Recensione “Song to Song” (2017)

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Se amate il cinema di narrazione, questo film probabilmente non fa per voi. Ma se amate il cinema, come potete pensare di perdervelo? Parliamo di un film di Terrence Malick, quindi di un film di non proprio facile visione: bisogna avere pazienza, lasciarsi andare al flusso di immagini, al boomerang emotivo che trascina come onde di un mare in tempesta, finendo poi per infrangersi sugli occhi di chi guarda. La pazienza è la virtù dei forti: scena dopo scena, immagine dopo immagine, il flusso ci cattura, ci raggiunge e, come sempre, ci ricorda uno dei motivi fondamentali per cui bisogna amare la vita: il cinema.

Raccontare la trama non è proprio semplice in un film di Malick: Ryan Gosling è un musicista in cerca di successo, trova l’amore di Rooney Mara e l’appoggio incondizionato del suo mefistofelico produttore, Michael Fassbender. Tra i tre si instaura un pericoloso triangolo che porterà ognuno di loro a prendere decisioni molto diverse. In tutto ciò resterà coinvolta anche una cameriera bellissima (Natalie Portman, la cui visione è un altro motivo per cui bisogna amare la vita). Sullo sfondo di questi intrecci amorosi c’è la scena musicale di Austin, con la sua folle adrenalina e i suoi miti (da Patti Smith a Iggy Pop, passando per i Red Hot Chili Peppers).

I quattro protagonisti del film lottano con i propri demoni e la propria esistenza per reinventarsi e al tempo stesso rimanere fedeli a se stessi. Come la fenice che si rigenera, citata in una scena del film, questi individui devono toccare il fondo per riuscire così a ritrovarsi: resta da vedere chi ci riuscirà e chi no. Sono tutti fuggitivi che cercano una scappatoia dalle vite precedenti: non a caso la canzone che rimane più impressa è la “Runaway” del trailer (prima nella versione originale di Del Shannon e poi in quella più lenta cantata da Ryan Gosling). In tutto ciò la musica non è mai invadente (strano a dirsi, per un film girato nel mezzo di alcuni tra i più importanti festival texani), anzi accompagna le scene, i colori, i tramonti e le ombre dipinte sul suolo dal solito Chivo Lubezki senza essere mai motore delle emozioni, ma dando quasi la sensazione di essere provocata dai pensieri dei personaggi. Una storia sull’amore e sul tradimento, sulla paura e sul desiderio, sulle emozioni più profonde dell’essere umano: Terrence Malick, che si ami o si odi, non lascia mai indifferenti.

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Recensione “Macbeth” (2015)

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Da Orson Welles a Roman Polanski, passando per Bela Tarr e molti altri, sono in tanti ad aver proposto su grande schermo una delle tragedie più celebri di William Shakespeare. Quest’anno è la volta di Justin Kurzel, che per questa fatica si avvale di due interpreti eccellenti, capaci di caricarsi sulle spalle l’intero film. Se è vero, come è stato detto, che Michael Fassbender sembra nato per il ruolo di Macbeth, è anche vero che Marion Cotillard è assolutamente straordinaria nei panni della manipolatrice Lady Macbeth.

La Scozia è piegata da una guerra civile. Dopo la battaglia decisiva Macbeth, il favorito di re Duncan, fresco vincitore dallo scontro finale, viene avvicinato da tre streghe che gli annunciano un futuro da re. Nonostante la riluttanza iniziale, Macbeth viene spinto dalla moglie ad assassinare il monarca, salendo così sul trono di Scozia dove si trasformerà ben presto in un tiranno paranoico, ambizioso e, quel che peggio, assetato di sangue.

Una serie di immagini molto simili a tableaux vivants fanno sembrare la regia di Justin Kurzel più concentrata sulla tecnica piuttosto che sulle emozioni: forse è proprio per questo che il film, seppur valido, è così freddo e poco appassionante, nonostante la coerenza e la fedeltà con l’opera del Grande Bardo. C’è tanto freddo nella fotografia, immersa in un’atmosfera algida, scaldata soltanto dai colori caldi del finale. Poteva essere un grande film, ma si accontenta di essere semplicemente riuscito.

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