Capitolo 259

Marzo è un mese pericoloso per un cinefilo. Arrivano le prime giornate calde, le ore di luce aumentano e la sera è quasi piacevole uscire a bere una cosa con gli amici. La vita sociale risorge dalle tenebre invernali e bussa alla porta con insistenza, mentre film e serie tv ti guardano con gli occhi gonfi di lacrime di chi non vuol essere abbandonato. Soluzione momentanea: uscire a bere prima di cena e dedicare la serata al Cinema. Tuttavia la primavera si avvicina, altre battaglie tra vita reale e vita da cinefilo sono in procinto di esplodere. Ne sapremo di più nel prossimo capitolo…

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Recensione “Slacker” (1991)

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Nel 1991 Richard Linklater, che ancora non era l’acclamato autore di film come “Dazed and Confused”, “Prima dell’alba”“Boyhood” o “Tutti vogliono qualcosa”, riunì un centinaio di ragazzi ad Austin, Texas, per le riprese di quello che sarebbe poi diventato non solo una sorta di manifesto della generazione X, ma soprattutto una delle principali fonti di ispirazione per un intero movimento cinematografico, il Mumblecore.

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Recensione “Last Flag Flying” (2017)

Richard Linklater è uno di quei motivi per cui vale la pena amare il cinema, la vita e tutto. Uno di quei registi con cui vorresti sederti al bancone di un bar e parlare del più e del meno, di cinema sicuramente, ma anche dell’ossessione nei confronti del tempo che passa, della bellezza del passato, quello stesso passato che, nel momento in cui lo vivevamo, ci sembrava poco interessante, di certo non migliore del presente che stiamo vivendo ora (e che invece ricorderemo tra qualche anno come un periodo bellissimo). Ho divagato un po’ e l’introduzione è stata un po’ arzigogolata, ma il concetto è questo: io a Richard Linklater voglio davvero un bene dell’anima. Il suo ultimo film, per argomento e tematiche affrontate, sembra discostarsi leggermente dal tipo di cinema a cui ci aveva abituato, ma in realtà ci sono tantissimi elementi tipici della sua filmografia: l’amicizia, il viaggio (inteso come muoversi insieme da un punto ad un altro, godendosi tutto ciò che si trova nel mezzo), la nostalgia per un periodo lontano, che comprende gli aneddoti, i ricordi, la malinconia di quei tempi in cui, mentre sorridi ricordandoli, ti scappa una lacrima.

Trent’anni dopo aver combattutto in Vietnam, l’ex marine Larry Shepherd ritrova i suoi compagni di una volta, lo sfacciato Sal Nealon e il reverendo Richard Mueller. Il motivo del viaggio è convincere i suoi amici di un tempo ad accompagnarlo al funerale di suo figlio, morto in azione durante la guerra in Iraq. Per i tre amici, che non si incontravano ormai da decenni, è l’occasione di ricordare i giorni più orribili e al tempo stesso più indimenticabili delle loro vite. Il tragitto porterà questi tre caratteri, diversi ma al tempo stesso complementari, a riscoprire alcuni aspetti delle loro vite che avevano ormai dimenticato, ma darà anche loro la possibilità di migliorare i giorni che restano.

Il mattatore della pellicola è senza dubbio Bryan Cranston, che raccoglie il “testamento spirituale” del personaggio di Bill Somawsky (lo straordinario Jack Nicholson de “L’ultima corvè”, film del 1973 di cui “Last Flag Flying” è il sequel ideale), permettendo al film di cambiare registro grazie agli sbalzi espressivi del suo personaggio. I suoi compagni di viaggio non sono certamente da meno: Laurence Fishburne, dismessi da tempo i panni di Morpheus, trova dopo molti anni un personaggio che gli permette di esprimere al massimo il suo talento; Steve Carell, protagonista di un’interpretazione che è tutto tranne che comica, ormai ci sta abituando piuttosto bene alla sua bravura in ruoli drammatici. Richard Linklater cade nuovamente su un errore piuttosto comune nella sua filmografia, un difetto che probabilmente non potrà mai essere risolto: tutti i suoi film, ad un certo punto, finiscono.

Recensione “Tutti vogliono qualcosa” (“Everybody wants some”, 2016)

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Considerato il seguito spirituale di “Dazed and Confused” (in italiano “La vita è un sogno”), il nuovo film di Richard Linklater riprende molti dei temi cari al suo cinema: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, l’ossessione per il tempo che passa e la necessità di vivere ogni momento senza l’oppressione del domani. Il regista texano prende in prestito il titolo di una canzone dei Van Halen (“Everybody wants some!!”, per l’appunto) e torna dunque a rivivere quegli anni d’oro che tanto ricorrono nel suo cinema: con il film d’esordio, il già citato “Dazed and Confused”, Linklater ci raccontava l’ultimo giorno di liceo di un gruppo di amici; “Boyhood” invece si concludeva con l’arrivo al college del protagonista. Stavolta la storia si apre con l’arrivo in macchina della matricola Jake, raccontandoci l’incontro con i suoi compagni di squadra e l’inevitabile weekend fuori di testa prima dell’inizio delle lezioni.

