Recensione “Il Cliente” (“Forushande”, 2016)

Se c’è una cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi sono i suoi personaggi: i protagonisti dei suoi film sono tutti talmente reali nella loro umanità che potrebbero essere tranquillamente delle persone che conosciamo. Questa è infatti la seconda cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi: la capacità di raccontare delle storie universali, che potrebbero svolgersi ovunque, storie che tra le righe però raccontano moltissimo della società iraniana contemporanea (in tal senso mi ha colpito molto una scena di pochi secondi che si svolge all’interno di un taxi).

Emad e Rana, giovane coppia di attori teatrali, sono costretti a lasciare casa loro per urgenti lavori di ristrutturazione. Il loro amico Babak li aiuta a sistemarsi in uno dei suoi appartamenti, omettendo però i trascorsi della precedente inquilina, causa di un incidente che cambierà drasticamente le loro vite.

Dopo “About Elly”, il premio Oscar “Una Separazione” e “Il Passato” (unici film del regista che hanno avuto una distribuzione in Italia, se non sbaglio), Farhadi continua ad indagare sulle molteplici sfumature delle relazioni umani, in particolare tra un uomo e una donna, di cui conosciamo nuovi aspetti delle loro personalità man mano che la vicenda va avanti e i punti oscuri vengono alla luce. Terza cosa che amo davvero molto nei film di Asghar Farhadi: la facilità con cui racconta vicende complesse senza appesantire mai i suoi film, mantenendo sempre alto il ritmo e non cedendo mai alla retorica. Molto bello.

Recensione “Taxi Teheran” (“Taxi”, 2015)

“I film vanno visti tutti, il resto è una questione di gusti”: così afferma Jafar Panahi nel suo ultimo lavoro, premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. Una dichiarazione d’amore per il cinema, per il suo Paese, ma soprattutto per la libertà, per il racconto, per il piacere di poter mostrare il suo cinema, quel mondo che è la sua vita, la sua battaglia personale nei confronti di una società che lo insegue con il bavaglio. Ci si emoziona addirittura sulla didascalia finale, messa lì a spiegarci l’assenza dei titoli di coda dal film: “Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film ‘distribuibili’. Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli”.

A metà strada tra il documentario e il mockumentary, il regista, seduto alla guida di un taxi, percorre le strade di Teheran raccogliendo a bordo personaggi e storie che mostrano un divertente, affascinante e soprattutto credibile ritratto della società iraniana contemporanea. C’è lo spacciatore clandestino di film stranieri, che definisce il suo losco lavoro un compito in difesa della cultura, ci sono le signore scaramantiche che devono portare due pesci rossi dall’altro lato della città, c’è chi vorrebbe impiccare i ladri e chi difende la loro disperazione, c’è il ferito che deve fare testamento, l’esilarante nipotina che vorrebbe girare un cortometraggio per la scuola, ma ha paura di infrangere le regole sulla censura imposte dalla sua insegnante (e dal governo). Come loro, molti altri personaggi, traghettati per le vie della città, caotica e affascinante, da un Jafar Panahi che non può fare a meno di partecipare, più o meno attivamente, alle vicende dei suoi passeggeri.

Un film bellissimo, diretto da un autore che ha fatto del cinema la sua bandiera, nonostante la condanna a non poter più realizzare film che gli è stata inflitta nel 2010, dopo l’uscita dal carcere: “Niente può impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante”. Un film che è cinema puro, passione, bisogno di esprimersi e, soprattutto, un meraviglioso atto di libertà.

