Oscar 2018: Pensieri e Considerazioni

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Sono in piedi già da un’oretta e ho avuto modo di elaborare alcuni pensieri: innanzitutto che il suffragio universale è sopravvalutato, ma questo è un altro discorso nel quale non vorrei entrare, se no mi prende l’ansia. Parliamo di Oscar dunque.

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Masters of Cinematography #5 – Sven Nykvist

Quinto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Dopo gli straordinari Deakins e Lubezki, facciamo un bel salto indietro con gli anni e andiamo ad occuparci dell’uomo che ha reso grande il cinema di Ingmar Bergman: il direttore della fotografia Sven Nykvist. In cinquant’anni di carriera Nykvist ha lavorato ad oltre 130 film, curando venti film di Bergman e vincendo due premi Oscar: uno per “Sussurri e Grida” nel 1973, di cui è impossibile dimenticare la dominante rossa, e un altro nell’83 per “Fanny e Alexander”. Il suo stile è caratterizzato da naturalismo e semplicità, elementi con cui ha sviluppato la sua maestria nell’uso della luce e delle ombre. Celebre per il suo bianco e nero, di cui è forse uno dei più grandi interpreti, con le sue atmosfere ha saputo perfettamente ricreare il mood delle pellicole di Bergman, al quale il suo nome è legato in maniera praticamente indissolubile. Nel 1996 diventa il primo europeo ad entrare nell’American Society of Cinematographers.

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Sussurri e Grida (Ingmar Bergman)

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Fanny e Alexander (Ingmar Bergman)

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Masters of Cinematography #4 – Emmanuel Lubezki

Quarto appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Il mese scorso abbiamo parlato di Roger Deakins e avrete pensato che meglio di così non si potesse fare: la sua galleria di frames sembrava davvero insuperabile. Sembrava. Solo perché ancora non avevamo affrontato l’argomento “Chivo”.

Emmanuel “Chivo” Lubezki non credo che abbia bisogno di presentazioni. Nato a Città del Messico nel 1964, ottiene 8 volte la candidatura ai premi Oscar: ne vincerà 3 in tre anni consecutivi (2014, 2015, 2016, rispettivamente per “Gravity”, “Birdman” e “Revenant”). Celebre la sua collaborazione con Terrence Malick e in particolare con i connazionali Alfonso Cuaron e Alejandro Gonzalez Inarritu.

Lubezki, anche grazie alle tre statuette di fila, è diventato una sorta di mito per gli appassionati di cinema: il suo nome ormai è celebre al pari di quello di un grande regista o di un grande attore, restituendo finalmente alla sua categoria il palcoscenico che merita. Vi lascio adesso alla galleria di immagini, sedetevi comodi e lasciatevi emozionare…

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I figli degli uomini (Alfonso Cuaron)

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Masters of Cinematography #3 – Roger Deakins

Terzo appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica. Nelle prime due puntate abbiamo approfondito la carriera di Nestor Almendros e Vittorio Storaro, oggi continuiamo a restare in Europa e andiamo a conoscere meglio i lavori di Roger Deakins, inglese di Torquay, di cui avevo già parlato in un articolo a proposito di Blade Runner 2049. Deakins ha collezionato finora la bellezza di 13 candidature agli Oscar (di cui 2 durante la stessa edizione!), tuttavia senza riuscire mai a portarsi a casa l’ambita statuetta: ci riuscirà forse con il nuovo Blade Runner? Chissà. Il DoP britannico coltiva sin da piccolo una profonda passione per la pittura, che sfocia pochi anni dopo nel vero amore della sua vita: la fotografia. Dopo un passato da operatore per alcuni documentari, nel 1991 incontra i fratelli Coen sul set di “Barton Fink”, dando inizio ad un sodalizio storico. Non lo nascondo, è uno dei miei direttori della fotografia preferiti. Preparatevi per la galleria di immagini, perché c’è davvero di che strabuzzare gli occhi.

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Barton Fink (Joel e Ethan Coen)

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Masters of Cinematography #2 – Vittorio Storaro

Secondo appuntamento con i Maestri della Fotografia Cinematografica: cominciamo a fare proprio sul serio. Oggi vi parlerò di un direttore della fotografia italiano, uno dei primi nomi che vengono in mente quando si parla di questa figura professionale, un genio della luce, capace di vincere tre premi Oscar e ormai da tempo un mostro sacro anche fuori dai confini nazionali. Lo avrete già letto nel titolo ovviamente: stiamo parlando di Vittorio Storaro, romano classe 1940, premiato con la statuetta più ambita per tre volte nel giro di otto anni, grazie ai suoi lavori in “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”. Storaro non ama definirsi “direttore della fotografia” (secondo lui sul set c’è solo un director), quanto “cinefotografo”, “cinematografo” o, per dirla all’americana, “cinematographer”. Godetevi la galleria di immagini, perché qui stiamo proprio a livelli altissimi…

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Ultimo Tango a Parigi (Bernardo Bertolucci)

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Blade Runner 2049: sarà finalmente Oscar per Roger Deakins?

