Recensione “I Fratelli Sisters” (“The Sisters Brothers”, 2018)

Nel buio di una notte senza luna la voce di Joaquin Phoenix sferza l’oscurità. Subito dopo la scena è squarciata dal bagliore aggressivo del fuoco degli spari. Bastano pochi secondi a Jacques Audiard per introdurci i protagonisti della storia, i due fratelli Sisters del titolo, uno violento e impulsivo, l’altro riflessivo e sognatore, ma entrambi piuttosto pericolosi. La miniera d’oro del cinema western trova linfa vitale in questa nuova pellicola, la prima in lingua inglese per Audiard, vincitore del Leone d’argento per la migliore regia alla Mostra di Venezia dello scorso anno.

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Recensione “A Beautiful Day” (“You Were Never Really Here”, 2017)

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Il nuovo film di Lynne Ramsay si presenta in Italia con un biglietto da visita niente male: due premi a Cannes per il miglior attore e la migliore sceneggiatura, ma soprattutto l’incoronazione del “Times” che lo ha definito il Taxi Driver del 21° secolo. Con un fardello simile sulle spalle, “A beautiful day” arriva con un immenso carico di aspettative, motivo per cui chi si aspetta il capolavoro potrebbe rimanere deluso. Si tratta ad ogni modo di un film decisamente ben realizzato, di ottima fattura, con un Joaquin Phoenix gigantesco (a livello di stazza e di interpretazione).

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Recensione “Lei” (“Her”, 2013)

Se “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” è stata la miglior storia d’amore degli anni 2000, “Her” di Spike Jonze si candida seriamente ad essere una delle migliori (se non la migliore) di questo decennio: “L’amore è una specie di pazzia socialmente accettata”, afferma uno dei personaggi del film, e il punto è che tutto ciò suona talmente vero, talmente reale da poterci credere profondamente. Dopotutto, in una società in cui lo smartphone e i social network sembrano il centro di gravità delle relazioni umane, è davvero così strano pensare ad un futuro in cui finiremo per innamorarci del sistema operativo del nostro computer? Spike Jonze racconta la sua versione del futuro a tinte pastello, in cui solitudine e malinconia procedono di pari passo nel cammino verso il crepaccio dei ricordi. Se però è vero che “il passato è solo una storia che ci raccontiamo”, il futuro è qualcosa di talmente indefinito che da un lato ci affascina, dall’altro ci spaventa.

Theodore si è lasciato con sua moglie, ma non riesce a firmare le carte per il divorzio. La sua vita va avanti tra il lavoro (scrive deliziose lettere d’amore su commissione) e le canzoni malinconiche che accompagnano il suo ritorno a casa. L’uscita di un nuovo sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale cambierà i suoi giorni: Samantha, la voce del suo computer, è al tempo stesso segretaria, confidente, amica, compagna di giochi, fino a diventare la sua amante. Theodore comincia così una storia d’amore con il suo sistema operativo: per entrambi sarà l’occasione di sondare le profondità dell’animo umano e le migliaia di sfumature di ciò che li circonda.

Se il cinema ci ha raccontato il futuro in centinaia di versioni differenti, il futuro – non così remoto – in cui si muovono i personaggi di “Her” sembra essere il più credibile mai visto sullo schermo. Spike Jonze sfrutta la straordinaria versatilità di Joaquin Phoenix per descrivere gli alti e bassi di una storia d’amore reale per quanto assurda; credibile, possibile, ma al tempo stesso utopica. Scarlett Johansson è invece la voce di Samantha, talmente intensa, divertita, sofferta, in una parola, reale, da essere premiata al Festival di Roma come migliore attrice. A completare l’opera ci ha pensato la magnifica fotografia di Hoyte Van Hoytema, e una delle migliori colonne sonore dell’anno, firmata da Arcade Fire e Karen O (“The Moon Song” è destinata ad essere una delle canzoni più belle di questo decennio cinematografico). Ecco cosa succede quando una storia d’amore incontra un talento visionario e geniale come quello di Spike Jonze: non abbiate paura ad abusare del termine “capolavoro”, perché probabilmente è di questo che si tratta.

