Recensione “La Donna Elettrica” (“Kona fer í stríð”, 2018)

Quello che l’uomo, o meglio, un ristretto numero di uomini di potere, sta facendo al nostro pianeta è un crimine, non si potrebbe definire in altro modo. Eppure le nostre battaglie quotidiane (comprese quelle di chi scrive) sono altre, troppo distratti dalle nostre mille, legittime, occupazioni. Non è così per Halla, la tenace protagonista di questo film islandese, spericolata e determinata nelle sue azioni di sabotaggio contro le multinazionali che stanno devastando la sua splendida isola.

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Recensione “Un giorno all’improvviso” (2018)

Poche cose mi danno soddisfazione come quando mi trovo davanti ad un esordio cinematografico così ben realizzato, ispirato, girato benissimo e con degli interpreti straordinari. Ancor più bello è quando l’esordio in questione è quello di un regista italiano, in questo caso Ciro D’Emilio, classe 1986, che regala una boccata d’aria fresca ad una cinematografia spesso troppo concentrata nel raccontare le vite dei piani alti della borghesia romana o al contrario quelle di disperati costretti alla criminalità. Il regista è bravo ad allontanarsi dagli scivoloni dei cliché, scegliendo di raccontare una storia d’amore tra madre e figlio, di passione, di vite sì difficili ma al tempo stesso piene di sorrisi.

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Capitolo 236

Who Framed Roger Rabbit

E niente, talvolta neanche te ne accorgi, ma in tre settimane sono passato attraverso altri 8 film e nel momento di ricapitolare le visioni dell’ultimo periodo mi ritrovo dunque una lista immensa di cose da scrivere. Siccome anche stavolta vi toccherà leggere un papiro (non imparerò mai!), preferisco non dilungarmi troppo nell’introduzione, lasciandovi subito ai film. La prossima volta tenterò di fare il bravo, ma con questo freddo siberiano prevedo ulteriori chiuse cinematografiche con piumone e biscotti: “la primavera intanto tarda ad arrivare”, diceva il Maestro. Buona lettura.

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Recensione “Elle” (2016)

Si sentono delle urla su schermo nero. Subito dopo compare l’immagine di una donna sdraiata per terra, aggredita da un individuo con il volto coperto. La scena è quella di una violenza sessuale. L’uomo si dà quindi alla fuga e la donna si rimette lentamente in piedi per mettere a posto e pulire il disordine causato dall’aggressione. Questa è la prima scena del film ed è davvero molto potente. Il nuovo film di Paul Verhoeven, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero, è un racconto torbido e ambiguo, ricco di suspense, che mantiene alto l’interesse almeno fino all’inizio dell’ultimo atto, quando sappiamo chi si cela dietro le aggressioni e i messaggi anonimi: è lì che il film cambia tono e fa un passo indietro, dimostrando che funziona molto meglio come thriller che come pellicola drammatica.

Michèle è una donna dal passato famigliare terribile e dal carattere forte: gestisce con grande autorità la sua vita, le sue relazioni e la società di videogiochi che controlla. Nel momento in cui subisce un’aggressione tra le mura domestiche, la donna, sempre imperturbabile, comincia a indagare nel tentativo di ritrovare l’uomo che l’ha violentata, lo stesso uomo che continua a seguirla e che le manda disgustosi messaggi anonimi.

Isabelle Huppert giganteggia in questo thriller psicologico che avanza a fuoco lento e si avvolge di un’atmosfera di ambiguità che rende la visione a tratti faticosa, ma che al tempo stesso affascina e ci fa domandare: fino a dove è disposta ad arrivare Michèle? Paul Verhoeven si conferma un maestro nel creare atmosfere ricche di imprevidibilità e tensione, senza mai nascondersi dietro alle regole del genere cinematografico, portando le sue immagini e i suoi personaggi sempre un passo oltre il limite, giocando sul labile equilibrio tra fascinazione e pericolo.

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Recensione “Rogue One” (2016)

Tutto ciò che leggerete è pieno zeppo di SPOILER. Pieno.
Vi sto avvisando.
Sicuri di voler continuare?
Ok.

