Masters of Cinematography #1 – Nestor Almendros

Ve l’avevo promesso ed eccolo qua: il primo di una serie di speciali dedicati ai più grandi Direttori della Fotografia della storia del cinema. Poche righe e soprattutto tante immagini, per mostrarvi il modo in cui questi maestri riuscivano (e riescono ancora) ad emozionare con la luce. Questo primo articolo è su Nestor Almendros, uno dei protagonisti della Nouvelle Vague, alla quale diede un contributo unico grazie alla sua predilezione per la luce naturale. Almendros nasce in Spagna nel 1930, studia a Cuba, comincia a lavorare in Francia per poi trasferirsi negli Stati Uniti. Nonostante sia memorabile il suo sodalizio con François Truffaut, Almendros è ricordato soprattutto per la straordinaria fotografia de “I giorni del cielo” di Terrence Malick, che gli valse un meritatissimo Premio Oscar (l’unico ottenuto su quattro candidature, ricevute anche per “Kramer contro Kramer”, “Laguna blu” e “La scelta di Sophie”). Purtroppo morirà a New York nel 1992, all’età di 61 anni.

nestor05I giorni del cielo (Terrence Malick)

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Capitolo 226

Le vacanze, ahimè, stanno per finire. Sento un coro di “era ora!” risuonarmi nelle orecchie, come il suono del mare all’interno di una conchiglia. Mi mancherà tutto questo da tempo da dedicare al cinema, che è sempre tempo ben speso. Si torna a Roma e agli affari di tutti i giorni. Il lato positivo è che tra poco riapriranno i cinema e ci saranno decine di nuovi film da vedere. Il lato negativo è che arriverò a fine agosto tipo Clint Eastwood quando Tuco gli fa attraversare il deserto ne “Il buono il brutto il cattivo”.

Ritorno al Futuro (1985): Ci sono alcuni film che potresti rivedere una volta al mese senza mai annoiarti. Ci sono film che quando passano in tv non puoi fare a meno di guardare ancora una volta. Ci sono film in cui mentre gli attori parlano, tu gli parli sopra, dicendo in perfetto sincronismo ogni singola battuta del film, a memoria. Ecco, Ritorno al Futuro è uno di quei film.

Giovani si diventa (2014): Noah Baumbach è senza dubbio uno dei miei registi preferiti dell’ultimo decennio. Questo film, girato tra il meraviglioso “Frances Ha” e il bellissimo “Mistress America”, è leggermente sottotono rispetto agli altri, ma resta comunque un ottimo prodotto, divertente ma anche pieno di spunti interessanti. Perché, come dico sempre, si smette di essere giovani quando si smette di fare ciò che si ama.

Le Iene (1992): Una delle cose belle dell’estate è la programmazione televisiva. Una pioggia di capolavori cinematografici, forse per contrastare l’aridità del clima. L’esordio di Quentin Tarantino è una lezione di cinema: come riuscire a mettere un gruppo di personaggi dentro a un capannone e girare un film impeccabile. Straordinario.

Scoop (2006): Avevo visto questo film al cinema, mi era piaciuto, ma da allora non l’avevo più rivisto. Dopo lo strepitoso successo di “Match Point”, Woody Allen ha proseguito il suo filone londinese arricchendolo con questo nuovo titolo (e completando poi la trilogia con il deboluccio “Sogni e delitti”). Alcune trovate sono, neanche a dirlo, geniali: non sarà uno dei film più memorabili di Woody, ma per una calda serata estiva basta e avanza.

Natural Born Killers (1994): A volte capita di trovare uno di quei film che hai sentito nominare mille volte, di cui conosci tutto il cast e la crew, ma che, per un motivo o per l’altro, non hai mai visto. Finalmente lo vedi e poi dici: ora sì che l’ho visto! Oliver Stone lo gira in maniera senza dubbio originale, per usare un eufemismo, ma è un film talmente schizofrenico, pazzo, assurdo e follemente violento che alla fine lascia abbastanza freddini. Interessante, ma il mio cinema è altro.

