Capitolo 216

Dicembre. Gli alberi hanno ormai perso le foglie, i termosifoni vanno a pieno regime e sotto il piumone c’è sempre qualcuno davanti a un film. Oppure si approfitta del clima per riscaldarsi dentro un cinema. Ho ripreso l’abitudine a fare entrambe le cose, non che avessi smesso, ma sapete com’è, finché il tempo lo permette è sempre preferibile far qualcosa di meno solitario (perché a me piace da morire andare al cinema da solo, è qualcosa che un giorno vi spiegherò in altra sede). Tanta carne al fuoco di questo capitolo, un fuocherello di fine autunno che aiuta quanto basta a riscaldarsi un po’. Come diceva il Boss, “senza una scintilla non puoi accendere un fuoco”, quindi…

Il cliente (2016): Se c’è una cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi sono i suoi personaggi: i protagonisti dei suoi film sono tutti talmente reali nella loro umanità che potrebbero essere tranquillamente delle persone che conosciamo. Questa è infatti la seconda cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi: la capacità di raccontare delle storie universali, che potrebbero svolgersi ovunque, storie che tra le righe però raccontano moltissimo della società iraniana contemporanea. Terza cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi: la facilità con cui racconta vicende complesse senza appesantire mai i suoi film, mantenendo sempre alto il ritmo e non cedendo mai alla retorica. Molto bello.

Animali notturni (2016): Ne hanno parlato molti come un capolavoro assoluto, cosa che ha leggermente alzato l’asticella delle mie aspettative. Senza dubbio parliamo di un bel film, ma non di un capolavoro. Decisamente un film troppo profondo per essere commentato in poche righe, è disturbante, non semplice da analizzare, non dopo una sola visione. Certamente posso dire che la messa in scena è splendida (la fotografia è totalmente eccezionale), ma da uno stilista non mi aspettavo niente di meno. Film molto buono, ma una seconda visione, se mai ci sarà, potrebbe cambiare radicalmente il mio giudizio (in positivo, probabilmente).

Il cittadino illustre (2016): Finalmente è arrivato il film della consacrazione per la premiata ditta Cohn-Duprat, due registi che finora hanno fatto solo cose buone (guardatevi “L’artista” oppure “El hombre de al lado”). All’inizio fa pensare a Bob Dylan, visto che è la storia di un Premio Nobel per la letteratura che rifiuta tutti i premi e le onorificenze che gli vengono proposte. Poi dopo si pensa addirittura a “Twin Peaks” o a “Cane di Paglia”, ma in una salsa tutta argentina (meno mistero e decisamente meno violenza). Veramente bellissimo.

The Last Waltz (1978): Uno dei regali ricevuti al mio compleanno di ottobre. Il documentario di Martin Scorsese all’ultimo concerto di sempre di The Band. Il concerto risaliva al 25 novembre 1976 e io quando ho deciso di vedere il film? Esattamente quaranta anni dopo, nel buio della mia stanza che per un paio d’ore si è trasformata in una sala da concerto a San Francisco, inondando la Garbatella di musica meravigliosa. Van Morrison, Clapton, Bob Dylan, Ron Wood, Ringo Starr, Neil Young e tanti altri. Un omaggio a tutto ciò che amo della musica: comunione, malinconia, carica, passione, poesia, bellezza. E Martin Scorsese.

The Big Kahuna (1999): Era dai tempi della mitologica Tele+ che non vedevo questo film di John Swanbeck, l’unico che abbia mai diretto in vita sua. Mi domando perché, visto che si tratta di una pellicola di tutto rispetto, con un ottimo Danny DeVito e un Kevin Spacey sulla cresta dell’onda. Taglio molto teatrale, tre personaggi dentro una stanza dialogano a proposito di vita, amore e religione, in attesa dell’arrivo di un grande cliente che potrebbe cambiare le sorti della loro azienda. Famosissimo il rap finale “Accetta il consiglio”, riproposto in seguito addirittura anche da Franco Battiato. Bel film.