Recensione “C’era una volta a New York” (“The Immigrant”, 2013)

L’ultimo film di James Gray si apre con la Statua della Libertà, il cielo grigio e cupo di una New York fuori dal tempo. La scena si sposta poi a Ellis Island, luogo carico di fascino e storia, turning point di destini e speranze. Siamo negli anni 20: James Gray, il cui nonno approdò dalla Russia proprio ad Ellis Island per cominciare una nuova vita negli Stati Uniti, recupera dagli archivi di famiglia fotografie, atmosfere e racconti, trasformando il passato della sua famiglia in un film lineare, ben realizzato, al quale non manca davvero nulla: una storia interessante, attori meravigliosi, atmosfere suggestive.

Dopo un lungo viaggio in nave dalla Polonia, Ewa e sua sorella Magda riescono finalmente ad arrivare a New York, per ricominciare a vivere dopo i dolori della Grande Guerra. Le due sorelle vengono però immediatamente separate: Magda viene messa in quarantena a causa delle sue condizioni di salute, Ewa invece viene introdotta clandestinamente da un affascinante impresario, Bruno Weiss. Sola e impaurita in una Manhattan colma di insidie, Ewa viene convinta a prostituirsi per riuscire a mettere insieme i soldi necessari a curare e quindi ritrovare sua sorella. Ma i pericoli sono ovunque: la polizia, pronta ad espellere la ragazza dagli Stati Uniti, lo stesso Bruno, salvatore e sfruttatore, geloso della presenza di un cugino ammaliante e pieno di attenzioni. Il dramma è dietro l’angolo.

Da una parte Joaquin Phoenix, come sempre impetuoso sulla scena, dall’altra parte Jeremy Renner, elegante e disinvolto. Entrambi vengono quasi messi in ombra dalla strepitosa interpretazione di una sontuosa Marion Cotillard, espressiva in ogni singola sfumatura del suo viso, in ogni sguardo, in ogni silenzio. Un trio perfettamente assortito, la vera fortuna della pellicola, che senza di loro sarebbe forse una semplice storia di immigrazione. Ma è qualcosa di più: attori a parte, degna di nota la bellissima fotografia di Darius Khondji, che sembra si sia ispirato ai dipinti di George Bellows (pittore grandioso, andate a cercarvi le sue opere) per trovare la giusta luce in cui avvolgere il film. James Gray da parte sua segue i suoi personaggi in maniera precisa, quasi nasconde la macchina da presa, e lascia che siano loro le principali attrazioni di questo circo del destino. Il sogno americano non è mai stato così doloroso, o forse sì?

Festival di Roma 2013 (Giorno 3): Joaquin Phoenix protagonista assoluto

Quanto ci piace il Festival quest’anno! Oggi è stata probabilmente la giornata più attesa, con l’arrivo all’Auditorium di Spike Jonze, Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson, regista e protagonisti del bellissimo “Her”, romantico, malinconico, sincero. Se ieri stavamo tutti dicendo che “Dallas Buyers Club” era il favorito per la vittoria finale, oggi c’è un nuovo grande nome. Il film di Jonze ha strappato lacrime e applausi, e probabilmente entrerà nella storia del Festival grazie ad una delle conferenze stampa più memorabili della storia della rassegna romana (ma di questo vi parlerò tra poco). Nel futuro iper-tecnologico di “Her” l’introverso Theodore non riesce ad accettare il divorzio dalla moglie che ama. Il nuovo sistema operativo del suo computer, Samantha (la voce è di Scarlett Johansson), lo ascolta e lo consiglia. I due, assurdo a dirsi, si innamorano. Nella testa e nelle idee di Spike Jonze c’è tutta la magia del cinema, gli applausi non solo sono più che meritati, ma addirittura doverosi. Da segnalare inoltre una colonna sonora indie dove, ad orecchio, ho avuto l’impressione di riconoscere anche gli Arcade Fire (per cui Jonze ha diretto alcuni video all’epoca dello splendido “The Suburbs”). La conferenza stampa, come dicevo, è stata memorabile: come previsto Scarlett Johansson si è presentata solo in serata per il red carpet, lasciando a Jonze, Phoenix e all’attrice Rooney Mara il compito di rispondere alle domande dei giornalisti. Ore 15.15, inizio del Joaquin Phoenix show. L’attore statunitense, da sempre un po’ sopra le righe, ride continuamente, scherza, si accende una sigaretta, non risponde alle domande borbottando una serie di sorridenti “fuck!”, chiama l’applauso del pubblico e dà l’impressione di divertirsi da matti. Noi abbiamo riso a crepapelle: “è valso la pena perdersi il primo tempo di Roma-Sassuolo”, dice qualcuno (ok, va bene lo ammetto, l’ho detto io). Da aggiungere che il nostro amato Phoenix si è poi presentato sul tappeto rosso in smoking e Converse All Star ai piedi. Idolo.

