Recensione “Nausicaa della Valle del vento” (“Kaze no tani no Naushika”, 1984)

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Il primo lungometraggio scritto e diretto da Hayao Miyazaki torna al cinema grazie a Lucky Red: in questo autunno piovoso non c’è niente di meglio del caldo abbraccio dell’autore giapponese per riscaldare mente e anima. In questo film del 1984 troviamo già moltissimi degli elementi ricorrenti della cinematografia di Miyazaki: il rispetto per la natura, l’amore per gli animali, il tema dell’aviazione, il contesto bellico, l’antimilitarismo e il pacifismo.

In seguito ad una guerra termonucleare, l’ecosistema della Terra sembra piuttosto instabile: una enorme foresta tossica ha ricoperto la maggiorparte della superficie del pianeta e una nuova guerra è in procinto di esplodere. Una delle poche zone ancora popolate e fuori da ogni strategia bellica è la Valle del vento, dove la giovane e intraprendente Principessa Nausicaa ha capito che il vero problema non è la foresta, ma l’inquinamento causato dagli uomini.

Alzi la mano chi non vorrebbe avere la possibilità di volare sull’aliante di Nausicaa, lasciandosi andare sulle spinte del vento, tra i miracoli della natura e i tetti delle abitazioni. Miyazaki come sempre riesce ad emozionare con immagini semplici, azioni minimali che nella società di oggi appaiono quasi fuori dal comune: ma la pietà, la tolleranza, il rispetto e l’amore sono sentimenti che non dovrebbero mai passare di moda. Per fortuna i film di Miyazaki ce lo ricordano in ogni momento.

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Recensione “Si alza il vento” (“Kaze tachinu”, 2013)

“Si alza il vento, dobbiamo provare a vivere”: il verso di Paul Valery accompagna i sentimenti e le emozioni dell’ultima pellicola della carriera di Hayao Miyazaki, forse la più adulta e la più commovente di tutta la sua straordinaria filmografia. Il maestro d’animazione giapponese per la prima volta racconta la storia di un personaggio veramente esistito, Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico della Mitsubishi, sognatore dal cuore puro, costruttore di meravigliosi prodigi tecnologici talvolta usati dall’uomo nella maniera sbagliata (i suoi aerei furono infatti utilizzati dall’esercito giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale). Quello raccontato da Miyazaki è uno spettacolare volo tra le emozioni della vita, tra le passioni e le ambizioni di un uomo e l’amore incondizionato per una donna devota.

Il piccolo Jiro sogna di pilotare aeroplani ma è miope e per questo non potrà mai diventare pilota. Una notte però gli appare in sogno il celebre ingegnere italiano Gianni Caproni, che gli dice che progettare aerei è ancora meglio che pilotarli, perché significa rendere reale il più grande sogno dell’essere umano: volare. Jiro diventa grande, studia ingegneria e finalmente entra a lavorare nella sezione aeronautica della Mitsubishi. Qualche anno dopo Jiro si troverà a vivere tra meravigliose creazioni da affidare al cielo e le crudeli assurdità della guerra, tra la gioia dell’amore per la dolce Nahoko e l’impotenza di poter stare costantemente al suo fianco. Ma quando si alza il vento, bisogna provare a vivere…

Miyazaki ha il grande talento di saper raccontare con tenerezza e semplicità una storia ricca di testi e sottotesti, di metafore, di riferimenti alla storia e alla cultura (ad esempio gli omaggi all’espressionismo tedesco e a Thomas Mann). Vedere un film di Miyazaki diventa così un appuntamento con il nostro lato più sensibile, più emotivo, capace di risvegliare in ogni sua sfumatura la nostra voglia di vivere, talvolta assopita dagli sbadigli della quotidianità. Realizzare i propri sogni, amare e lasciarsi amare, tentare di proseguire il cammino sull’ardua via del vivere: è questo il regalo di Miyazaki all’umanità. Noi non possiamo che raccoglierlo con una lacrima e un sorriso. Grazie di tutto Maestro Hayao.

