Recensione “Slacker” (1991)

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Nel 1991 Richard Linklater, che ancora non era l’acclamato autore di film come “Dazed and Confused”, “Prima dell’alba”“Boyhood” o “Tutti vogliono qualcosa”, riunì un centinaio di ragazzi ad Austin, Texas, per le riprese di quello che sarebbe poi diventato non solo una sorta di manifesto della generazione X, ma soprattutto una delle principali fonti di ispirazione per un intero movimento cinematografico, il Mumblecore.

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Recensione “Frances Ha” (2013)

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Bastano cinque minuti per innamorarsi di questo film. Il bianco e nero, la musica che copre le voci, fino a scoprire lentamente Frances, la protagonista, personificazione della precarietà, goffa, buffa, probabilmente un po’ svitata, ma infinitamente piacevole. Frances non ha una casa e salta da un appartamento all’altro. Frances non ha abbastanza talento e deve quindi accontentarsi dei lavoretti che riesce a trovare. Frances non ha soldi ma non può neanche definirsi povera “perché sarebbe offensivo nei confronti di chi è davvero povero”. Frances non ha un ragazzo (è “infidanzabile”, come la definisce uno dei suoi coinquilini) ma neanche è in cerca di avventure. Frances fa della sua precarietà, di sentimenti, di denaro, di alloggio, un vero e proprio modo di vivere: è se stessa in ogni momento, non nasconde la gelosia quando la sua migliore amica si innamora e va a vivere con il suo ragazzo, non nasconde il sorriso quando le cose non vanno esattamente come vorrebbe.

Noah Baumbach è uno dei punti di riferimento del cinema indie statunitense del nuovo millennio, in particolare del movimento cosiddetto mumblecore: il suo film ha il respiro di un cinema nostalgico, come la nouvelle vague alla quale strizza l’occhio continuamente (i jumpcuts alla Godard, la musica de “I 400 Colpi” di Truffaut, la tv che trasmette “Domicile Conjugal” dello stesso Truffaut), contendendo atmosfere e situazioni al cinema di Jarmusch o addirittura a quello di Woody Allen. Dopo averla lanciata con il precedente “Greenberg”, Baumbach costruisce l’intero film sulla naturalezza di Greta Gerwig, qui alla sua consacrazione definitiva: il classico caso in cui l’attrice protagonista e la sceneggiatura sembrano completarsi, fatti l’una per l’altra (non a caso l’attrice ha scritto il film insieme a Baumbach).

Un film ricco di citazioni (un’altra? La corsa della protagonista sulle note di “Modern Love” di Bowie è un omaggio ad una scena di “Mauvais Sang” di Leos Carax) ma che non perde comunque la sua anima e la sua originalità. La storia di Frances è la storia di una quasi-trentenne come ce ne sono ovunque, in ogni città: è per questo che New York, per quanto riconoscibile, è quasi una città qualunque, è per questo che il bianco e nero non è soltanto una scelta per ostentare un certo tipo di cinema, ma soprattutto una mossa stilistica che cambia la percezione dello spazio e del tempo del racconto: quella che guardiamo è la storia di Frances, ma potrebbe anche essere la nostra, quella dei nostri amici o dei nostri ex-compagni di università. Baumbach, senza apparire mai pretenzioso, firma una sorta di manifesto dei trentenni di oggi, delle montagne russe della precarietà, di una way of life che in qualche modo ci appartiene, e che in pochi riescono davvero ad inquadrare. È questo il cinema che amiamo.

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Ritorna il Festival Arcipelago, ribalta internazionale del cortometraggio

Aprirà i battenti dal 2 al 6 dicembre, all’Ambra alla Garbatella e alla Casa del Cinema di Roma, la 2.1a edizione di ARCIPELAGO – Festival Internazionale di Cortometraggi e Nuove Immagini. La storica rassegna dedicata al cinema breve e alle forme più innovative di racconto audiovisivo si presenta quest’anno parzialmente rinnovata anche nella sede: oltre alla Casa del Cinema, nuova ribalta per i corti da tutto il mondo sarà infatti l’Ambra alla Garbatella.
 
Quattro le competizioni in programma ad Arcipelago 2013, dove fanno spicco, nel  Concorso Internazionale The Short Planet, 25 tra i migliori cortometraggi internazionali, non ultimo una curiosa e provocatoria animazione tedesca, Sonntag 3 di Jochen Kuhn, che, in apertura del Festival, ipotizza una bizzarra relazione extraconiugale della Cancelliera di ferro. Della compagine internazionale, in rappresentanza del nostro paese, fanno parte anche Allah is Great di Andrea Iannetta, primo italiano mai ammesso al Film and Television Institute di Pune, in India, e l’acuto sguardo pasoliniano di Cargo, del promettente figlio d’arte Carlo Sironi.
 
