, vi racconterò di film visti in treno e di visioni pugliesi su un terrazzo sotto le stelle. Tutto bello, tutto molto romantico, ma poi tra una ventina di giorni sto di nuovo qua quindi forse la sto facendo un po’ troppo lunga. Passiamo ai film, orsù!

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Recensione “Hereditary – Le Radici del Male” (“Hereditary”, 2018)

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A fine gennaio, al termine del Sundance, avevamo segnalato alcuni dei titoli più interessanti presentati al celebre Festival. “Hereditary” è il primo (e speriamo non l’ultimo) film di quella lista ad arrivare sugli schermi italiani, con tutta la potenza dirompente di un genere cinematografico, l’horror, sempre difficile da trattare, vista la enorme mole di titoli prodotti negli ultimi decenni. L’esordio di Ari Aster è parecchio interessante, perché se da un lato si nutre alla mammella della grande tradizione del genere (da “Rosemary’s Baby” al filone delle case infestate), dall’altro se ne discosta con originalità e una visione d’insieme per niente banale (ci sono alcuni movimenti di macchina e trovate registiche davvero notevoli).

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Recensione “A Quiet Place” (2018)

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Annette Insdorf, docente di cinema alla Columbia University, qualche tempo fa ha scritto un libro in cui analizza le scene d’apertura dei film, asserendo che le bastano due minuti per capire se si tratta di una pellicola che le piacerà oppure no. La teoria della Insdorf si adatta perfettamente all’incipit di “A Quiet Place”, bellissimo horror diretto e interpretato da John Krasinski, non proprio uno sconosciuto all’interno del panorama indie statunitense (pensate che soltanto due anni fa aveva diretto e interpretato “The Hollars”, splendida commedia purtroppo inedita in Italia).

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Recensione “Shining” (“The Shining”, 1980)

1980: la paura. Stanley Kubrick per la prima volta affronta il genere horror prendendo spunto dal romanzo omonimo di Stephen King, stravolgendolo secondo la propria sensibilità e il proprio stile, dando così vita ad un capolavoro di terrore e di angoscia. Fino ad allora in molti film horror la famiglia ha rappresentato il punto di unione tra le cosiddette vittime della storia, il punto di forza sul quale far leva per vedere la luce: “Shining” al contrario mostra il male come elemento interno alla famiglia, e quel che peggio, provenire dal suo patriarca, Jack, il vero sostentamento di un nucleo familiare in difficoltà. Qui nasce la paura: dal disgregamento del nucleo familiare, un terrore graduale, sempre più dirompente, che ha trasformato Jack Torrance in un’icona cinematografica del male. Stephen King ha creato l’Overlook Hotel, il lavoro di custode invernale per uno scrittore fallito (Jack, appunto), i fantasmi di un passato di sangue che ritorna e lo shining, un potere paranormale che mette in allarme il piccolo Danny dalla follia omicida del padre. Kubrick ha fatto il resto (scatenando le ire dello stesso King): ha preso una famiglia e l’ha resa qualcosa di spaventoso, ha preso un corridoio e l’ha fatto diventare un topos del genere horror, ha preso un giardino e l’ha trasformato in un labirinto. Infine, ha preso un soggetto e l’ha reso un capolavoro.

Jack Torrance trova lavoro come custode invernale presso un albergo isolato tra le montagne rocciose, occupazione ideale per scrivere il suo libro nel totale silenzio. Si trasferisce così all’Overlook Hotel in compagnia della moglie Wendy e del piccolo Danny. Il silenzio dell’albergo e dei fantasmi del passato libera la pazzia di Jack: la febbre da chiuso sgretola l’amore per la famiglia, lasciando emergere la furia omicida del padre. La piccola famiglia, braccata dallo spaventoso ghigno di Jack, rende Wendy una madre forte e Danny un moderno Pollicino, dove le briciole di pane sono sostituite da impronte sulla neve.

Il cinema americano trova così un nuovo tipo di famiglia, mette da parte il modello sorridente alla Frank Capra, e ne scopre invece i lati più oscuri, dove il padre non è più colui che difende, il baluardo dietro al quale rifugiarsi dalle intemperie, ma la minaccia più pericolosa, il lupo cattivo di una favola terrificante. La società americana, minacciata dall’accetta di Jack Torrance, comincia a capire che il sogno americano si sta lentamente trasformando in un incubo. “Shining” torna finalmente su grande schermo il 31 ottobre e l’1 e 2 novembre, preceduto dal cortometraggio “Work and Play”, distribuito al cinema da Nexo Digital. Un film che, anche se visto mille volte, vale sempre la pena rivedere in sala.