Bene. Diciamo subito che tutto ciò che si svolge nell’universo di Star Wars per me ha una sua dose di credibilità e di bellezza che praticamente nient’altro si potrà mai permettere, quindi a scrivere è un fanatico entusiasta che basta che gli fai vedere una spada laser, un respiro affannato dietro un casco nero, un paio di droidi e il faccino della Principessa Leila (ma anche le espressioni di Capo Rosso) per mettersi quasi a piangere dalla felicità. Detto ciò devo ammettere che “Rogue One” mi è piaciuto davvero molto e, ammetto, non ci avrei puntato una lira. Non so perché l’idea di uno spin off mi sembrava sacrilega, forzata, inutile e decisamente offensiva nei confronti dei miei idoli di infanzia, adolescenza ed età adulta (quale?). Il punto è che ho avuto i brividi più di una volta. Il punto è che quando nell’ultima inquadratura compare la Carrie Fisher del 1977 per dire semplicemente “Hope”, io avevo gli occhi lucidi. E li avrete avuti anche voi spero, se come mi auguro avete un cuore.

Mi è piaciuta molto la colonna sonora di Michael Giacchino: omaggia i temi sacri di John Williams, ci inganna con quelle prime due note e poi ci fa viaggiare da tutt’altra parte. Ben fatto. Sempre bellissimi i rimandi e le citazioni, i ritorni di molti personaggi familiari: Darth Vader e Leila su tutti, ma anche il senatore Organa, R2D2 e C3PO (per un momento), i bifolchi con i quali si imbatterono Luke e Obi Wan a Mos Eisley, qualche volto noto dell’Alleanza Ribelle (Mon Mothma e Capo Rosso). Ah, Tarkin, lui è uno di quelli che da bambino mi facevano sempre paura. Anche qui è abbastanza inquietante come sempre. Sul fronte personaggi nuovi è apprezzabile Mads Mikkelsen nei panni di Galen Erso, l’uomo che fu obbligato a creare la Morte Nera, ma che per vendicarsi ci piazzò una bella falla che poi Luke trasformerà in storia del cinema. Nel complesso però non ho amato molto i volti nuovi: se nell’Episodio VII mi sono affezionato immediatamente a Rey, Poe Dameron e Kylo Ren (un po’ meno a Finn), qui non ho trovato molto interessante quasi nessun personaggio nuovo. Salvo il mezzo jedi cieco, il droide riprogrammato e il sovrintendente ai lavori della Morte Nera. I due protagonisti sono ok, ma come detto, non mi ci sono affezionato più di tanto. La cosa più incredibile di tutte però, rispetto a ciò che normalmente ci si può aspettare in un film di Star Wars, è che qui i buoni MUOIONO TUTTI! Sì, ce lo potevamo aspettare visto che in Episodio IV non c’è traccia di nessuno di loro, ma in fondo chi l’avrebbe detto? Questo rende forse Rogue One ancora più epico: il sacrificio per una causa superiore, ma soprattutto la SPERANZA (parola chiave di questo film, non per niente quello storicamente successivo si intitola “Una nuova speranza”).

Altra nota positiva: la battaglia finale. Solitamente le scene d’azione mi annoiano in maniera magistrale, ma in questo caso gli spari, gli scudi, le strategie, gli assalti… sono avvincenti. Sono davvero ben girati e mai troppo esagerati. Insomma, sono quasi credibili e la cosa ai miei occhi non può che esser positiva. Ma al di là di tutto ciò che si può dire a livello tecnico ciò che rende Rogue One speciale è che cambia la nostra percezione di Episodio IV (a differenza di ciò che non erano stati in grado di fare gli Episodi I, II e III). Ora sappiamo perché c’era una falla nella Morte Nera, sappiamo tutto il sacrificio e l’amore che ci sono stati poco prima degli eventi di quel film. E sappiamo ancora di più, se mai ce ne fosse bisogno, perché amiamo così tanto questa saga. Che la Forza sia con voi.

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Recensione “Café Society” (2016)

Era dai tempi di “Midnight in Paris” che non si vedeva un film di Woody Allen così bello e soprattutto così ispirato. Forse è perché il regista newyorchese è tornato a parlare di ciò che conosce meglio: l’amore amaro. In questo suo quarantasettesimo (!) film ritroviamo molti dei segni caratterizzanti che hanno reso la filmografia di Allen unica nel suo genere, tra battute fulminanti, l’amore per New York e per la musica jazz, oltre ad una coppia di personaggi caratterizzati da quella malinconica anedonia che aveva reso indimenticabili pellicole come “Io e Annie” oppure “Manhattan”. Un film di ampia portata, ricco di personaggi, capace di svolte improvvise e decisi cambi di registro, seppur mantenendo un sottofondo pieno di ironia talvolta drammatica (“Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, prima o poi ci azzecchi”). Woody Allen divide la sua storia tra Los Angeles e New York negli anni 30, giocando con i cliché (la noiosa e artefatta vita di Hollywood, la criminalità che muove i fili nella Grande Mela), con le solite meravigliose frecciate a sfondo religioso e con una storia d’amore fatta di sguardi persi e sogni lontani.

