Recensione “Juliet, Naked” (2018)

Quando si pensa a Nick Hornby la mente va automaticamente a libri come “Febbre a 90°”, “Alta Fedeltà” o “About a Boy”, tutte opere realizzate negli anni Novanta. Purtroppo quella che probabilmente è la sua migliore opera degli ultimi dieci (e forse quindici) anni non ha avuto la stessa fortuna dei romanzi già citati: sto parlando di “Tutta un’altra musica” (“Juliet, Naked” in originale), altro splendido racconto di amore e rock, che viene riproposto adesso in una pellicola di Jesse Peretz con la speranza di restituire al libro di Hornby il successo che merita.

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Recensione “The Terror” (2018)

terror

In questa calda estate (non troppo calda a dire il vero, ma pur sempre estate), cosa c’è di meglio di una serie di dieci puntate ambientata tra i ghiacci del circolo polare artico? La serie di David Kajganich, prodotta da Ridley Scott e distribuita da Amazon Prime Video, si basa sul romanzo del 2007 “La scomparsa dell’Erebus” (“The Terror”) di Dan Simmons, che a sua volta aveva tratto ispirazione dalla storia vera di una spedizione della marina britannica nelle acque del nord alla ricerca dell’allora fantomatico passaggio a nord-ovest. Le due navi sono sparite nel nulla e non sono mai state ritrovate fino a qualche anno fa, quando ormai il romanzo di Simmons era già stato pubblicato.

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Recensione “Mindhunter” (2017)

Mindhunter

Nel 1995 John Douglas, agente speciale dell’FBI, pubblica il libro autobiografico “Mindhunter” in cui descrive la sua esperienza come cacciatore di serial killer e, in particolare, come profiler. Una ventina d’anni dopo David Fincher, che raccontando storie di assassini ci ha praticamente costruito una carriera (pensate a “Seven” o “Zodiac”), realizza una serie tv basata proprio sul libro di Douglas. Ed è così che John Douglas diventa Holden Ford, un giovane agente federale che, stanco di fare il negoziatore, mette in piedi una nuova unità speciale intenta a classificare gli assassini seriali allo scopo di delineare profili psicologici, nella speranza di riuscire anche a prevedere i potenziali killer. Nasce così l’unità di Scienze Comportamentali, insieme al collega più esperto Bill Tench e alla sociologa Wendy Carr: alla base della ricerca una lunga serie di interviste ai più efferati assassini degli Stati Uniti, che porterà il gruppo in una lunga discesa nell’abisso: “Se vuoi conoscere i serial killer, devi pensare come loro”.

Se il libro, seppur interessante, a tratti dà l’impressione di essere una lunga autocelebrazione dello stesso Douglas, la serie riesce in qualche modo a convincere di più: innanzitutto è basata su personaggi fittizi, nonostante l’ottima trovata di mantenere invece reali i nomi degli assassini intervistati. In secondo luogo, piuttosto che leggere una serie di informazioni che porteranno alla cattura di questo o quel colpevole, nelle dieci puntate della prima stagione c’è un coinvolgimento maggiore per lo spettatore: non più passivo lettore di aneddoti e storie, ma un vero e proprio testimone nelle indagini e negli interrogatori. Si tratta dunque di una serie molto buona, anche se abbastanza distante dai canoni tradizionali: non c’è una vera e propria storia, quanto uno sviluppo più o meno costante di una ricerca basata su interviste e indagini. Non è per tutti, ma se il genere vi appassiona allo stesso modo degli abissi della psiche umana, allora potrebbe rivelarsi un’ottima freccia nella faretra dell’offerta Netflix.

Mindhunter

Recensione “Wild” (2014)

Questo è uno di quei film che già prima di vedere sapevo mi sarebbe piaciuto tanto. Troppe coincidenze in ballo, e troppe coincidenze si sa, fanno una prova: un regista che apprezzo (Jean-Marc Vallée), un’attrice bravissima (Reese Whiterspoon), la sceneggiatura firmata da Nick Hornby (autore di “Alta Fedeltà”, il mio libro preferito) e poi, ciliegina sulla torta, la storia di un viaggio per ritrovare se stessi. A tutto ciò va aggiunta una colonna sonora strepitosa, che spazia da Simon & Garfunkel a Bruce Springsteen, fino a Leonard Cohen e i Portishead, solo per citarne alcuni.