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Recensione “It” (2017)

Ma quanto lo abbiamo aspettato questo film? Noi che nel 1990 eravamo bambini, noi che non abbiamo dormito per colpa di Pennywise, noi che siamo stati costretti per tutta la vita a mantenere le distanze dai clown e dai palloncini rossi. E poi noi che, una volta cresciuti magari abbiamo deciso di affrontare il libro. Noi che lo abbiamo amato. Noi che avevamo bisogno di una vera trasposizione di “It” per il cinema. Quel giorno è arrivato: Pennywise è finalmente qui, nei cinema di tutto il Paese, pronto a rovinare i sonni di tanti ragazzini che oggi hanno l’età che avevamo noi ventisette anni fa…

Estate 1988. Nella cittadina di Derry molti bambini stanno sparendo nel nulla. Un gruppo di outsider, i cosiddetti “perdenti”, si mette sulle tracce dell’assassino, il mostruoso pagliaccio Pennywise, che si sveglia ogni 27 anni per nutrirsi delle paure (e della carne) dei bambini. Tra bulli pericolosi e genitori problematici, i sette ragazzi dovranno fronteggiare tutte le loro paure e, insieme, affrontare il mostro.

Allora? Com’è questo “It”? Riuscito, senza dubbio. Forse resterà deluso chi si aspettava un horror nel vero senso della parola, perché questo film è soprattutto un’avventura. L’avventura di un gruppo di ragazzini che amano stare insieme, che insieme affrontano le loro paure più grandi e, sempre insieme, crescono. Una storia di formazione puntellata da palloncini rossi e da qualche spavento. Andres Muschietti ha studiato bene il romanzo di Stephen King e sembra conoscere bene l’immaginario degli anni 80: questo film è un po’ figlio dell’effetto nostalgia scatenato lo scorso anno da “Stranger Things”, che a sua volta è figlio del romanzo di Stephen King. Dopo tanti decenni di astinenza, è bellissimo ritrovare questi film con un gruppo di ragazzini in bicicletta, pronti a vivere l’estate più lunga ed indimenticabile delle loro vite. Il clown in tutto ciò si erge ad antagonista perfetto, anche se imperfetto nel suo “non essere” Tim Curry (concedetemi questo momento di nostalgica evidenza). Pennywise, che nella storia è un mostro assassino, a livello simbolico può rappresentare la paura di diventare grandi, il bisogno di liberarsi da genitori violenti oppure opprimenti, di scrollarsi di dosso la malinconica solitudine adolescenziale, l’irrazionale terrore per il cambiamento che trova rifugio nell’amicizia, talvolta nell’amore. E così ci abbandoniamo anche noi, ultra-trentenni fin troppo cresciuti, seduti per un paio d’ore a rivivere quella magica età dove tutto sembrava enorme, spaventoso e, probabilmente, bellissimo.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 9

Venerdì 21 Ottobre.
Stamattina con lo sciopero dei mezzi l’unico a funzionare è stato il treno per Busan: il film di Yeun Sang Ho, “Train to Busan” appunto, dopo aver conquistato il pubblico di Cannes si è concesso il bis anche a Roma. Applausi scroscianti, tanto divertimento, tante risate ma anche una messa in scena assolutamente dettagliata, precisa, mai troppo frenetica, mai troppo banale. La Corea del Sud è sotto allarme a causa di un virus che trasforma gli uomini in esseri rabbiosi, cannibali: zombie moderni insomma, ma di quelli che corrono veloci (se non dico eresie resi celebri da “Demoni” e più avanti da “28 giorni dopo”). Sul treno per la città di Busan, un manipolo di uomini si trova a fronteggiare la crisi, in una lotta senza quartiere tra zombi e sopravvissuti. Non amo esageratamente il genere, ma in questo caso il film aggiunge un’ulteriore conferma all’eccellenza del cinema sudcoreano. Comunque se proprio c’avete voglia di vedere un treno pieno di zombi, provate a prendere la metropolitana alle 8 del mattino.

Subito dopo, tutto un altro film, ma sempre molto bello (e molto più nelle mie corde): “The Hollars” mi ha fatto pensare subito ad Alexander Payne, o anche a Cameron Crowe. In mano loro il film di John Krasinski (qui anche protagonista) avrebbe potuto davvero avvicinarsi al capolavoro. Resta ad ogni modo una pellicola assolutamente bellissima, che ti fa uscire dalla sala con un sorriso grande così e una voglia incredibile di mettersi a correre per tutto l’Auditorium sulle note di una canzone tipo questa (presente nel film, tra l’altro). Non l’ho fatto, ma credetemi che ci ho pensato e per un attimo l’avrei anche fatto, il problema è che mi mancava la colonna sonora e soprattutto un pubblico in sala che mi guardasse su uno schermo. Cose belle e cose brutte della vita da Festival. In breve: un illustratore che vive a New York ed è in procinto di diventare padre torna nel suo paesotto di provincia perché sua madre è gravemente malata. Qui si trova a dover fare i conti con la sua strampalata famiglia, un rancoroso compagno di liceo e una sua ex ragazza che sembra non averlo dimenticato. Si fanno belle risate e si gode soprattutto di un piacevolissimo mood. Per come mi ha fatto sentire è uno di quei film che mi rivedrei volentieri: certo, è lontano da essere uno dei migliori della rassegna, ma se è di queste piccole gioie che uno ha bisogno per sentirsi un po’ più vivo, beh, che dire, ben venga il bis.

