Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 3

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Sono tornato a casa da poco, dopo 14 ore passate all’Auditorium. Parlare di cinema dopo aver concluso la giornata con il documentario di Michael Moore è un po’ complicato, farlo in maniera leggera come provo sempre a fare io in questo caso diventa ancora più difficile. Ci proveremo: il sabato tradizionalmente è il primo giorno bellissimo di Festival: la sveglia alle 7, dopo averla già testata nei due giorni precedenti, fa un po’ meno paura. L’odore di pane del forno sotto casa pervade il cortile del palazzo. Attraversare Roma in macchina, nel deserto del sabato mattina, è meraviglioso: la mia Bobby Jean rossa scivola spedita sul Lungotevere come la barchetta di Georgie all’inizio di “It”, il sole bacia Castel Sant’Angelo e l’Ara Pacis, il parcheggio è là che mi aspetta. Tutto fa presagire che si tratterà di una giornata bellissima.

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Recensione “Elle” (2016)

Si sentono delle urla su schermo nero. Subito dopo compare l’immagine di una donna sdraiata per terra, aggredita da un individuo con il volto coperto. La scena è quella di una violenza sessuale. L’uomo si dà quindi alla fuga e la donna si rimette lentamente in piedi per mettere a posto e pulire il disordine causato dall’aggressione. Questa è la prima scena del film ed è davvero molto potente. Il nuovo film di Paul Verhoeven, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero, è un racconto torbido e ambiguo, ricco di suspense, che mantiene alto l’interesse almeno fino all’inizio dell’ultimo atto, quando sappiamo chi si cela dietro le aggressioni e i messaggi anonimi: è lì che il film cambia tono e fa un passo indietro, dimostrando che funziona molto meglio come thriller che come pellicola drammatica.

Michèle è una donna dal passato famigliare terribile e dal carattere forte: gestisce con grande autorità la sua vita, le sue relazioni e la società di videogiochi che controlla. Nel momento in cui subisce un’aggressione tra le mura domestiche, la donna, sempre imperturbabile, comincia a indagare nel tentativo di ritrovare l’uomo che l’ha violentata, lo stesso uomo che continua a seguirla e che le manda disgustosi messaggi anonimi.

Isabelle Huppert giganteggia in questo thriller psicologico che avanza a fuoco lento e si avvolge di un’atmosfera di ambiguità che rende la visione a tratti faticosa, ma che al tempo stesso affascina e ci fa domandare: fino a dove è disposta ad arrivare Michèle? Paul Verhoeven si conferma un maestro nel creare atmosfere ricche di imprevidibilità e tensione, senza mai nascondersi dietro alle regole del genere cinematografico, portando le sue immagini e i suoi personaggi sempre un passo oltre il limite, giocando sul labile equilibrio tra fascinazione e pericolo.

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Recensione “Il condominio dei cuori infranti” (“Asphalte”, 2015)

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Sei solitudini, ognuna diversa a suo modo, si incontrano (a coppie): Samuel Benchetrit mette in scena l’assurda teatralità della vita, dove ogni individuo è un’isola in attesa di un naufrago. Attraverso un anonimo condominio di una qualunque periferia francese, il film racconta la banlieue allontanandosi dai cliché tipici del genere, concentrandosi sul lato umano di sei personaggi in cerca d’autore. Il film simbolo sulla periferia francese, totalmente differente da questo di Benchetrit, in una sua celebre frase diceva: “L’importante non è la caduta, ma l’atterraggio”: In queste cronache dell’asfalto (così si chiama il libro dello stesso regista dal quale è stato tratto il film) sembra che l’importante sia invece rialzarsi dopo una caduta, che sia dal cielo, da una sedia a rotelle o dal palcoscenico.

Un uomo solitario si improvvisa fotografo giramondo per conquistare una timida infermiera di notte. Un adolescente annoiato e senza stimoli convince una celebre attrice caduta nel dimenticatoio ad ottenere il ruolo del suo rilancio. Un astronauta americano atterra per caso sul tetto del condominio e viene accudito da una gentile signora araba rimasta sola dopo l’incarcerazione del figlio.

Si ride, si ha voglia di abbracciare queste persone incontrate sullo schermo, ma che potrebbero essere, chi più, chi meno, nostri vicini di casa. E poco importa se vi sto scrivendo dalla Garbatella, a Roma, e vi parlo di una qualunque periferia della Francia (il film è girato in Alsazia): la solidarietà tra persone vicine, la voglia di rialzarsi dopo una caduta è uguale in qualunque angolo del pianeta. Sono i silenzi a dominare la scena, gli sguardi, timidi o coraggiosi, i tentativi di superare le incomprensioni e gli ostacoli, che siano linguistici, generazionali o caratteriali. Sei solitudini autentiche e malinconiche, che per un attimo troveranno la scintilla per sentirsi meno abbandonate: perché niente è più confortante del calore umano. Un piccolo gioiello.

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