Negli anni 30 il giovane Bobby, insoddisfatto della sua vita a New York, lascia la gioielleria del padre per trasferirsi a Hollywood, dove suo zio Phil è uno dei personaggi più influenti dello showbiz. Qui conosce la segretaria di suo zio, Vonnie, di cui si innamora. Ma il suo piano di sposarla e portarla a vivere a New York fallisce, motivo per cui il ragazzo deciderà di tornare nella sua città da solo per dirigere insieme al fratello gangster un locale che ben presto diventerà il ritrovo più frequentato dall’alta società newyorchese. Ma il passato, presto o tardi, ritorna.

Woody Allen evoca, attraverso l’età d’oro dei caffè e dei club alla moda dell’America post-proibizionismo, una storia d’amore romantica, tenera ma al tempo stesso amara e malinconica, in cui tutta la felicità del mondo ogni tanto si perde in una piccola pozza di memoria che lentamente sfocia nel soffuso ricordo di un passato mai dimenticato. Un film bellissimo.

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Recensione “Neruda” (2016)

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“Confesso che ho vissuto”: così Pablo Neruda intitolava la sua autobiografia, la storia di una vita incredibile, tra le strade fangose del sud del Cile durante la sua infanzia, fino agli incarichi diplomatici in giro per il mondo (Birmania, Spagna, Francia), passando per il Premio Nobel per la letteratura e le ambizioni politiche. Di questa vita fuori dall’ordinario, il maestro Pablo Larrain (in questi giorni sugli scudi dopo il successo veneziano del suo ultimo film, “Jackie”) decide di raccontare soltanto un piccolo ma immenso frammento: il periodo della clandestinità e della fuga. Siamo nel 1948 e il governo cileno presieduto da Gonzalez Videla viene accusato da Neruda di aver tradito il popolo (e il partito comunista cileno, che subito dopo è stato messo al bando e dichiarato illegale). Il celebre “Yo acuso”del poeta è un lungo monologo in difesa della democrazia, motivo per cui a Neruda viene tolta la carica di senatore e dichiarato fuorilegge. Sulle orme del poeta, mandato di arresto in mano, c’è il prefetto Oscar Peluchonneau, suo persecutore per tutti i lunghi mesi della fuga.

Larrain racconta la sua storia attingendo a piene mani dal noir e dal genere poliziesco anni 40, delineando il film secondo le tracce tipiche del genere, con i suoi archetipi e i suoi cliché (la fotografia ricca di ombre e contrasti, la musica a sottolineare i momenti di tensione), trasformando un film in una sorta di romanzo poliziesco per immagini, con il suo personaggio principale (il poeta, il comunista, il difensore dei diritti umani Pablo Neruda) e la sua nemesi, un personaggio secondario che ambisce a diventare protagonista (in quest’ottica il finale, che ovviamente non sveleremo, è meraviglioso). Come ha affermato lo stesso Larrain, non si tratta di un biopic su Neruda, è piuttosto un film “nerudiano”, un romanzo che sarebbe stato bello far leggere a Neruda.

Punto di forza del film, interpretazioni a parte, è proprio il contrasto tra Neruda e Peluchonneau, in cui l’uno si nutre dell’altro per reinventare se stesso, l’uno per sentirsi finalmente il degno erede di una leggenda della polizia locale, l’altro per ergersi a simbolo di libertà e al tempo stesso leggenda della letteratura (è proprio nel periodo raccontato dal film che Neruda scrive una delle sue opere più intense, “Canto General”). Larrain si conferma uno dei massimi esponenti del cinema mondiale, riuscendo a realizzare pellicole che, parlando della storia del Cile (come “Tony Manero”, “No” o “Il Club”), riescono ad esprimere concetti fondamentali e senza dubbio universali.

“Posso scrivere i versi più tristi stanotte. Scrivere, per esempio. “La notte è stellata,
e tremano, azzurri, gli astri in lontananza”. E il vento della notte gira nel cielo e canta”.