I giorni del cielo (1978): Il mio cinema è altro, dicevamo. Beh, il mio cinema somiglia molto a questo di Terrence Malick. Esteticamente è un film di una bellezza pura, perfetta: non c’è un momento in cui si possa dire “qui poteva essere migliore”, oppure “questa inquadratura non mi convince”. Non si può dire niente del genere. Oscar alla fotografia per Nestor Almendros (ne riparleremo, ne riparleremo…), da far brillare gli occhi. E se tutte queste impressioni le ho avute vedendolo sullo schermo di un pc con 35° nella stanza, chissà come doveva essere vederlo in un cinema ben climatizzato, su uno schermo grande. Film stupendo.

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Capitolo 203

“Luglio col bene che ti voglio vedrai non finirà”. Parliamo della pioggia, ormai grande costante di questo mese estivo, che tanto estivo poi non sembra. Monsoni romani a parte, è un mese di buon cinema, bei concerti, l’apertura delle prime arene estive (già chiuse per il maltempo) e cosette di questo tipo. Inutile perdersi in chiacchiere, tanto vale buttarci subito sui soliti commentini ai film visti ultimamente. Enjoy!

Passioni e desideri (2012): Fernando Mereilles torna al cinema. Il regista del capolavoro “City of God” si dimostra ancora una volta un autore versatile, che ama raccontare storie di vario genere. Stavolta si tratta di un film corale, dal cast internazionale, con location sparse tra Europa e Stati Uniti, e m’è piaciuto. “Lui è ricco, non ha bisogno di leggere. I libri sono per i sognatori poveri”. Meirelles sa fare cinema.

Terapia e pallottole (1999): Unica commedia in cui Robert De Niro ha un senso e riesce anche a far ridere, e neanche poco. Un classico, la coppia con Billy Crystal funziona in maniera impeccabile e il film fa quello che ogni commedia dovrebbe fare: tanto ridere. Da ripescare, perché sono sicuro che non ve lo vedete da anni.

To the wonder (2012): Malick è un essere superiore, e su questo non ci piove. Stavolta non è un capolavoro, ci può stare, ma è comunque un film molto poetico, che ispira, che non lascia indifferenti. Certamente non ha avuto l’impatto devastante di The Tree of Life, ma quelle immagini non le gira nessuno. E quella luce poi… Non sarà un capolavoro, ma me lo rivedrei adesso.

World War Z (2013): Meno brutto di quanto potessi pensare. Ha ritmo, lo sguardo contrito di Brad Pitt e in fin dei conti fa il suo dovere. E poi c’è Favino che come si muove fa rumore e attira gli infetti (sta cosa mi ha fatto troppo ridere). Certo, è pieno di buchi e di cose assurde, ma alcune trovate sono decisamente interessanti, oltre ad una scena d’apertura veramente girata bene. Per una serata poco impegnativa ci può stare tranquillamente, l’importante è essere consapevoli di cosa si sta guardando.

Stoker (2012): Park Chan Wook è un regista che amo in maniera particolare. Vibravo nell’attesa di questo suo primo film occidentale, e le aspettative erano piuttosto alte. Ripagate fino in fondo. La storia, dal vago sentore hitchcockiano, cattura sin dalla prima scena, ma se c’è una cosa che mi ha fatto veramente godere è la messa in scena. Ogni inquadratura, ogni frame, la composizione dell’immagine, la fotografia: per uno come me che lavora con le foto un film di questo tipo non può che essere una goduria per gli occhi. Bellissimo.

Salvo (2013): Premiato a Cannes, il film di Fabio Grassadonia parte con una lentezza allucinante, salvo (scusate, non ho resistito) riprendersi nella seconda parte, con una storia che tiene, che cattura, che funziona decisamente. Piaciuto, ma non mi è entrato nel cuore. A suo modo però è un film storico per me, ma non starò qui a spiegarvi il motivo…

Slevin patto criminale (2006): Sono anni che sento parlare di questo film, e grazie al passaggio televisivo sono riuscito a colmare questa piccola lacuna. Il classico gangster-movie un po’ caciarone e ironico, sullo stile di Guy Ritchie e Quentin Tarantino. Un cast pazzesco per un film decisamente piacevole, ormai un cult per la celebre “mossa Kansas City”. Perfetto per una serata estiva con pizza e amici.