1980. Dopo il liceo Jake, promettente giocatore di baseball, si trasferisce al college grazie ad una borsa di studio che gli permette di vivere nella stessa grande casa dove già alloggiano i suoi compagni di squadra. Mancano tre giorni all’inizio delle lezioni, tre giorni in cui Jake e i suoi nuovi amici, alcuni veterani, altri matricole come lui, si immergeranno in un tour de force di feste, serate, concerti, allenamenti e soprattutto nuovi incontri, nonostante i due dettami del coach: no alcool, no donne…

Una colonna sonora zeppa di classici del rock (da “My Sharona” dei Knack a “Heart of Glass” di Blondie, passando per i Devo, i Dire Straits e molti altri, inclusi ovviamente i Van Halen), un cast di giovani sconosciuti di talento e la solita attenzione per i dialoghi che, anche se a tratti rivelano la superficialità di alcuni personaggi, sono perfetti per la caratterizzazione di questo gruppo di giovani promesse, talenti spediti in una mischia dove la competizione è tutto, ma dove anche l’unione fa la forza. Linklater come al solito è perfetto nel cogliere il periodo storico dei suoi film, in questo caso il 1980, inizio di un nuovo decennio in cui il funk e il punk erano al massimo del loro splendore, e dove il sesso sicuro era ancora un’espressione sconosciuta. Il regista cristallizza in questo splendido weekend il primo balzo fuori dal nido di questi baffuti yes men, ognuno in dovere di sfruttare ogni esperienza al massimo, prima che si trasformi in un rimpianto. La vita è dunque una candela da bruciare da entrambi i lati, hic et nunc, senza freni, senza paura, con la mente aperta, dove i cliché si confermano ma al tempo stesso si ribaltano, e dove una telefonata in split screen ci gonfia l’anima di magia. Come afferma uno dei protagonisti nel finale, stravolto dopo l’ennesima nottata fuori dall’ordinario: “Sarà un anno bellissimo”. Tanta nostalgia, in senso buono, tanti sorrisi, tanta voglia di rivederlo subito.

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Capitolo 210

Dopo circa due anni e mezzo torna la rubrica che ha dato origine a questo blog, che come qualcuno ricorderà era inizialmente uno spin-off cinematografico personale del portale Livecity, ormai non più attivo da tempo. Lo scopo di questa rubrica era di riassumere in poche parole i film visti nell’ultimo periodo, come si può raccontare ad un amico quando ci domanda: “Hai visto questo film? Com’è?”. Dopo 209 capitoli, che trovate riassunti cliccando sulla categoria UVDC Rubrica, Una Vita da Cinefilo torna per parlarvi in breve delle ultime visioni.

Al di là delle montagne (2015): Tra paesaggi assurdi (le pagode cinesi sullo sfondo delle miniere di carbone o di piccoli paesini con strade non asfaltate) e lampi di emozioni (i ravioli fatti a mano, filo conduttore delle tre parti del film insieme ad una canzone cinese degli anni 90), soffre di alcuni cali di ritmo, ma resta un film davvero molto intenso. Apre e chiude Go West dei Pet Shop Boys…

Belgica (2016): Sarebbe un film molto interessante se non fosse così tremendamente prevedibile dall’inizio alla fine. Due fratelli, molto diversi tra loro, aprono un disco bar che presto si trasforma in un locale alla moda. Secondo voi come andrà a finire? Dal regista di “Alabama Monroe”, una piccola delusione. Visto su Netflix.

Nice Guys (2016): Shane Black di strane coppie ne sa qualcosa. Il film sembra un’avventura alla Hap e Leonard (la coppia protagonista di una fortunata serie di romanzi firmati da Lansdale) nella scena noir losangelina degli anni 70. Funziona e diverte. Pollice in sù.

Dazed and Confused (1993): Il titolo italiano sarebbe “La vita è un sogno”, ma mi rifiuto di scriverlo come titolo principale. Si potrebbe definire l’American Graffiti degli anni 70: gran bella musica, tanti attori affermati agli esordi (Ben Affleck, Matthew McConaughey, Milla Jovovich…) e c’è davvero ben altro oltre le ragazzate. Linklater non sbaglia mai.

Back in time (2015): Come ogni documentario che si occupa di film di culto, è interessante all’inizio, quando intervista gli attori e creatori di Ritorno al Futuro, parlando di come è nato il progetto, come si è sviluppato e tutto il resto. Quando però la palla passa ai collezionisti, ai fan, ai possessori di DeLorean e nerdate del genere, il film collassa. Visto su Netflix.