Ma la giornata non è finita qui. La grande sorpresa del Festival è il nuovo film dei Manetti Bros, “Song e’ Napule”, probabilmente il miglior film realizzato dai fratelli registi in tanti anni di onorata carriera. Il vero colpo di genio del Festival: spassoso, appassionante, il tanto atteso ritorno del “poliziottesco all’italiana”. In una Napoli un po’ grigia ma sempre rumorosa il talentuoso pianista Paco Stillo accetta un comodo lavoro in polizia. Ben presto il suo talento verrà però usato dal commissario per infiltrare il giovane pianista nella band del cantante neomelodico Lollo Love: il gruppo si esibirà in un matrimonio al quale parteciperà l’introvabile latitante della camorra Ciro Serracane. Risate a non finire, una Napoli reale e al tempo stesso assurda. Un applauso ai Manetti, gli unici in Italia ad avere il coraggio di proporre un cinema di genere, divertendo e divertendosi. Da non perdere.

Andiamo avanti: oggi è stata anche la giornata di “Metegol”, il nuovo film di Juan Josè Campanella. Davvero curioso vedere il regista del premio Oscar “Il segreto dei suoi occhi” alle prese con un film d’animazione per i più piccoli, ma l’argentino ha colpito ancora nel segno. “Metegol” si apre con una splendida citazione di “2001 Odissea nello Spazio”, in cui le scimmie preistoriche inventano il calcio giocando con il teschio di un animale. Nello stacco tra teschio e pallone arriviamo ai giorni nostri, in cui un padre racconta al proprio figlio la storia della sua cittadina. Nel film di Campanella tutto è possibile: i calciatori di un vecchio calciobalilla (Metegol, appunto, in spagnolo) prendono vita per salvare il paese da un calciatore ricco e vendicativo, che vuole raderlo al suolo per chiudere i conti con una sconfitta subita da bambino. Che bello ascoltare le risate dei più piccoli durante la proiezione, rovinata a mio parere dal 3D (i sottotitoli non sfruttavano la stessa tecnologia, il risultato è che i miei occhi stanno ancora chiedendo pietà).

Per il resto oggi sono stati presentati altri due film in concorso: il brasiliano “Entre nos” di Paulo e Pedro Morelli (definito “una legnata” da più di un collega) e la supercazzola portoghese “A vida invisivel”, di Victor Gonçalves. Per quanto riguarda Alice è arrivato a Roma il documentario realizzato da Marc Silver e Gael Garcia Bernal, “Who is Dayani Cristal?”, di cui abbiamo parlato meglio in questa recensione. E domani? Domani è un altro giorno, ora lasciatemi riposare un po’.

Spike Jonze e Joaquin Phoenix

Rooney Mara e Joaquin Phoenix

Joaquin Phoenix

Capitolo 185

Era un bel po’ di tempo che non si verificava un capitolo così intenso a livello di sala cinematografica. Due proiezioni stampa e ben quattro film visti in sala, un bel modo per avvicinarmi al mio compleanno di domani. Quando entro al cinema mi siedo sempre in fondo, ultima fila, e quando le luci si spengono guardo le teste delle persone davanti a me, di fronte a questo luminoso schermo bianco. A questo punto rifletto per qualche secondo su quanto sia incredibile l’invenzione del cinema. Lo so, a volte mi soffermo sulle banalità, ma trovo ancora il piacere di meravigliarmi.