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Capitolo 215

Autumn is coming. L’estate è ormai agli sgoccioli e ci avviciniamo a grandi passi verso la stagione cinematograficamente più ricca, con i film di Cannes che finalmente arrivano in sala, il Festival di Roma (che da queste parti amiamo sempre tanto) e quelle serate in cui il cinema è la cosa migliore che ci può capitare, perché fuori magari piove, perché le foglie che cadono sono come un tappeto rosso sul quale passeggiare verso la sala più vicina. Tanti film in questo nuovo capitolo, da un Hitchcock degli anni 30 alla Palma d’Oro dell’ultimo Cannes, da un paio di chicche nostalgiche della mia infanzia alla nostalgia soffusa di un’Americana amara. Non ci facciamo mancare niente.

La signora scompare (1938): Sempre una cosa meravigliosa avere ancora film di Alfred Hitchcock da vedere, è come se il nostro continuasse a fare film inediti soltanto per noi che possiamo finalmente scoprirli. Questo film del 1938 è senza dubbio avvincente, ma aver letto il libro un mese prima di vedere l’opera in questione sicuramente rovina la visione. Senza suspense, sapendo già le vicende della storia, non è davvero facilmente giudicabile. Posso però dirvi che il libro di Ethel Lina White è stupendo.

Un padre, una figlia (2016): Cristian Mungiu non sbaglia mai un film, è veramente un regista straordinario. La sua macchina da presa si muove pochissimo, il minimo necessario e soltanto quando è funzionale alla scena. I suoi personaggi si muovono all’interno, mossi dalle imprevedibili trame del destino. Questa sua ultima fatica gioca interamente tra le sfumature di ciò che è giusto e ciò che non lo è. Bellissimo.

It (1990): Altro libro, altra visione, con la differenza che stavolta il film (o mini-serie) in questione era stato uno dei capisaldi della mia infanzia. Non lo vedevo da una ventina d’anni e bisogna dire che riguardare questo film dopo aver letto il libro di Stephen King è come trovarsi a casa la Littizzetto dopo essere usciti a cena con Natalie Portman. Tim Curry è straordinario nei panni di Pennywise il clown (l’immaginario della mia infanzia non sarebbe lo stesso senza di lui), ma il resto è scritto maluccio, ed è tutto troppo censurato (colpa della destinazione televisiva). Anche in questo caso, leggetevi le 1300 pagine di King e lasciatevi andare alla magia. Al galoppo, Silver!

Lo stravagante mondo di Greenberg (2010): Visto per la prima volta nella mia unica esperienza al Festival di Berlino, dove lo guardai in una gelida mattinata dopo una notte di balli e Jagermeister, ho finalmente recuperato come si deve l’ennesima conferma del talento di Noah Baumbach e di Greta Gerwig. Questi due quando si incontrano fanno cose grandissime (vedere “Frances Ha” e “Mistress America” per credere). Ben Stiller sugli scudi in un ruolo drammatico. Da vedere.

Io, Daniel Blake (2016): Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, il nuovo film di Ken Loach sembra un romanzo di Kafka aggiornato ai tempi nostri, nel freddo nordest inglese. Subito dopo la visione sono uscito dalla sala in silenzio, non ho riacceso il cellulare, mi sono messo a camminare verso la metropolitana senza voler scollegarmi dal film, uno di quelli che ti restano dentro anche dopo i titoli di coda. Il giorno in cui Ken Loach farà un film che non mi piace succederà qualcosa di brutto, già lo so.

I Goonies (1985): C’è davvero bisogno di scrivere qualcosa a proposito di questo immenso capolavoro di Richard Donner? Seriamente, c’è qualcuno che non l’ha ancora visto, che ha bisogno di leggere qualcosa a proposito? Uno dei miei film della vita, uno di quei film che non mi stancherò mai di vedere, rivedere, citare, amare. Una delle massime espressioni del cinema degli anni 80. Devo aggiungere altro?

L’ultimo spettacolo (1971): Peter Bogdanovich racconta un’America amara, dove ideali e illusioni lasciano ben presto spazio alla grigia vita reale. Un paesino del Texas, dove la vita ruota intorno alla sala da biliardo, al cinema e al fast food. Un gruppo di ragazzi si appresta a diplomarsi, trovandosi di fronte alla vita da adulti, con le sue responsabilità e la fine dei sogni. Jeff Bridges giovanissimo, Cybill Shepherd esordiente (e splendida). Bellissimo.

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