Recensione “Sopravvissuto – The Martian” (“The Martian”, 2015)

Era dai tempi di “Mission to Mars” di Brian De Palma che il pianeta rosso non era protagonista di un film degno di questo nome. Per riportare in auge il nome di Marte ci voleva un altro grande regista, Ridley Scott, che dopo una serie di titoli non proprio eccellenti torna alla ribalta con una pellicola avvincente e intensa, ma al tempo stesso alleggerita dall’ironia di un ottimo protagonista, interpretato da Matt Damon, e da una colonna sonora accattivante che, tra le altre, ci accompagna con “Starman” dell’immancabile David Bowie e “Dancing Queen” degli ABBA.

In seguito ad una tempesta violentissima durante una missione su Marte, l’astronauta Mark Watney, creduto morto dal suo equipaggio, viene abbandonato sul pianeta rosso. Mark però è sopravvissuto alla tempesta, e al risveglio si ritrova da solo sul pianeta deserto. Grazie al suo ingegno, al suo istinto di sopravvivenza e alla sua razionalità, Mark dovrà trovare un modo per coltivare cibo e comunicare con la Terra, sua unica speranza di salvezza.

Un film di fantascienza che ha dalla sua la carta vincente dell’ironia: il film non avrebbe retto per tutti i suoi 140 minuti senza le continue battute del “marziano”, soprattutto perché si tratta di un’ironia che mai per un momento è apparsa fuori luogo con il contesto del film. La pellicola di Scott regge il ritmo in ogni ambiente, che sia Marte, la Terra o l’astronave Hermes con l’equipaggio della missione: il film convince in ogni momento e, a parte qualche esagerazione nel finale, possiamo senza dubbio alzare i pollici e approvare, come farebbe il Fonzie tanto amato da Mark Watney: “Ehyyy”!

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Recensione “Monuments Men” (“The Monuments Men”, 2014)

L’ironia del gruppo fa pensare a “Ocean’s Eleven”, l’odio profondo per i nazisti richiama qualcosa di “Indiana Jones” e in alcuni tratti fa pensare a “Bastardi senza gloria”. La squadra capitanata e diretta da George Clooney affronta in realtà una storia realmente accaduta, quella di un gruppo di storici che si sono lanciati nell’impresa di salvare le opere d’arte dalla furia distruttrice di un Hitler vicino alla sconfitta. Il film di George Clooney non è ambizioso o intenso come “Good Night & Good Luck” e “Le idi di marzo”, tende piuttosto a prendersi poco sul serio, ad affrontare l’avventura con leggerezza, seppur inserendosi in un contesto decisamente drammatico. Non si potrebbe ottenere un risultato diverso, quando inserisci nella Seconda Guerra Mondiale i volti di Bill Murray, John Goodman e Bob Balaban, e soprattutto quando Matt Damon, Jean Dujardin e lo stesso Clooney tirano fuori il loro lato più brillante.

Un gruppo di sette uomini scelti (critici ed esperti d’arte, curatori di musei, architetti, restauratori) viene mandato da Roosevelt nella Germania nazista con l’obiettivo di rintracciare le opere d’arte trafugate da Hitler per poterle restituire ai legittimi proprietari. Soldati per caso, i “monuments men” dovranno combattere anche contro il tempo: la caduta del Reich è vicina, e Hitler ha dato disposizione di distruggere tutte le opere d’arte in suo possesso.

Brillante, ma dal retrogusto epico, il film di Clooney a tratti potrebbe anche apparire didascalico, ma di questi tempi in cui la cultura sembra diventata uno spreco, un simile elogio alla storia dell’arte è un messaggio di cui sentiamo sempre più bisogno, anche perché, come afferma il protagonista: “puoi sterminare un’intera generazione, bruciare le loro case, e troveranno una via di ritorno, ma se distruggi la loro storia, la loro cultura, è come se non fossero mai esistiti”. Divertente senza mai essere forzato, riflessivo e a tratti drammatico, senza però scadere mai nel patetico, “Monuments men” rappresenta il grande ritorno di Hollywood all’avventura e alla guerra, raccontate in maniera brillante ma al tempo stesso interessante. Bravo Clooney.