Tratto dal libro-diario di Cheryl Strayed, il film racconta l’incredibile viaggio percorso da questa ragazza nel 1995, quando in seguito al deragliamento della sua vita, dovuto alla droga, alla fine del suo matrimonio e soprattutto a un grave lutto, decide, senza alcuna preparazione nè esperienza, di percorrere a piedi, per oltre mille chilometri, il Pacific Crest Trail, sentiero montano che va dal confine messicano fino a quello canadese. Se è vero che per ritrovare se stessi bisogna in qualche modo perdersi, è questo che fa Cheryl, dal deserto fino alle vette innevate del suo percorso: ingaggia una sfida con i suoi limiti, ci rende partecipi della fatica, del peso del suo enorme zaino, della paura di non farcela e va avanti, un passo dopo l’altro, fino alla redenzione.

Il montaggio, sia visivo che sonoro, è un vero e proprio protagonista: il cammino della protagonista è intervallato da continui flashback e strofe di canzoni, ricreando perfettamente quei frammenti di pensieri che tutti noi abbiamo in quei momenti in cui ci troviamo a camminare soli. Le immagini del passato nascono dunque dalla sua mente, così come la colonna sonora è soffusa, bassa, lontana, evocata dai ricordi, da uno stereo o dal canticchiare di Cheryl (che in una scena chiede adddirittura sostegno a Springsteen e alla sua “Tougher than the rest”, inequivocabile firma di Hornby sulla sceneggiatura). Reese Whiterspoon ci regala forse la sua interpretazione più intensa (certamente dal punto di vista fisico), caricandosi sulle spalle non solo lo zaino di Cheryl ma anche l’intera pellicola, da lei stessa prodotta.

“Se il tuo coraggio ti è negato, va’ oltre il tuo coraggio”, diceva Emily Dickinson (e la stessa Cheryl, che più volte lungo il viaggio fa sue citazioni letterarie di vari autori): oltre il coraggio c’è la scoperta di ciò che ancora non sappiamo, delle prove che la vita ci deve ancora mettere sulla strada, fino alla consapevolezza che la strada più difficile da percorrere è proprio vivere: l’importante è avere un buon paio di scarpe.

Recensione “Saving Mr. Banks” (2013)

Dietro ogni storia, c’è sempre un’altra storia. Così come dietro un’onda del mare c’è sempre un’altra onda, o dietro un raggio di sole una fonte di luce. Allo stesso modo, dietro uno dei film Disney più leggendari di sempre, “Mary Poppins”, c’è un universo di difficoltà coperte dal velo del passato: le difficoltà d’infanzia della giovane Pamela Travers (la scrittrice del libro dal quale è stato tratto “Mary Poppins”), costretta a crescere in fretta nella campagna australiana, ma anche le difficoltà nella fase di pre-produzione del film, con la scrittrice continuamente irritata dall’atmosfera di allegria impeccabilmente confezionata dall’industria di Walt Disney. Il film di John Lee Hancock parla proprio di questo: del difficoltoso processo di produzione e scrittura di uno dei film più amati degli anni 60, o meglio, di ciò che si trovava sulle spalle della protagonista di questo stesso processo.

Da vent’anni Walt Disney sta cercando di convincere la bisbetica scrittrice P. L. Travers a cedergli i diritti per la trasposizione cinematografica del suo romanzo più celebre: “Mary Poppins”. La scrittrice non ha assolutamente intenzione di trasformare la sua creatura in un altro mattone dell’industria hollywoodiana, ma vista la sua delicata situazione finanziaria, stavolta accetta quantomeno di incontrare Disney e i suoi collaboratori a Los Angeles per leggere la sceneggiatura e assicurarsi il controllo totale sull’opera. Litigiosa, incontentabile, stravagante, austera: la signora Travers è legata ai suoi personaggi a tal punto da rendere la pre-produzione del film un inferno, ma andando a scavare nel suo passato Walt Disney scoprirà il perché.