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“Taxi Teheran” di Jafar Panahi: locandina e trailer

“Taxi Teheran” di Jafar Panahi, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino e primo film della nuova distribuzione Cinema di Valerio De Paolis, uscirà il 27 agosto per la riapertura della nuova stagione cinematografica.  Con l’ultimo Festival di Berlino, Jafar Panahi ha rivelato al pubblico “Taxi Teheran”. Il primo film che il regista iraniano ha girato, da solo e in esterni dal 2010, piazzando la telecamera sul cruscotto del suo taxi e mettendosi alla guida, attore, per le vie di Teheran; questo nonostante il divieto di girare imposto dal regime.
“Taxi Teheran” è un film pieno di umorismo, poesia e amore per il cinema, osannato unanimemente dalla critica di tutto il mondo, viene acclamato anche dalla giuria presieduta dal cineasta americano Darren Aronofsky e ottiene l’Orso d’oro oltre al Premio Fipresci che viene consegnato alla piccola Hana Saeidi, nipote del cineasta e interprete del film. «Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico…» così Darren Aronofsky, Presidente della giuria del Festival di Berlino 2015, in occasione della consegna dell’Orso d’oro a “Taxi Teheran”.

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Recensione “Il passato” (“Le passé”, 2013)

Dopo aver vinto praticamente tutto con il precedente “Una separazione”, Asghar Farhadi torna a trattare il tema del rapporto di coppia inserendo i suoi protagonisti in una Parigi lontana da ogni cliché. Forse è vero che il passato è una storia che ci raccontiamo, fatto sta che il passato raccontato dal regista iraniano è un meraviglioso dramma familiare, in cui bisogna superare le paure e le insicurezze che ci portiamo dietro nel tempo per riuscire a vivere il nostro presente. Interpretato da un magnifico trio di attori, Berenice Bejo (che grazie a questo film ha ottenuto il premio come migliore attrice al Festival di Cannes), Tahar Rahim (lo staordinario protagonista de “Il profeta” di Audiard) e l’iraniano Ali Mosaffa, il film riesce a rendere credibile ogni sfumatura, ogni dialogo, ogni singola espressione del viso: è talmente facile lasciarsi coinvolgere che quasi ci dispiace dover lasciare il cinema al termine della pellicola.

Quattro anni dopo la separazione dalla moglie francese Marie, l’iraniano Ahmad torna a Parigi per portare a termine, su richiesta di lei, le procedure per il divorzio. Marie ha un nuovo compagno adesso, Samir, causa della conflittualità tra la stessa Marie e sua figlia maggiore, Lucie. Ahmad, accolto in casa dalla sua ormai ex-moglie, si sforza per migliorare il rapporto tra Marie e la sua figliastra, finendo così per svelare lentamente quelle parole mai dette, che cambieranno per tutti la concezione del passato.

Con il trasferimento in Europa cambia anche lo stile di Farhadi: il suo talento nel raccontare tra le righe del film la società iraniana (pensando a “Una separazione”, ma soprattutto al precedente “About Elly”) stavolta viene soppiantato da un modo di espressione diretto, in cui la società francese non è neanche sfiorata (giustamente tra l’altro, trattandosi di un Paese che il regista non conosce). Ma soprattutto il suo non-detto è sostituito da una lunga serie di dialoghi, in cui tutti hanno bisogno di parlare, di raccontare, di confessarsi. Attraverso le parole di Ahmad gli altri personaggi del film trovano la forza di abbandonare i demoni del passato, di parlare, di andare avanti, o meglio, ricominciare. Che ne sarà di loro? È quello che tutti vorremmo sapere e che non sapremo mai. Tutto ciò che sappiamo è che avranno un futuro forse più giusto, forse migliore. …E che non tutto ciò che è lasciato è perso.

Recensione “The Hunter” (“Shekarchi”, 2010)

Un film duplice, ambiguo, spezzato, come il suo protagonista, come i suoi personaggi: l’ambivalenza della personalità umana, l’ambiguità dei nostri destini, che ci portano ad essere talvolta prede, talvolta cacciatori (come da titolo). Lo stesso regista Rafi Pitts è stato costretto a sdoppiarsi, finendo dall’altra parte della macchina da presa, e dando le sue sembianze ad Alì, il protagonista della vicenda (l’attore scelto per la parte infatti non si è presentato alle riprese, costringendo il regista ad interpretare il ruolo principale).