Pietà (2012): Più che il titolo di un film, una richiesta a Kim Ki Duk. Vincitore di Venezia, il regista coreano è uno di quelli che ho sempre amato, ai quali ho sempre voluto bene, ma questo film è svogliatissimo. Il tema della vendetta è trito e ritrito, e poi la Corea grazie a Park Chan Wook su questo argomento ha prodotto una certa trilogia di ben altro spessore. Deludente, mi sono annoiato terribilmente.

Amour (2012): Eccone un altro. Haneke, un regista che amo pazzamente. Dopo “Il nastro bianco” ho aspettato con ansia l’uscita di questo film e puntualmente mi sono stancato di vederlo dopo neanche venti minuti. Prevedibile, terribilmente prevedibile, inevitabile, ordinario. Una storia d’amore, dice il titolo, ma più che emozionarsi per l’amore del magnifico Trintignant, si prova pena, e si sbadiglia. Certo, piazzare l’anteprima stampa di un film del genere di mattina presto non ha sicuramente aiutato. Nel giro di una ventina d’ore sono riuscito a rompermi le scatole con i due film vincitori di Venezia e Cannes. Cosa mi sta succedendo?

On the road (2012): Se dimenticate Kerouac, è un film in fondo piacevole. Però dovete dimenticare il libro, dimenticare l’immensa e faticosissima opera di riferimento. Buone alcune sequenze di viaggio così come è piuttosto buono il ritmo: mancano forse attori all’altezza del grande compito, e inoltre si esagera fin troppo con le libertà sessuali dei protagonisti (per quanto non sia spiacevole ammirare Kristen Stewart in uno di quei film in cui è davvero bellissima). Un po’ troppa sregolatezza e un po’ troppo poca caratterizzazione, troppi viaggi esteriori e pochi viaggi interiori, nella psicologia dei personaggi. Tutto sommato piacevole, fa venire fame di strada.

Padroni di casa (2012): Bellissima sorpresa. Elio Germano e Valerio Mastandrea sono sempre un buon motivo per pagare il biglietto del cinema, soprattutto adesso che sono insieme nello stesso film. Parte con leggerezza e lentamente precipita nel dramma, con un eco al “Cane di Paglia” di Peckinpah, e un omaggio a “MASH” di Altman (con la canzone “Suicide is painless”, anche se preferisco la cover dei miei amati Manic Street Preachers). Un film al di fuori di ogni genere, una pellicola italiana che ha il coraggio di uscire dai soliti schemi. Bravissimo Gabbriellini, avanti così!

Killer Joe (2012): Mi aspettavo tanto da questo film di Friedkin, già regista de “L’esorcista” e de “Il braccio violento della legge”. Sono rimasto un po’ deluso, ma non tanto dal film in sé, quanto dai personaggi del film: non c’è una sola figura positiva, sono tutti dannatamente bastardi, tormentati, pazzi, cattivi. Ecco, sono tutti cattivi ed è proprio questo il punto: è un film cattivo, che vuole trattare male lo spettatore, e lo lascia infine andar via con una sensazione sgradevole addosso.

I’m still here (2010): Geniale. Davvero geniale. Uno dei film più pazzi e assurdi che abbia visto negli ultimi anni. Joaquin Phoenix annuncia clamorosamente il suo ritiro dal cinema per darsi all’hip hop, e Casey Affleck riprende passo dopo passo la distruzione dell’immagine pubblica da parte di un attore all’apice del successo. Si trattava di una burla, ma erano soltanto loro due a saperlo. Joaquin Phoenix praticamente ha continuato ad indossare i panni del suo personaggio anche nella vita privata, in ogni occasione pubblica, fino all’indimenticabile partecipazione al David Letterman Show, dove ha volutamente toccato il fondo della sua carriera. Un mockumentary totalmente pazzo, dove l’accoppiata Phoenix-Affleck prende in giro alla grande un’industria, una società, un Paese intero. Ripeto, geniale.

pubblicato su Livecity

Recensione “Walk the line – Quando l’amore brucia l’anima” (“Walk the line”, 2005)