Esclusa incredibilmente dalla corsa agli Oscar, Emma Thompson (già vincitrice due volte della statuetta) sfodera una di quelle interpretazioni che valgono una carriera. A farle da spalla, un cast di eccellenti interpreti capeggiato da Tom Hanks nei panni di Walt Disney (vanno comunque citati gli ottimi Paul Giamatti, Jason Schwartzman e Colin Farrell). Il regista Jason Lee Hancock porta sullo schermo una delle trattative più leggendarie di Hollywood, mescolando con mestiere le sue dosi di dramma (il passato australiano della protagonista) e ironia (le sequenze di Los Angeles, senza dubbio le più riuscite del film). Un paio d’ore che restituiranno ai fan di “Mary Poppins” la giusta nostalgia, e che ci lasciano con il dubbio di dover essere anche noi salvati e restituiti alla vita, come il Mr. Banks del film del 1964. Occhio ai titoli di coda, c’è una simpatica sorpresa.

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Da leggere anche: Cosa si cela dietro Saving Mr. Banks?

Recensione “Il grande Gatsby” (“The great Gatsby”, 2013)

“È inevitabilmente sconfortante guardare attraverso nuovi occhi cose alle quali abbiamo già applicato la nostra visuale”: dalle parole di Nick Carraway, emerse dalle righe del magnifico libro di Francis Scott Fitzgerald, si può già capire perché il film di Baz Luhrmann non è il capolavoro che tutti aspettavano. Dover fare i conti con un libro che tutti abbiamo letto e amato (e se non lo avete ancora fatto mi domando cosa stiate aspettando), al quale “abbiamo già applicato la nostra visuale”, crea inevitabilmente un più o meno lieve senso di delusione nello spettatore. Ma se da un lato l’impresa ambiziosa di Luhrmann può sembrare un’occasione sprecata, dall’altro la potenza della storia è talmente forte da riuscire comunque a rendere il film uno spettacolo da ammirare. Luhrmann applica il suo stile sfarzesco alle feste di casa Gatsby, ad una New York piena di soldi, jazz e apparenze, in cui è l’ombra di un’illusione (che talvolta si può confondere con il sogno) la forza motrice dei suoi personaggi.

Nick Carraway, un giovane conformista e puritano del Midwest, si trasferisce a Long Island per cercare fortuna a Wall Street. Qui resta affascinato dallo stile di vita del suo vicino di casa, il misterioso signor Gatsby, di cui tutti parlano molto ma di cui nessuno conosce il passato. Dopo aver stretto una sincera ed ammirata amicizia con lui, Nick si ritrova ad essere testimone e tesoriere delle sue verità, dei suoi segreti, dei suoi sogni, del suo grande amore per Daisy. Luhrmann dà il meglio di sé nelle scene di festa, ricreando il suo Moulin Rouge in versione stellestrisce, mostrando “entusiastici incontri tra gente che non si conosceva neanche di nome”, ma lascia tutto in superficie, senza entrare mai davvero nella profondità dei suoi magnifici personaggi, oltre a bruciare malamente una delle sequenze più toccanti e commoventi del libro, e questo è forse il peccato più grande del film (oltre all’inutilità del 3D). L’ultima fatica di Luhrmann merita comunque la visione, anche solo per la sua capacità del regista di riarrangiare a modo suo la caleidoscopica New York di quegli anni ruggenti.

Di Caprio è l’attore ideale per un personaggio così pieno di contraddizioni e al tempo stesso così rassicurante, sembrerebbe quasi che lo scrittore abbia creato Gatsby pensando a lui. Il Gatsby di Fitzgerald è un eroe romantico, che è solo anche quando è circondato da migliaia di persone. È il sogno americano che si attorciglia su se stesso, che cede all’illusione di una luce verde. In fondo tutti probabilmente abbiamo avuto qualcosa là in fondo che ci sembrava di poter toccare con mano e che poi abbiamo perso: “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… E una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

pubblicato su Livecity

Fuori dalla caverna

Ho il piacere di presentarvi la raccolta dei miei appunti di viaggio, rivisti, ampliati, riordinati e corretti, in un libro edito da Youcanprint, dal titolo “Fuori dalla caverna”: una raccolta in cui gli aneddoti e le osservazioni spaziano da Roma a Parigi, fino al Sudamerica, passando per Bruxelles, Amsterdam, Dublino, Berlino, New York e molte altre città. Un viaggio tra pagine di ricordi e sorrisi, sguardi malinconici al passato, risposte e speranze per il futuro. Una storia che tocca temi comuni a tutti i ragazzi della nostra generazione: è l’avventura di un trentenne alle prese con la vita, l’amore, la società in cui vive, il tempo che passa. Il tutto costellato da costanti riferimenti alle sue passioni: il cinema, la musica, la letteratura, la fotografia. “Fuori dalla caverna” è un vero e proprio viaggio su carta: un viaggio romantico e appassionato, dove Roma è una moglie, Parigi un’amante, il mondo una casa; anche perché “viaggiare non significa allontanarsi da casa, ma trovarne continuamente di nuove”. Ed è così che da un primo, piccolo viaggio da solo gli orizzonti del protagonista, ancora piuttosto ingenuo e inesperto, si aprono a tal punto da renderlo un viaggiatore più navigato, in questa vita piena di incertezze e di instabilità, sentimentali e professionali, in cui è l’amore per le piccole meraviglie sparse qua e là intorno a noi il vero segreto della felicità.