Searching for Sugar Man (2012): Ci sono alcuni film che sembrano girati appositamente per essere amati da me. Questo è uno di questi! Il documentario è uno dei miei generi cinematografici preferiti, i cantautori chitarra acustica e testi di denuncia sociale mi fanno impazzire, la bella musica e storie di rinascita non mi lasciano mai indifferente. Mettete insieme tutto ciò e avrete un film stupendo, con una colonna sonora pazzesca. Enorme, imperdibile!

Recensione “To the wonder” (2012)

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Terrence Malick deve essere una sorta di extraterrestre: per anni ci ha osservato dall’alto, ha capito tutto di noi, e poi un bel giorno, con “The tree of life”, ha deciso di cominciare a dircelo. È impressionante la sua capacità di farci sentire piccoli e al tempo stesso parte di un qualcosa di immenso, grandioso, meraviglioso. Con “To the wonder” Malick prosegue sul percorso tracciato dal film precedente, indagando questa volta le mille sfaccettature del rapporto di coppia, passione e compassione, doveri e dolori, indecisioni, tradimenti, gioia, sofferenza. I film di Malick sono sempre un’esperienza, visiva e sensoriale, che non lascia mai indifferenti: si amano, si odiano, ma ad ogni modo generano in noi qualcosa che tende a modificare la nostra percezione del mondo, talvolta della vita stessa. In poche parole, i film di Malick sono un’ispirazione.

Neil e Marina, all’inizio del loro amore esploso a Parigi, partono insieme per Mont St. Michel, noto in Francia come “la Meraviglia”. Si amano, e Neil decide di portare Marina e la bambina di lei a vivere in Oklahoma insieme a lui. Neil si sente a casa ma il suo amore sembra cominciare a scemare. Marina cerca conforto nelle parole di un prete spagnolo che però sta perdendo la fede. La passione è sempre destinata a lasciar spazio al vuoto? Si può riprendere, si può ritrovare, o tutti gli amori, le cose in cui crediamo, dovranno cedere al tempo? Malick ci pone queste domande e ci offre il suo punto di vista, interroga e si interroga, parla direttamente alla nostra anima. Il suo cinema è “amore che ci ama”, per usare le parole di Marina. Potete amarlo, potete odiarlo, ma non potete non vederlo.

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Oscar 2012: l’anno di “The Artist”

La ottantaquattresima edizione degli Accademy Awards si chiude all’insegna dell’Europa: è “The Artist” come da pronostico a dominare la scena, con i suoi cinque Oscar per miglior film, regia, attore protagonista, colonna sonora e costumi. Il film francese, il primo d’oltralpe a vincere l’Oscar, segna un ritorno trionfale della vecchia Europa sui canoni hollywoodiani che normalmente dominano le premiazioni cinematografiche statunitensi: basti pensare che, oltre ai cinque riconoscimenti per “The Artist”, l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale è finito nelle mani di Woody Allen per il bellissimo “Midnight in Paris” (ancora Francia!), mentre quello per la sceneggiatura non originale è stato assegnato ad uno degli autori statunitensi più europei, il grande Alexander Payne di “Paradiso Amaro” (già premio Oscar nel 2005 per la sceneggiatura di “Sideways”). E torna a casa con la statuetta anche Meryl Streep, che non a caso interpreta stavolta un personaggio europeo, l’inglese Margareth Thatcher, la “Iron Lady” che le ha permesso di vincere ancora una volta e di confermarsi la più grande di tutte. Alla lista dei grandi vincitori si aggiunge “Hugo Cabret” di Scorsese, che vede il trionfo italiano di Dante Ferretti per le scenografie, per un altro film che riporta il cinema al passato, e anche in questo caso in Francia. Europa a parte, è il capolavoro iraniano “Una separazione” a vincere l’Oscar per il miglior film straniero, altro meritato riconoscimento dopo l’Orso d’oro di Berlino e il Golden Globe.