Il direttore della fotografia è la figura professionale più importante e al tempo stesso più sottovalutata della storia del cinema. Presto tra queste pagine daremo inizio ad una rubrica dedicata proprio ai grandi DoP della storia: senza di loro il cinema non sarebbe assolutamente lo stesso. Molti registi devono le loro fortune a questi straordinari professionisti, ma non è ancora il momento di parlare di questo.

A settembre arriverà in sala l’attesissimo sequel di “Blade Runner”. Dalle prime immagini c’è un elemento che balza subito agli occhi per la sua grandiosità: la fotografia di Roger Deakins. Il quasi settantenne britannico è stato nominato agli Oscar ben 13 volte, tuttavia senza mai riuscire a portare nel Regno Unito l’ambitissima statuetta (se avete amato “Le ali della libertà”, “Fargo”, “L’uomo che non c’era”, “Non è un Paese per vecchi”, “Prisoners” o “Kundun”, il merito è anche suo). Con “Blade Runner 2049”, diretto da Denis Villeneuve, Deakins avrà probabilmente una nuova chance. Ecco una galleria di frame tratti proprio dalla sua ultima fatica, anche perché se sul film ancora non possiamo dare giudizi, sulla fotografia invece si può già parlare di capolavoro.

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Recensione “Castlevania” (2017)

Nel 1989 la Konami, nota casa produttrice di videogiochi, lancia sul mercato un nuovo platform basato sulle avventure di un eroe alle prese con vampiri, demoni e mostri di vario genere. In breve tempo diventa un classico. Quasi trent’anni dopo Netflix realizza una mini-serie animata ispirata a quel videogame di culto, una serie d’animazione destinata ad un pubblico adulto: nelle sue quattro puntate da venti minuti non mancano arti mozzati, schizzi di sangue, occhi strappati dalle orbite e altre scene per stomaci forti. Il suo difetto è probabilmente che è troppo breve: quattro puntate non sono abbastanza per approfondire a dovere personaggi e situazioni (forse sarebbe stato meglio realizzare direttamente un film da un’ora e mezza?). La buona notizia è che Netflix ha già annunciato una seconda stagione composta da otto episodi.

Il Conte Vlad Dracula, dopo che sua moglie è stata bruciata in piazza con l’accusa infondata di stregoneria, concede al popolo della Valacchia un anno di tempo per fuggire dalla regione, prima di scatenare un esercito di demoni che ucciderà tutti gli uomini presenti sul posto allo scopo di vendicare la morte della sua donna. La Chiesa non crede alle minacce del Conte e, un anno dopo, il clero è costretto ad assistere impotente all’uccisione di centinaia di abitanti. Le colpe ricadranno ingiustamente su un gruppo ristretto di filosofi, i Parlatori, che avranno però dalla loro parte il coraggioso Trevor Belmont, discendente di una famiglia di cacciatori di demoni, pronto a tutto pur di fermare l’esercito infernale e soprattutto l’ipocrisia della Chiesa.

La serie cattura sin da subito: è irriverente, appassionante, quasi spiazzante nella sua spettacolarizzazione della violenza. L’ambientazione è interessante, dettagliata, ma il punto forte sono indubbiamente le scene d’azione: Belmont è il tipico antieroe solitario, vizioso, ma puro di cuore e pieno di coraggio. La sua frusta e la piccola spada saranno l’unico baluardo tra le forze del male e la morte di tanti innocenti. Ma un aiuto in più potrebbe arrivare dalla sapienza dei Parlatori e soprattutto da un alleato impensabile, il figlio di Dracula: vedremo nella seconda stagione se le premesse gettate in questi primi episodi avranno il seguito che meritano. Per il momento, un grande pericolo continuerà a minacciare la Valacchia…

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Posterabilia #9: Qualcuno volò sul nido del cuculo

So che vi era mancato. Parlo dell’appuntamento con “Posterabilia”, ovvero il giro del mondo attraverso le locandine dei film. La rubrica è stata purtroppo sospesa per un paio d’anni (clicca qui per vedere tutti gli altri speciali), ma a noi piaceva molto e forse è giusto darle nuova vita. Stavolta abbiamo deciso di fare il giro del mondo con un grandissimo capolavoro di Milos Forman: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, vincitore di 5 premi Oscar. Dopo “Jules e Jim”, “La finestra sul cortile”, “I 400 Colpi”, “Ladri di biciclette”, “Psycho” e “Il buono il brutto il cattivo”, “I sette samurai” e “Viale del tramonto”, questa volta ci dedichiamo ad un film leggermente più recente, il primo della serie ad appartenere agli anni 70.