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«John, non puoi mettere quella camicia, è nera, sembri uno che va a un funerale» «Forse è così». Nasce in questo modo la storia del cosiddetto “uomo in nero”, colui che in apertura dei suoi concerti sussurrava al microfono «Hello, I’m Johnny Cash»: tutto ciò che la sua gente aveva bisogno di sentire. Johnny Cash, una delle stelle più luminose del firmamento musicale mondiale, padre della musica country, emerso da Memphis gomito a gomito con Elvis Presley e Jerry Lee Lewis, tutta gente che ha reinventato la musica. Tuttavia non è un film sulla musica di Johnny Cash, ma un film sulla rinascita di un uomo, un film sull’amore, quello che brucia l’anima (come da titolo italiano) e che apre gli occhi, portando a fare tanti passi indietro nella ricerca di se stessi, per il bene di entrambi. La magia riesce grazie alle straordinarie interpretazioni di Joaquin Phoenix, che riporta sullo schermo l’elettricità di Cash, e di Reese Whiterspoon (premio Oscar per lei), che ha con sé l’energia e la grinta di June Carter, oggetto del desiderio, musa e salvezza del cantautore americano.

Non è stata una vita facile quella di Johnny Cash: da bambino perde il fratello maggiore in un tragico incidente sul lavoro, il figlio preferito dal padre, che porterà i due ad un acceso conflitto mai davvero risolto. Il servizio militare lo allontana dalla famiglia e lo porta in aviazione, dove una chitarra permetterà a Cash di sfogare la sua amarezza verso il mondo esterno. Le sue sono storie di disadattati, di carcerati, di gente comune in cerca di redenzione (“Folson Prison Blues” ne è un esempio), tuttavia la sua anima lo porta a cercare successo con il gospel. Ma secondo Sam Phillips, storico produttore della Sun Records di Memphis, il gospel non vende, ed è così che il “man in black” proporrà il suo sound costante come un treno e tagliente come un rasoio, trovando il successo tanto agognato. Ma una volta in cima si è sempre sull’orlo del precipizio, e così la droga e i problemi matrimoniali con la prima moglie Vivian porteranno Cash alla disfatta, giorno dopo giorno, canzone dopo canzone, tour dopo tour, mentre intanto l’amore nei confronti di June arde sempre di più forte.

La musica è al servizio del film: i successi di Johnny Cash, reinterpretati dagli stessi attori, accompagnano le sequenze della pellicola, talvolta nascendo dalle sequenze stesse, perché nella musica dell’uomo in nero c’è la difficoltà di una vita vissuta sempre all’eccesso, con il piede a spingere il pedale dell’acceleratore anche a rischio di fondere (ed è eloquente in tal senso la scena del trattore impantanato durante il giorno del Ringraziamento). June è l’ancora di salvezza, l’amica che lo fa star bene, l’amore che lo fa star male; i duetti sul palco sono l’occasione per averla vicino, per sentirla parte di sé, e scendono i brividi quando i due si ritrovano a cantare “It Ain’t Me Babe” (meravigliosa canzone di Bob Dylan): il testo della canzone recita «non sono io quello di cui hai bisogno, non sono io quello che cerchi», ma quando la coppia intona il ritornello nei loro occhi c’è la grande contraddizione di due persone che non possono stare lontane l’una dall’altra. Quando l’amore brucia l’anima non resta dunque che lasciarsi andare ad esso, nella ricerca di se stessi, nella ricerca dell’altro, nella fusione tra musica e sentimenti, in questo caso nella miscela tra musica, sentimenti e cinema, che è ciò che serve per generare il capolavoro. «Stai tenendo questa gente sulla brace, John» afferma June in una delle scene più emozionanti del film, perché in realtà a bruciare sulla brace siamo noi: e Cash risponde a nome di tutti, con il fiato sospeso: «Sei tu che mi tieni sulla brace». E non è un caso se il cantante è scomparso nel settembre del 2003, quattro mesi dopo la morte della sua June. Un film indimenticabile, romantico e potente, su un uomo che ha raccontato per decenni la sua America, lasciandoci in eredità il grande vuoto di un artista che il mondo di oggi non riuscirebbe più a generare.

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