Direttamente dalla première barese al Bif&st dello scorso marzo, torna dunque a Roma ConCorto, il concorso nazionale cortometraggi che ha tenuto a battesimo molti registi delle ultime generazioni, tra cui Pappi Corsicato, Roberta Torre e Edoardo Winspeare. Stessi corti proposti in anteprima nel capoluogo pugliese, ma diversa (di professionisti del cinema) la giuria che li giudicherà, dopo quella popolare del festival di Felice Laudadio, guidata da Daniele Vicari. Tra i 19 cortometraggi italiani nuovamente in gara non mancano i nomi di spicco: si parte da Paolo Sassanelli (che con la sua seconda prova da regista, Ammore, a sorpresa si lascia alle spalle i toni da commedia del precedente ‘Uerra in favore di un crudo e toccante dramma sugli abusi domestici) eRoberto Herlitzka (interprete di Genesi, storia sulla memoria, le radici e la terra dalla quale la regista Donatella Altieri fa emergere lo straordinario talento del piccolo Claudio Salvato), passando per Lorenza Indovina nelle paradossali vesti della badante italiana di un anziano rumeno (Dreaming Apecar di Dario Leone) e Ginevra Elkann, produttrice di Il fischietto di Lamberto Sanfelice (una bambina è impegnata nel delicato percorso di elaborazione di un grave lutto, con Thomas Trabacchi), per arrivare al gradito ritorno di Gianluca Sodaro (uno dei migliori talenti “brevi” emersi negli anni ’90) con il mystic gothic God’s Got His Head in the Clouds, prodotto anche con fondi lituani e musicato nientemeno che dal compositore preferito da David Lynch, Angelo Badalamenti. Unico cortometraggio d’animazione in concorso è il graffiante e surreale apprendistato religioso narrato in Preti di Astutillo Smeriglia (nome d’arte di Antonio Zucconi, astronomo di professione, già premiato ad Arcipelago 2010 con Il pianeta perfetto), mentre senz’altro più nutrita è la compagine dei documentari e dintorni, composta da The Art of Super-8. The Analogic Revolution di Camillo Valle (una “romantica” apologia della più immortale delle pellicole), Silvio. Here I Am di Mattia Coletti e Carlo Migotto (la storia – vera e assai curiosa – di un entusiasta della pratica della sottomissione, di casa sui set porno), Melodico di Valerio Ciriaci (un barbiere salernitano trapiantato nella Little Italy del Bronx, tra scommesse sui cavalli e passione canora), The Highest Cost di Matteo Brunetta (due soccorritori di Ground Zero e la loro battaglia per far valere i propri diritti di malati di tumore per cause di servizio), ESP di Enrico Bartolucci (un sobrio colpo d’occhio sul calcio non professionistico affiora da una trasferta nella provincia italiana di una squadra di dilettanti della banlieu parigina) e – ultimo, ma non meno interessante – il raffinato lavoro di montaggio di vecchi film e immagini d’archivio Sottoripa, realizzato dal fotografo genovese Guglielmo Trupia ad illustrare l’omonimo poema dell’inglese Julian Stannard. Sempre in concorso, tra gli altri cortometraggi di finzione figurano anche Inassenza, notevole opera prima del montatore barese Domenico De Orsi (due sorelle, due lutti, due città tra loro lontane – e un’impaginazione visuale molto personale e stimolante); il saggio finale al CSC di Michele Vannucci Nati per correre (un esemplare micro-bildungsroman su due “centauri”, padre e figlio); l’algida tranche de vie di una famiglia di montanari messa in scena dall’altoatesino Ronny Trocker in Eiszeit (Era glaciale), prodotto dalla scuola francese Le Fresnoy; il sorprendente monologo di Rumore bianco di Alessandro Porzio, interpretato da Claudia Vismara (già nella serie tv Mediaset Come un delfino); l’episodio di caccia al partigiano (ma protagonista, in questo caso, è un manipolo di repubblichini) narrato da Adel Oberto in Il Conte, saggio di diploma alla londinese National Film and Television School; il grottesco Ansia&Grevedi Irene Carlevale, che ricorda il duo Rezza&Mastrella, ma al quadrato. E, infine, Road to Sundance di Tak Kuroha (pseudonimo dell’italianissimo regista pubblicitario Agostino Porro): un road movie onirico e meta-cinematografico che attraversa alcune delle più vigorose scenografie naturali degli States.
 