Il libro si può ordinare in quasi tutte le librerie d’Italia (QUI l’elenco completo), oppure sui principali negozi online, tra cui La Feltrinelli, IBS, Amazon, Unilibro, Deastore (che spedisce gratis in tutto il mondo!). Se siete interessati a seguire questo ed altri progetti, oppure semplicemente vedere qualche foto, potete seguirmi sulla Pagina Facebook oppure sul Sito.

Fuori dalla caverna

Recensione “One day” (2011)

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Tratto dal bestseller omonimo di David Nicholls e diretto da Lone Scherfig, già regista dell’ottimo “An education”, “One day” è una storia d’amore dal retrogusto amaro e nostalgico, retta sulle spalle da due personaggi costretti ad affrontare un percorso che li metterà davanti all’inevitabilità del loro destino, delle loro vite, del tempo. Vent’anni di dolce amicizia, puntellati da risate e lacrime, abbracci e rimproveri, distanze fisiche e psicologiche, il tutto osservato attraverso lo stesso giorno, il 15 luglio, anno dopo anno. Diviso tra Edimburgo, Londra e Parigi, “One day” attraversa vent’anni di due persone mostrando in sottofondo i cambiamenti di una società, accennati attraverso piccoli dettagli e le azzeccate hit musicali del periodo, che ben ricreano le atmosfere in cui si svolgono i fatti.

Emma e Dexter si incontrano il 15 luglio del 1988, il giorno delle loro lauree, e trascorrono l’intera notte insieme, dando inizio ad un’amicizia destinata a durare per sempre. Lei è ambiziosa, brillante, piena di speranze per il futuro; lui è ricco, viziato, senza grandi idee e voglia di crescere, che vede nel divertimento continuo l’unico obiettivo della sua vita. Anno dopo anno, il 15 luglio rappresenta un crocevia essenziale del loro rapporto, fin quando i due capiranno che ciò che hanno sempre cercato e voluto in realtà era proprio il significato di quel primo, ormai lontano, 15 luglio 1988.

Un film costellato di alti e bassi, basato su un’idea piuttosto originale che però perde la sua potenza in un “colpo di scena” forzato che sembra piazzato là, ad un quarto d’ora dalla fine, come se non si fossero trovate idee migliori per risolvere i novanta minuti precedenti. Un bel finale risolleva comunque le sorti di un film ad ogni modo interessante, con una coppia di attori ben assortita (la sempre brava Anne Hathaway e il Jim Sturgess di “Across the universe”). “One day” racconta attraverso un espediente piuttosto originale l’evoluzione di un rapporto intessuto come un puzzle, sottolineando come il tempo a volte possa regalare una seconda occasione, senza però concedere l’opportunità di recuperare gli anni persi.

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Recensione “Nel paese delle creature selvagge” (“Where the wild things are”, 2009)

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In ognuno di noi c’è sempre un po’ di malinconia, o forse c’è un po’ di speranza; così come in ognuno di noi c’è sempre un pizzico di avventura. La malinconia, la solitudine, la paura, la mancanza di certezze: sono sempre motivi che prima o poi fanno scattare la molla dell’avventura, una reazione di fronte a ciò che non riesce a funzionare. E forse allora in ognuno di noi c’è una creatura selvaggia, come recita il trailer del film. Spike Jonze raccoglie uno dei libri fantasy più amati in Inghilterra e lo allunga, lo modella, ricavandone un film che lascia intatta la magia, l’atmosfera di incompiutezza e incompletezza che pervade i suoi personaggi, immergendoli in luci crepuscolari, in tramonti soffusi (non solo del sole, ma anche dell’anima), in melodie agrodolci capaci di toccare le corde giuste.