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Recensione “Boyhood” (2014)

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Richard Linklater realizza il suo film definitivo. Mentre sperimentava (con straordinari risultati) il binomio tra lo scorrere del tempo e lo sviluppo dei personaggi  nella celebre trilogia dei “Before”, il regista stava già preparando il suo capolavoro, un film cominciato nel 2002 e portato avanti con gli stessi attori per dodici anni, seguendo i suoi personaggi e la loro vita in base al passaggio del tempo: è così che si riesce a raccontare, con meravigliosa spontaneità e leggerezza, la formazione di un bambino di 8 anni fino alla fine dell’adolescenza, passando dalla scuola primaria fino al primo giorno al college. Linklater racconta, attraverso una vita piuttosto comune, la Vita in senso generale, esperienze che appartengono più o meno a tutti noi, ai nostri ricordi, al nostro passato, alla nostra sensibilità. E se nella già citata trilogia composta da “Before Sunrise”, “Before Sunset” e “Before Midnight” lo spettatore è invecchiato insieme ai personaggi, in “Boyhood” invece osserva per quasi tre ore lo sviluppo e la crescita di una famiglia americana, con tutti i problemi e le contraddizioni del significato di “crescere”: si potrebbe quasi definire una sorta di “The Tree of Life” per un pubblico meno cervellotico e intellettuale, che porta la firma di Linklater in ogni singolo dettaglio, dall’atmosfera indie ai bellissimi dialoghi (marchio di fabbrica del suo cinema), dallo scorrere del tempo come espediente narrativo alla solita attenzione per la colonna sonora, capace di scandire in maniera intelligente i vari anni in cui si svolge la storia (da “Yellow” dei Coldplay in apertura fino a “Deep Blue” degli Arcade Fire sui titoli di coda). E poi ad accompagnare la firma del regista c’è, ovviamente, Ethan Hawke.

Il piccolo Mason vive in Texas con sua madre Olivia e sua sorella Samantha. Suo padre, anche se ha divorziato da Olivia, continua ad essere un punto di riferimento importante nella loro vita. La donna, sia per motivi di lavoro che sentimentali, è costretta a traslocare più volte, costringendo i figli a cambiare spesso scuole, amicizie e “padri”. Il rapporto dei due figli con i genitori è però un rapporto solido che resterà intatto dall’infanzia fino al momento di lasciare casa per uscire dal nido e andare al college. “Boyhood” non racconta in realtà niente di speciale, è la vita di una famiglia come un’altra, la vita di un ragazzo come un altro, ma è il racconto stesso ad essere speciale.

Linklater ci commuove, ci emoziona, ci rende partecipi di qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, di un’opera cinematografica destinata a restare impressa nella memoria del pubblico e sui libri di storia del cinema. La sua bravura inoltre gli impedisce di saltare con disinvoltura il pericolo del cliché: il regista infatti non ci mostra mai le fasi fondamentali della vita del protagonista (come ad esempio il primo bacio, il primo amore o il primo rapporto sessuale) e neanche i momenti di depressione o di esaltazione (ai quali è destinato uno spazio minimo), ma preferisce concentrarsi sulla normalità, e quindi sul dialogo, sulla sua crescita, sul suo rapporto con la famiglia, cogliendo anno dopo anno momenti singoli, quasi casuali, della sua esistenza. Nella scena conclusiva, che non ci permetteremo mai di svelare, Linklater cita se stesso in una sorta di summa del suo cinema, mostrandoci finalmente l’apice di una carriera meravigliosa, un apice raggiunto grazie ad un film straordinario.

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Recensione “Before Midnight” (2013)

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Li avevamo conosciuti diciotto anni fa su un treno e li avevamo amati sulle strade di una Vienna primaverile e fatale. Ci siamo innamorati di loro, li abbiamo lasciati là, su un binario, sognando o magari ricordando episodi analoghi delle nostre vite. Forse un po’ nostalgici, un po’ malinconici, perché un pezzetto di quella magia e di quell’ingenuità l’avremmo volute portare ancora con noi, anche dopo essere più cresciuti. Ma quando li abbiamo incontrati di nuovo, nove anni fa, in una Parigi curiosamente assolata, la magia sembrava finita, o quantomeno sembrava nascosta. Jesse e Celine erano (sì, anche loro!) diventati più cinici, più disillusi, meno sognatori. Come noi, come tutti, probabilmente. Ma in pochi minuti finali si stava per accendere qualcosa, una piccola fiammella che i titoli di coda non ci hanno permesso di approfondire (stava per essere alimentata o definitivamente spenta?). Lo scopriamo oggi, con i protagonisti ormai quarantenni, che stavolta non si incontrano più o meno per caso, ma si amano e hanno finalmente una relazione.

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Recensione “Prima dell’alba” (“Before Sunrise”, 1995)

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Un film unico nel suo genere. Ma definirlo film potrebbe apparire addirittura riduttivo: “Before Sunrise” è un’esperienza capace di risvegliare sogni, di vendicare tutti i nostri rimpianti, di sottolineare le nostre debolezze, di riscoprirci innamorati di due perfetti sconosciuti. Avventura, viaggio, scoperta, amore, paura: meno di 24 ore per capire meglio se stessi e la nostra relazione con la vita. Il destino, se esiste, è qui. A portata di mano. È nello sguardo imbarazzato di Jesse mentre ascolta “Come here” di Kath Bloom in un negozio di dischi, è nel sorriso incantato di Celine quando si convince a scendere da quel treno. Basta poco, una piccola spintarella, e il nostro futuro è cambiato per sempre.

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