E gli altri? Resta senza niente Terrence Malick, ma già lo sapevamo tutti: così come Kubrick il regista di “The Tree of Life”, il miglior cinema del 2011 (già vincitore al Festival di Cannes), rimarrà tutta la vita senza la statuetta dell’Accademy, ma va bene così: c’è chi ha detto che “gli Oscar devono rimanere Oscar, così come il Cinema deve rimanere Cinema”. Questo è il motivo per cui Malick, autore di uno dei film più belli e immensi degli ultimi decenni, è rimasto a mani vuote. La grande lotta quindi, già dalla vigilia, era tra “The Artist” e “Hugo Cabret”: il primo, nonostante l’aspetto romantico di un film muto nell’era del 3D, è sembrato un esercizio di stile poggiato sulle spalle di Jean Dujardin, che gigioneggia tutto il tempo con il suo sorrisone d’altri tempi. Lo stesso “Hugo Cabret” del maestro Martin Scorsese gode del contrasto da favola moderna tra il 3D e la riscoperta del cinema delle origini, e non a caso i momenti più emozionanti della pellicola sono costituiti dalle immagini dei film muti di Melies, Griffith e compagnia bella.

E poi, ovviamente, i dimenticati: dov’era “Drive”, capace di vincere la miglior regia a Cannes? Dov’era il suo memorabile Ryan Gosling? La sua splendida colonna sonora? Ma allora lasciamo le cose al posto loro: siamo ormai abituati a dare troppo peso ad una premiazione di facciata come gli Oscar, buona per passare una nottata a mangiare patatine con gli amici, ma che non fornirà mai un quadro completo sul meglio del cinema dell’anno appena trascorso. Prendiamoli per buoni tanto per divertimento, lasciamo il Cinema vero a chi se lo può permettere: i Festival. E allora aspettiamo ancora qualche mese, con l’arrivo di Cannes e di quel cinema di qualità che i membri dell’Accademy sembrano troppo spesso dimenticare. Rubiamo una frase da Twitter che riassume perfettamente questa edizione degli Oscar: “The Tree of Life è troppo immenso per voi”. Lunga vita a Terrence Malick.

pubblicato su Livecity

Recensione “The Tree of Life” (2011)

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Parlare di “The Tree of Life” è come raccontare un bel sogno, che si vive, si tocca quasi con mano, ma che lentamente sfuma i suoi contorni lasciando alla fine soprattutto il ricordo di una sensazione che ci avvolge, ci culla nel vissuto quotidiano, parlando direttamente alla nostra anima. Dire che quello di Terrence Malick è soltanto un film sarebbe come dire che la Divina Commedia è soltanto un libro: l’esperienza umana sfiorata lungo le oltre due ore di film porta con sé la capacità di tramutare la visione cinematografica in un viaggio all’interno di noi stessi, di navigare attraverso le corde dell’anima, commovendo, emozionando, grazie alle piccole parole, esaltando con discrezione e amore la bellezza per ciò che ci circonda. Una vita che dovremmo percorrere senza perdere mai la meraviglia, sembra suggerire il regista, da vivere senza lasciarci dietro nulla, affondando nell’Amore, con la lettera maiuscola, l’unico senso del vissuto.

La vita di una famiglia americana negli anni 50, con tre bambini educati sotto lo sguardo severo e militare del padre, ma anche secondo dettami di grazia e bontà trasmessi silenziosamente dalla madre. Un conflitto famigliare come pretesto per sussurrare il senso della vita: è questo che fa Malick, chiedendo allo spettatore lo sforzo di abbandonarsi alla sua opera, di lasciarsi guidare, e soprattutto di fidarsi di lui. Le vicende della famiglia diventano così sfondo universale per comunicare all’universo le meraviglie della nostra esistenza, con uno sguardo certamente spirituale, ma che ogni spettatore può riuscire ad interpretare secondo la propria sensibilità, la propria esperienza, le proprie emozioni. Come una farfalla che si posa sulla mano, come una goccia di pioggia che si riversa nel mare, come il sorriso di chi ti vuole bene: il film di Malick non è qualcosa che si racconta, è qualcosa che si vive. E tra tutte le funzioni che si possono associare al Cinema, questa è assolutamente quella di cui sentivamo fortemente bisogno. Vivi, ama, ridi. Meravigliatevi.

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