Capitolo 218

Dov’è finito gennaio? Volato, sparito così, prima che si potesse dire “crostata di mirtilli”. Eccoci a febbraio, con un capitolo non proprio ricco di titoli ma ricchissimo di qualità. Tra l’altro ho notato che dal 25 dicembre al 12 gennaio non ho visto film. Casualmente il 26 dicembre avevo cominciato il rewatch di “Lost”: un caso? Io non credo. Isola a parte, è il cinema  a dare le soddisfazioni più belle di gennaio, guardate un po’ quanta meraviglia.

Silence (2016): Dopo aver visto questo film ho capito che Dio probabilmente esiste e si chiama Martin Scorsese. Un film totalmente diverso da ciò che normalmente associamo al regista newyorkese, un’opera ambiziosa ma al tempo stesso capace di coinvolgere per le sue tre ore nonostante l’avessi visto alle 22.30 con poche ore di sonno sulle spalle. Secondo me aver superato questo test dice già tutto. Gli si può forse rimproverare un finale eccessivamente lungo, ma se a girarlo è Scorsese, chi se ne importa?

La La Land (2016): Tutti ne parlano, tutti lo vogliono, tutti lo amano (beh, non proprio tutti forse). L’ho visto due volte, una in proiezione stampa e l’altra al cinema. La seconda volta è probabilmente ancora più bello. Io non amo i musical (a parte quelli fatti davvero bene, ché se ami il cinema non puoi non amare certi capolavori) e si è già detto che quello di Chazelle è il musical per chi non gradisce il genere, ma io penso che questa sia una cazzata. Ad ogni modo l’ho trovato un film meraviglioso: non solo perché non ho mai pianto così in vita mia davanti a un film (non è una frase di circostanza, è esattamente così), ma anche perché riesce ad unire la malinconia di Woody Allen, il romanticismo tragico di “Casablanca” e quel peso esistenziale che chiunque abbia delle ambizioni artistiche avrà provato (o sta provando) in vita sua. Merita tutto ciò che di buono è stato detto e le canzoni poi ti restano incollate sulla pelle. Solo il tempo ci dirà se è davvero un capolavoro, ma un euro io me lo gioco.

Another Earth (2011): Fantascienza d’autore. Era nella mia Top 20 del 2012, ma l’avevo visto una sola volta. Ogni tanto certi bei film meritano un rewatch, a distanza di anni magari, per farci cogliere in un altro momento della nostra vita e vedere che cosa certe storie hanno ancora da comunicarci. Funziona sempre, e la scena del collegamento con Terra2 continua, a distanza di anni, a mettermi i brividi.

Arrival (2016): Ancora fantascienza d’autore, un genere che amo moltissimo. Dovete sapere che uno dei più grandi sogni della mia vita è avere una qualche forma di comunicazione con gli extraterrestri. Tipo l’utopia della mia vita, una cosa che se mai dovesse succedere piangerei di meraviglia per settimane. Ecco, con queste premesse sono andato a vedere il film di Villeneuve, regista che amo, oltre a portare in sala un livello di aspettative clamoroso. Il film mi è piaciuto, molto, ma non mi sono fomentato. So che non è una buona base per commentare un film, ma io volevo proprio alzarmi in piedi e urlare di gioia, e tutto ciò non è successo, quindi ci sono rimasto male. Bellissimo comunque (e qualcuno mi deve spiegare perché Amy Adams non è stata candidata agli Oscar).

Jackie (2016): Altro grandissimo regista, Pablo Larrain, al suo primo film in lingua inglese. Splendido. Finalmente una storia americana raccontata da un regista straniero, che le ha tolto pomposità, autocelebrazione, patriottismo, mettendo a nudo un personaggio di straordinario interesse come la vedova Kennedy. Bellissimo l’impatto visivo: i vestiti di Jackie (ai tempi punto di riferimento per la moda e il buon gusto) sporchi del sangue del marito appena ucciso. Natalie Portman è pazzesca (anche se, amore mio perdonami, a questo giro tifo per Emma Stone). Uno dei film più belli dell’anno.

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Recensione “Jackie” (2016)

Sono fermamente convinto che “Jackie” non sarebbe stato un film così importante se a girarlo fosse stato un regista statunitense. Immagino che lo avrebbe riempito di retorica, di pomposa auto-celebrazione, di bandiere stellestrisce. Così non è, e il merito è senza dubbio di Pablo Larrain, il più grande autore cileno probabilmente di sempre, al suo primo film in lingua inglese. Il primo, evidente, pregio del film è proprio questo: far raccontare una storia statunitense a un regista straniero. Il secondo pregio, ancor più netto, è affidare il ruolo di protagonista a Natalie Portman, che regge tutto il peso della pellicola sulle sue spalle, sui suoi occhi, sui movimenti del suo viso. Bastano questi due fattori a fare la differenza tra un buon film e uno splendido film.

Attraverso un’intervista che vorrebbe rendere giustizia alla figura di John F. Kennedy, sua moglie Jacqueline, per tutti Jackie, racconta la sua versione dei fatti che nel novembre del 1963 sconvolsero un Paese intero e che posero su questa donna gli occhi di tutto il mondo. JFK muore tra le braccia di sua moglie: in quel momento e nei giorni immediatamente successivi Jackie deve tirar fuori tutta la sua forza interiore per non soccombere. C’è da organizzare un funerale, abbandonare un’abitazione che aveva contribuito a far risorgere, sostenere due bambini che hanno appena perso il padre, dare conforto ad una intera nazione che fino ad allora la vedeva semplicemente come un’icona di buongusto per l’arte, l’arredamento, la moda. Jackie deve sobbarcarsi il lutto di un popolo e restituire il nome di suo marito alla leggenda.

Larrain non vuole raccontare l’America di quel periodo né il caso Kennedy: il regista cileno è un grande narratore di umanità, come dimostrano le sue opere precedenti. Qui l’importanza dei personaggi serve soltanto ad amplificare le emozioni di una donna che ha perso il marito: ogni sua decisione servirà così a costruire l’eredità storica del Presidente (significativo in tal senso il confronto con altri due presidenti assassinati, il cui nome risulta sconosciuto, e con Lincoln, alla cui leggenda sembra aver contribuito anche un funerale fuori dall’ordinario). Una storia sulla perdita, che sia della fede o di una persona amata, ma anche sulla dignità di chi non può permettersi di farsi sconvolgere dal dolore. La storia di una regina senza corona, che in un colpo solo perse trono e marito. Da vedere.

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