La locandina originale statunitense vede il protagonista Jack Nicholson ringhiare sofferente, una posa che come vedremo non sarà però ripresa da nessuna delle immagini usate negli altri Paesi.

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I poster italiani, usciti dagli anni 60, hanno abbandonato le bellissime locandine dipinte che caratterizzavano le uscite cinematografiche del decennio precedente, per puntare su geometrie e grafiche decisamente più moderne. Quella usata per il film di Forman ne è un esempio: nella prima c’è Jack Nicholson all’interno di una spirale, una sorta di labirinto che mostra l’uscita, ma che ha bisogno di un lungo percorso. Nella seconda immagine il protagonista è triplicato in uno dei tanti momenti di folle allegria della pellicola: un’ottima locandina, già da sola capace di farci capire che il film al quale stiamo per assistere non è un film “normale”, ma folle.

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L’est europeo è sempre fonte di grande creatività grafica, almeno per quanto concerne la realizzazione dei poster cinematografici. Lo abbiamo visto nelle puntate precedenti e lo confermiamo adesso. Quelli di seguito sono il poster cecoslovacco e il poster polacco del film. Nel primo c’è ancora Jack Nicholson triplicato, ritagliato, incorniciato da un segno a penna rossa in un caso, indicato da tre frecce dello stesso colore. Come interpretare questa locandina? Quella polacca è ancora più bizzarra: il ritratto di Nicholson con una corona di cavi in testa, a richiamare l’immagine della corona di spine di Cristo, quasi ad annunciare l’arrivo di una sorta di “messia” all’interno del manicomio del film.

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I poster di lingua spagnola cambiano spesso stile e grafica (e anche titolo) quando c’è l’Oceano di mezzo. Si direbbe il caso della locandina spagnola e di quella sudamericana (probabilmente argentina) del film di Forman. Nella prima la testa di Nicholson è chiusa da un lucchetto all’interno del quale c’è una sorta di immagine di libertà. La libertà all’interno di un lucchetto: un ossimoro che sembra funzionare, se rapportato alla condizione del protagonista all’interno del film. Nella locandina sudamericana ci sono un paio di frame del film, uno è lo stesso ripreso dal poster italiano, l’altro è durante la partita di basket. Stavolta sul poster c’è anche Grande Capo.

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Come sempre chiudiamo la carrellata con l’immagine giapponese, probabilmente tratta dal dvd piuttosto che dalla locandina cinematografica originale, ma sempre poetica e molto bella. In basso c’è Jack Nicholson dietro la rete dell’ospedale, in alto c’è una corsa all’alba, o forse una fuga…

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Tutte le citazioni di “Stranger Things”

Sembra essere diventato il gioco dell’estate: cogliere più citazioni possibili dal nuovo fenomeno televisivo della stagione, l’acclamato e meraviglioso “Stranger Things”, nuova serie tv targata Netflix, capace di trasportarci, nel giro di otto episodi, nei nostri amatissimi anni 80. Sono davvero innumerevoli le citazioni disseminate tra le varie scene di questa serie tv: abbiamo provato a raccogliere qui tutti i riferimenti che siamo riusciti a trovare (e, mi raccomando, se ne avete altri da aggiungere potete continuare la lista sui commenti). Cominciamo a giocare, in rigoroso ordine alfabetico (e fate attenzione, perché quanto segue è pieno zeppo di spoiler, siete avvisati!).

UPDATE: Le citazioni riguardanti la seconda stagione sono scritte in blu.

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Primo trailer per “Loving Vincent”

Il primo trailer di “Loving Vincent” è probabilmente la cosa più bella che vedrete oggi. Si tratta del primo film interamente dipinto, fotogramma per fotogramma, della storia del cinema: dodici dipinti ad olio al secondo, realizzati da oltre cento pittori addestrati a dipingere nello stile inconfondibile di Vincent Van Gogh. Il film, che racconterà la vita e la morte del celebre pittore olandese, sarà diretto dal polacco Dorota Kobiela e da Hugh Welchman. Le prime immagini del trailer sembrano assolutamente meravigliose.

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