Del concorso nazionale documentari Extra Large vale la pena segnalare almeno Ebrei a Roma di Gianfranco Pannone, autore al quale Arcipelago dedicò nel 2005 un’ampia personale, e – fuori concorso – l’appassionato Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio, che incontrerà il pubblico il 4 dicembre alle 19.30, all’Ambra alla Garbatella.
 
Il quarto concorso, new entry dell’edizione 2013 di Arcipelago, è World Wide Series: sedici serie web internazionali che saranno visibili, dopo il 6 dicembre, anche sul nuovo sito “fiancheggiatore” del festival, filmoids.net, di imminente lancio, che traccerà la strada per la futura evoluzione della manifestazione cinematografica che per prima in Italia, già dalla fine degli anni ’90, ha indagato e riflettuto sulle dinamiche innovative del digitale e di Internet nell’audiovisivo. Alcune delle più note web series italiane, veri e propri “casi” di culto su YouTube (Lost in Google, GeeKerZ, Stuck, inTRIPPMENT, Kubrick – Una storia porno), si confronteranno con una selezione assai eterogenea, per generi, temi e sforzo produttivo, di cui fanno parte, tra le altre, la serie pakistana iDeewane (recitata in urdu, ma ambientata a New York), il musical carcerario canadese/filippino Prison Dancers, la commedia satirica sulla censura libanese Mamnou3! (Proibito!), la comune di indignados spagnoli raccontata in Libres, il Batman pensionato di The Dark Knight Retires, fino ai bizzarri alieni dell’americano The Power Inside, interpretato da Harvey Keitel.
 
Tra gli Eventi Speciali in programma, oltre allo storico appuntamento con la sezione Carta Bianca co-organizzata con il DAMS Roma Tre (e dedicata quest’anno al Roma Tre Film Festival), Arcipelago punta i riflettori su due realtà emergenti del nostro panorama audiovisivo: la pioniera piattaforma italiana di produzione, promozione e distribuzione di cinema indipendente Cineama (con il composito “programma errante” Storie e sogni “love cost”) e la giovanissima Scuola d’Arte Cinematografica “Gian Maria Volonté”, voluta e diretta da Daniele Vicari, Valerio Mastandrea e Elio Germano, assieme alla Provincia di Roma, dei cui allievi verranno mostrate alcune esercitazioni realizzate durante il primo biennio appena concluso, in un programma intitolato, non senza ragione, Le prime cose belle.

Qui il programma completo del Festival: www.arcipelagofilmfestival.org

Recensione “Bomber” (2009)

È proprio il caso di dirlo: meglio tardi che mai. Dopo quattro anni arriva nelle sale italiane la bellissima commedia di Paul Cotter, un road movie indipendente, girato con appena 25mila euro, soltanto con tre attori e sette persone dello staff (regista compreso). Il cinema indipendente sempre più spesso riesce ormai a regalare quelle emozioni e quelle sensazioni che il cinema “dei grandi” non è più in grado di offrire, costipato nelle sue macchine fabbrica-soldi, dove il box-office è la prima legge da soddisfare. Non è stato così per “Bomber”, costruito con cuore e passione, in cui è la storia dei suoi improbabili protagonisti il centro di gravità della pellicola.

Una coppia di ottantenni decide di tornare in Germania, loro paese d’origine. Lui, ex pilota della Royal Air Force, nasconde il peso di una colpa mai espiata: durante la guerra ha bombardato un villaggio tedesco. È proprio quel villaggio la meta della coppia, per saldare i conti con il passato. Al viaggio si unisce malvolentieri il figlio trentenne, senza un lavoro fisso e in piena crisi con la sua ragazza. Costretti a viaggiare insieme, i tre affronteranno finalmente tutte le loro questioni mai risolte, ritrovandosi a fare i conti con il concetto di “famiglia”.

Dopo aver girato il mondo a livello di festival, dove ha riscosso cascate di premi, “Bomber” si dimostra uno dei debutti più divertenti e folgoranti del cinema britannico degli ultimi dieci anni, merito dell’ispiratissimo Paul Cotter, che mette il suo film sulla scia dei grandi road movie del recente cinema indipendente: da “About Schmidt” e “Sideways” di Alexander Payne, al geniale “Little Miss Sunshine” di Valerie Faris e Jonathan Dayton. I nostri applausi sono per la Distribuzione Indipendente di Giovanni Costantino, che ha avuto il coraggio e l’occhio di scovare questo gioiello cinematografico e di proporlo nel suo circuito di diffusione, nella speranza che, anche grazie al passaparola, questo film possa arrivare a più spettatori possibili. Noi più che consigliarvelo non possiamo fare, sta a voi adesso correre in sala. Si ride e fa pensare: non ve ne pentirete.

pubblicato su Livecity