Nel pomeriggio, proprio al penultimo giorno di Festival, succede una di quelle cose che non mi sono mai capitate in 11 edizioni: essere il primo della fila accreditati per entrare in sala ad una proiezione per il pubblico. Ok, se non siete addetti ai lavori questa cosa vi suonerà un po’ incomprensibile, ma sappiate che essere il primo di una fila spesso molto lunga è una di quelle cose che se vi capitano una volta poi non le dimenticate per un po’. A darmi tanto onore è stato un film coprodotto da Spagna e Argentina e interpretato quasi interamente da argentini (ho riconosciuto l’inconfondibile accento, fatemi vantare di sta cosa, anche se la splendida protagonista è invece spagnola). Parliamo di “Al final del tunel” di Rodrigo Grande, una delle cose più geniali viste finora. Non ricordo altri film con un applauso così intenso a fine proiezione. La storia ci mette una mezzoretta a decollare, inizialmente non sembra chiaro dove voglia andare a parare e non è neanche così divertente, poi però si entra nel vivo della storia e ci si diverte tra colpi di scena impensabili e trovate geniali che facevano urlare all’intera sala lunghissimi “noooooo” di apprezzamento. Un ingegnere costretto alla sedia a rotelle affitta una parte del suo enorme appartamento ad una ragazza madre molto attraente. La sua bambina non dice una parola da ormai due anni e la situazione è un po’ bizzarra. Una notte mentre Joaquin (l’ingegnere) sta lavorando nello scantinato, scopre che una banda di ladri, dall’altra parte della parete, sta preparando una rapina in banca. Per Joaquin potrebbe essere l’occasione di trovare i soldi per operarsi e abbandonare la sedia a rotelle, ma l’affare si fa sempre più pericoloso e imprevedibile. Gli ultimi venti-trenta minuti sono una bomba, tra splendide citazioni tarantiniane, voltafaccia, colpi di scena e tante risate. Il film è passato un po’ in sordina ma è decisamente uno di quelli che andavano visti (davvero un peccato per chi l’ha perso).

Al ritorno, sempre grazie al meraviglioso sciopero che in pieno Festival non poteva proprio mancare, ho impiegato circa un’ora e mezza per tornare a casa, ma questa è un’altra storia. Domani ultimo giro di proiezioni, poi i saluti malinconici e le somme da tirare. Ultime foto, ultima levataccia, ultimo viaggio all’Auditorium, ultimi saluti. Succede sempre così ai Festival: per tanti giorni non vedi l’ora che finisca, e poi quando sta per finire vorresti che durasse un po’ di più. C’è un po’ più di malinconia stasera sui miei occhi, ma suppongo che si tratti semplicemente di un sacco di sonno arretrato. Goodnight.

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Recensione “A girl walks home alone at night” (2014)

Il film è finito da pochi minuti e negli occhi ancora scorrono le immagini del primo incontro tra il giovane Arash e la misteriosa protagonista: un rallenty, una strobosfera e l’incedere incalzante della meravigliosa “Death” dei White Lies in sottofondo, mentre i due personaggi si fondono lentamente in un abbraccio. L’opera prima di Ana Lily Amirpour è una sorta di western urbano in lingua persiana: inquietante fotografia in bianco e nero, una ragazza-vampiro in skateboard, atmosfera da comics, colonna sonora magnifica e quella leggerezza indie capace di rendere questi 100 minuti semplicemente irresistibili. Suggestioni che derivano a tratti dal cinema di Tarantino, a tratti da quello di Jim Jarmush, in una pellicola pop, horror, vagamente western, difficilmente catalogabile ma senza dubbio affascinante.

Una misteriosa ragazza-vampiro si aggira di notte tra le strade della orribile Bad City, un luogo di morte e desolazione popolato dalla peggior feccia del genere umano. La ragazza segue i passi di coloro che osserva e una notte incontra su un marciapiede Arash, un ragazzo buono e solitario con il quale instaura immediatamente un’ambigua amicizia.

Lingua persiana e produzione statunitense: tra questo mix di culture scaturisce una pellicola ricca di influenze, sia a livello musicale (i persiani Kiosk, oltre ai già citati White Lies, regalano alla pellicola il mood di cui ha bisogno) che cinematografico (la nouvelle vague, il mumblecore e più in generale il cinema indipendente americano). Fino ad arrivare ad una fuga notturna in macchina sulla grande strada della libertà che sembra ricordare la Thunder Road di springsteeniana memoria. Un incontro surreale tra due anime solitarie in cerca di un posto nel mondo. Un piccolo grande gioiello cinematografico.

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