Appena uscito dal carcere, Alì vuole dedicare il suo tempo alla bella moglie e alla sua bambina. Durante uno scontro tra manifestanti ribelli e poliziotti, la donna resta uccisa e la figlia sembra sparita. Alì, in una maschera di dolorosa indifferenza, si lancia alla ricerca della sua bambina, fino a scoprirla morta. È qui che l’uomo perde la sua razionalità, sparando e uccidendo due poliziotti dalla cima di una collina. Comincia così una caccia all’uomo che rivelerà la sottile ambivalenza della natura umana.

Pitts spezza il suo film in due parti ben distinte: la prima in cui Alì è il cacciatore del titolo, in cui l’uomo si muove all’interno di una cornice ben delineata dalle splendide inquadrature fisse del regista, quasi costipato all’interno di uno spazio circoscritto. Il regista illumina Alì con le luci fredde delle insegne dei negozi, dei lampioni o dei fanali delle automobili: quel caotico traffico urbano di Teheran fin troppo simile ai tumulti interiori del protagonista, che nella seconda parte del film si perde nel ruolo di preda in balia di due poliziotti inizialmente definiti da personalità ben distinte. La lunga sequenza finale nel bosco cambia totalmente i connotati del film, l’uso della camera a mano si distingue da tutto ciò che avevamo visto fino a quel momento, spiazzando non poco lo spettatore con un finale freddo e desolante in cui i ruoli dei personaggi sono continuamente messi in discussione, come le varie sfaccettature dell’animo umano.

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Recensione “About Elly” (“Darbārehye Elly”, 2009)

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Sembrerebbe un controsenso, ma il cinema iraniano, soffocato da un governo che addirittura arresta i registi scomodi (ne è la dimostrazione il caso di Jafar Panahi, che ha commosso Cannes), sembra avere molta più vitalità del cinema italiano, anch’esso soffocato dalle forbici del governo, ma al momento assopito su un livello di mediocrità dal quale si stagliano rare eccezioni. Dopo l’emozionante discesa nella controcultura musicale di Teheran, raccontata nell’ottimo “I Gatti Persiani”, la faccia libera dell’Iran regala un’altra perla della sua cinematografia recente, grazie ad una storia di vita quotidiana dietro la quale è però celata la condizione di un Paese costretto a rigare dritto, dove c’è una reputazione da rispettare, dove la bugia è una risorsa oltre che una scappatoia.

Dopo anni di vita in Germania e fresco di divorzio con una donna tedesca, Ahmad torna in Iran per qualche giorno. I suoi vecchi amici organizzano così un weekend al mare, un’occasione per stare tutti insieme, lontani dal traffico e dalla vita frenetica di Teheran. La bella e vitale Sepideh invita alla rimpatriata anche la maestra delle sue bambine, la giovane Elly, al fine di far conoscere ad Ahmad una ragazza iraniana e magari cominciare una relazione con lei. Elly si trova così al centro della gioiosa attenzione del gruppo, viene apprezzata da tutti, ma l’atmosfera di festa viene interrotta bruscamente: in seguito ad un incidente Elly sparisce misteriosamente. L’angoscia prende piede tra le onde del mare: Elly è morta in acqua, o è semplicemente tornata in fretta e furia a Teheran, senza dire nulla? Emerge lentamente ciò che è davvero successo, mostrando il lato più duro della verità.

Ecco un film bellissimo, che sa raccontare la condizione di un Paese attraverso la realtà di un gruppo di amici, all’apparenza allegro e scanzonato. Chi sa leggere tra le righe, o tra le onde del mare, vi troverà emozioni e mille sfumature: amicizia, amore, allegria, angoscia, pericolo, paura, commozione. In poche parole, la vita.

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