È solo la fine del mondo (2016): Xavier Dolan ha solo 28 anni e ha già vinto un po’ di tutto, ha già fatto numerosi film di successo, il giurato a Cannes e chissà che altro. Io a 28 anni mi ubriacavo alle feste universitarie. Sarà per questo che ogni volta che esco dalla sala dopo un film di Dolan mi sento così depresso? Un film drammatico normalmente è come un test di Rorschach: ognuno ci vede dentro ciò che vuole. Andare al cinema in questo caso potrebbe rivelarsi davvero una seduta psicoanalitica. Per fortuna fuori dalla sala ero a Villa Borghese, sotto il sole di Roma, e respirare è stato più semplice. Ma ancora adesso, due giorni dopo i titoli di coda, sento dentro di me qualcosa che non mi fa sentire a mio agio. Un grande film.

Sully (2016): Se n’è parlato come il grande ritorno di Clint Eastwood, come il miglior film di Clint dai tempi di “Gran Torino” (ineguagliabile), e tante frasette di questo tipo. Devo dire che mi è piaciuto abbastanza, ma è piuttosto lineare, è esattamente come doveva essere e quindi va bene, ma da qui a parlare di film da Oscar ce ne passa. Secondo me l’argomento sarebbe stato più interessante se affrontato da un documentario, anche perché le accuse nei confronti di Sully mi sembravano talmente campate per aria che non sono mai riuscite a convincermi pienamente, mentre sarebbe stato più interessante forse sentire le testimonianze di chi ha davvero vissuto la vicenda. Nel finale, con il bel concetto del “fattore umano”, il film raggiunge il suo apice. Promosso, ad ogni modo.

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Recensione “Il cittadino illustre” (“El ciudadano ilustre”, 2016)

L’accoppiata Gaston Duprat e Mariano Cohn consacra finalmente il suo talento: “L’artista”, acclamato al Festival di Roma del 2008, era stato il primo indizio, “El hombre de al lado”, premiato al Sundance l’anno seguente, era stata una conferma (recupelateli!). “Il cittadino illustre”, Coppa Volpi al miglior attore al Festival di Venezia (oltre ad un’altra valanga di applausi), è il terzo indizio e la prova definitiva. Il cinema dei due registi argentini è essenziale e al tempo stesso originale, basti pensare alle inquadrature fisse del geniale “L’artista” o al realismo scarnificato delle immagini di quest’ultimo lavoro, dove la realtà, come afferma il protagonista, non è mai un fatto, ma solo una versione parziale della verità.

Daniel Mantovani ha appena vinto il premio Nobel per la letteratura e nel riceverlo, lancia una frecciatina verso tutto l’establishment (incredibile la coincidenza con l’attualità della vicenda Bob Dylan). Lo scrittore riceve numerosi inviti per premiazioni, presentazioni e riconoscimenti, ma rifiuta sistematicamente ogni proposta. L’unico invito che decide di accettare viene dal paesino dove è cresciuto, Salas, che gli propone la cittadinanza onoraria. Qui Daniel, dopo l’iniziale e piuttosto pacchiano calore umano del paesello, dovrà fare i conti con le bieche persone sulle quali ha basato i personaggi di tutti i suoi romanzi.

Salas, il paesino di provincia dove si svolge la vicenda, è il campo da gioco per un’indagine morale che talvolta può far pensare addirittura a “Twin Peaks” o a “Cane di paglia”, ma molto meno misterioso e violento. “Io sono fuggito da là, mentre i miei personaggi non riescono ad uscirne”: così afferma Daniel, che nel suo ritorno a casa ritrova gli spunti dei suoi romanzi, le meschinità, in un microcosmo di gelosie, invidie, cinismo e carognate. Il duo Cohn-Duprat indaga ancora una volta i risvolti dell’arte, i doveri dell’artista, gli onori e gli oneri, il peso di dover mettere nel mondo qualcosa che manca, per poter così riempire quel vuoto che ogni artista dentro di sé ha bisogno di colmare.

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