Max è un bambino dalla grande immaginazione, fomentata anche dalla solitudine che pervade la sua infanzia: sua sorella è grande e gli dedica poco tempo, sua madre è sola e sente il bisogno di costruirsi una vita per andare avanti. Forse è troppo per un bambino, tutto insieme, motivo per cui una sera Max si lancia in una fuga lontano da casa sua, dalla sua vita. La notte lo porta in uno strano mondo popolato da un curioso gruppo di pupazzoni, le creature selvagge, che incoronano Max come loro re in cambio di una promessa: cacciare via la tristezza dalle loro vite.

Qualcuno, non a torto, ne ha parlato come “La storia infinita” degli anni Duemila: il viaggio di un bambino in un mondo straordinario che si sta lentamente spegnendo, il bisogno di cercare se stessi all’interno di un luogo magico, capace di restituire il piccolo protagonista alla sua vita con la consapevolezza di dover affrontare il male (di vivere) con la speranza, la gioia, la magia. Jonze finalmente restituisce al cinema la bellezza di personaggi fantasiosi costruiti non in digitale, ma creature da toccare con mano, magari andando controtendenza ma regalando al film la dolcezza di quelle pellicole per ragazzi di tanti anni fa. La colonna sonora, accurata e ricercata, fa il resto (dall’alto della meravigliosa “Wake Up” degli Arcade Fire, utilizzata nel trailer). Un viaggio di magia per affrontare la malinconia del vivere; un’avventura indimenticabile in quel paese fantastico in cui abitiamo tutti: la vita.

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Recensione “The Millionaire” (“Slumdog Millionaire”, 2008)

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Sembra incredibile, ma questo film è la prova di come si possa realizzare un film sull’amore, sul disagio giovanile, sulla povertà, sulla voglia di sognare, sulla famiglia, sulla vita di tre persone, mettendo alla base di tutto la partecipazione a un quiz televisivo. Danny Boyle realizza la sua opera più matura, insinuando il dubbio che abbia diretto un film forse addirittura migliore del suo cult “Trainspotting”, nonostante si tratti di pellicole profondamente differenti tra loro. Fatto sta che “The Millionaire” è un film impeccabile, magnifico nella messa in scena: Boyle è magistrale nel catturare il meglio delle atmosfere di Bollywood, inserendo la giusta dose della sua esperienza occidentale e tirando fuori un prodotto di qualità ma allo stesso tempo adatto a sbancare i botteghini di tutto il mondo.

Jamal, un giovane cresciuto nelle baraccopoli di Mumbai, è arrivato alla domanda finale del quiz televisivo più famoso di tutta l’India: “Chi vuol essere milionario?”. Ma come ha fatto a rispondere esattamente ad ogni domanda ed arrivare fino al punto di poter vincere 20 milioni di rupie? Forse ha barato, come pensa il conduttore del programma e la polizia indiana, oppure è semplicemente fortunato? Potrebbe essere un genio, come pensano gli spettatori, o probabilmente era destino. Alla vigilia della trasmissione in cui dovrà rispondere all’ultima domanda, Jamal viene sequestrato dalla polizia e interrogato sulla questione. Il ragazzo sarà costretto a spiegare ogni risposta data fino a quel momento, e da ogni risposta uscirà fuori la sua storia: l’infanzia negli slum, la morte della madre, la fuga con il fratello e, punto fondamentale, l’amore per Latika.

La vita è una scuola, imparare dall’esperienza di tutti i giorni è il modo migliore per affrontare il presente, e Jamal mette in pratica questo dogma portando la sua semplicità e la sua bontà alla ribalta nazionale, nonostante l’ostilità di un conduttore egocentrico, anche lui proveniente dalla strada, che sente il pericolo di essere messo in ombra dal “ragazzo del tè”. La meravigliosa Mumbai si dimostra la scenografia ideale sulla quale si muovono le vite di Jamal, di suo fratello Salim e dell’amata Latika: i colori della città, il confine labile tra i suoi estremi di povertà e di ricchezza, di onestà e di criminalità, di bontà e di cattiveria, la forte presenza di un commento musicale perfetto; il tutto sotto lo sguardo esperto del britannico Danny Boyle, capace di ibridare un melodramma tipicamente bollywoodiano con i ritmi serrati e le scene d’azione alle quali ci ha abituato il cinema occidentale. Una vera meraviglia per gli occhi e per il cuore.

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