Recensione “Mektoub, My Love: Canto Uno” (2017)

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2 ore e 54 minuti che volano in un soffio, come un’estate carica di desiderio. Un’estate che vola via tra gli sguardi dei suoi personaggi, sui sapori dei pasti che consumano, sulle note assordanti delle musiche che ballano. Abdellatif Kechiche, dopo il meraviglioso “La vita di Adele”, si conferma ancora una volta un maestro puro che attraverso il suo cinema riesce ad immergerci profondamente nei pensieri dei personaggi: l’utilizzo costante della camera a mano, uno dei marchi di fabbrica del regista, ci trasporta tra i vicoli di Sète (paesino del sud della Francia in cui si svolge la storia) e abbiamo quasi l’impressione di sentire sulla nostra pelle la canicola estiva, gli odori della campagna o il mormorio rinfrescante del mare.

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Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)

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Ci sono alcuni film che raccontano la vita, che cercano di imitarla, di riprodurla. Ci sono però altri film, pochi a dire la verità, che sono la vita. Quello di Abdellatif Kechiche appartiene a questa categoria. Segnatevi sul calendario il 24 ottobre, perché è il giorno in cui esce in sala il più bel film dell’anno. Kechiche trova in Lea Seydoux e soprattutto in Adele Exarchopoulos due muse, due facce della stessa medaglia, due attrici meravigliose che non interpretano un personaggio, ma lo assimilano completamente. È per questo che la pellicola è così ben fatta: in tutti i suoi 179 (!!) minuti non fa mai pensare che sia finzione, non fa mai pensare ad un film. Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, quello di Kechiche sembra solo l’inizio di un racconto più grande sulla vita di Adele (evidenziato dal sottotiolo Capitolo I & II), in un certo senso allo stesso modo in cui François Truffaut ha raccontato la vita di Antoine Doinel.

Adele frequenta il liceo e passa le giornate con le sue compagne di classe, parlano di ragazzi, si raccontano tutto, non si mollano un momento. Conosce un ragazzo e comincia a frequentarlo, ma nei suoi sogni e nei suoi pensieri compare una misteriosa ragazza dai capelli blu, incrociata recentemente per strada. Le convinzioni di Adele cominciano a vacillare, e quando incontrerà nuovamente quella ragazza, Emma, conoscerà l’amore e potrà realizzarsi come donna. Gli anni passano, Adele cresce e la sua vita inevitabilmente si evolve, si involve, semplicemente cambia.

Emma e Adele sono due persone che si amano, ma prima di tutto sono due persone, con le loro ambizioni e le loro debolezze: quello di Kechiche in fin dei conti si potrebbe anche interpretare come un film sulle proprie vocazioni, sulla realizzazione, sulla lunga e impervia strada che porta alla completezza. E se la strada può essere persa durante il cammino, quella stessa strada può anche essere ritrovata, sta a noi. Trionfatore dell’ultimo Festival di Cannes, “La vita di Adele” è uno di quei film che andrebbero mandati nello spazio per raccontare agli extraterrestri qualcosa di noi, gli esseri umani, con le nostre qualità, le nostre contraddizioni, i nostri umori, gli alti e i bassi. Per il momento ci accontentiamo di vederlo al cinema, perché noi stessi abbiamo costantemente bisogno di comprenderci, di vederci raccontare, di ricordarci quanto può essere bello e al tempo stesso arduo vivere delle nostre emozioni.

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