Recensione “La città incantata” (“Sen to Chihiro no kamikakushi”, 2002)

Non sarebbe bello vivere in un film di Hayao Miyazaki? Non sarebbe forse bello vivere in un mondo fantastico, incantato, certo, anche pieno di conflitti e avversità, ma soprattutto tenero, dove c’è sempre qualcuno pronto a prendersi cura di chi ha intorno? Forse sarebbe utopico, ed è per questo che al cinema sembra tanto bello: perché non esiste. Ma che male c’è a sognare a occhi aperti per un paio d’ore? Che male c’è a farci abbracciare dalle creature di Miyazaki, dal calore umano dei suoi personaggi, attraversando oceani a bordo di un treno o sferzando i cieli sul dorso di un dragone bianco? Che male c’è ad adagiarsi sui colori pastello delle tavole e bagnarsi nelle immense vasche di una stazione termale per divinità folcloristiche? Credetemi, non c’è proprio niente di male, e questo l’autore lo sa bene, ed è proprio per questo che uscendo dalla sala dopo un suo film ci sentiamo sempre delle persone migliori.

La piccola Chihiro si sta trasferendo con i suoi genitori in una nuova città. Tutto ciò che ha del suo passato è un mazzo di fiori d’addio e un biglietto firmato dai suoi amici. Durante il tragitto, la macchina si ferma di fronte ad un curioso edificio rosso, attraversato da un tunnel. I genitori di Chihiro si addentrano, seguiti dalla bambina, riluttante. Si ritroveranno in una città apparentemente fantasma, dove scoprono un meraviglioso buffet. Gli adulti si lanciano immediatamente sul cibo, trasformandosi in maiali, mentre Chihiro scoprirà lentamente la vita nascosta nella città incantata, anche grazie all’aiuto di un misterioso amico, Haku. La piccola dovrà trovarsi un lavoro, unico modo che ha per non essere trasformata anche lei e soprattutto per riuscire a salvare i suoi genitori.

Non saremmo mai grati abbastanza alla Lucky Red per averci portato in Italia i capolavori dello Studio Ghibli. Miyazaki anche stavolta riempie la pellicola di sottotesti e percorsi alternativi: il rispetto per le persone e per la natura (eloquente la scena del dio del fiume, reso putrido dall’inquinamento umano), la potenza del linguaggio e della comunicazione (le parole non sono mai usate a vanvera, hanno sempre un valore), l’inutilità dell’ingordigia e dell’avidità (il dio senza volto distribuisce oro a chi lo circonda, ma la sua unica amica sarà colei che rifiuta le pepite). Più che un film, una gemma preziosa, Orso d’Oro alla Berlinale nel 2002 e premio Oscar nel 2003 come miglior film d’animazione. Preparatevi alla meraviglia.

Recensione “Principessa Mononoke” (“Mononoke Hime”, 1997)

Hayao Miyazaki è una di quelle persone che, appena finisci di vedere un suo film, hai voglia di abbracciare. Il ritorno al cinema della Principessa Mononoke è un’ottima occasione per ritrovare il calore dei suoi acquarelli, il coraggio dei suoi protagonisti, la bontà della sua terra, la magnificenza della natura. L’amore di Miyazaki per la natura è un tesoro da proteggere, da custodire e portare sempre con sé: in questa occasione lo spunto arriva dal Giappone medievale e dallo scontro tra la natura stessa e la cività industriale. Il film dà vita ad una foresta magica abitata da divine belve parlanti, da una giovane guerriera e da un Dio Bestia che rappresenta il cuore stesso della foresta. Nel Giappone caotico e destabilizzato di quel periodo, il conflitto tra gli dei della natura e gli uomini sembra una partita che non porterà a nessun lieto fine, a meno che le due fazioni non riescano a convivere e a rispettarsi.

Nel Giappone selvaggio del XIV secolo il progresso dell’uomo comincia a smussare le fondamenta dell’equilibrio ecologico. In una quieta e pacifica tribù del nord appare un giorno un cinghiale posseduto da una divinità malvagia, che ha preso forza dall’odio e dal rancore. Il giovane guerriero Ashitaka riesce a fermare la bestia, ma resta ferito ad un braccio e colpito da una maledizione che lo condurrà a morte sicura. L’unica possibilità è di addentrarsi in una foresta magica situata ad Ovest, e sperare nella benevolenza del Dio Bestia. A difendere la foresta ci pensa la principessa degli spettri (Mononoke in giapponese), San, che lotta costantemente contro l’adiacente tribù di fabbri e la sua matrona, Madame Eboshi, che vorrebbe distruggere la foresta per espandere il suo villaggio. Ashitaka si troverà al centro di questo eterno conflitto, cercando di conquistare la fiducia di San e quella della tribù di Eboshi, nella speranza di ripristinare quell’equilibrio ormai vacillante.

“Ti voglio bene Ashitaka, ma non posso perdonare gli esseri umani”: queste le parole di San, anch’essa un essere umano, ma cresciuta dai lupi selvatici sin da piccola e per questo motivo pura, totalmente distaccata dalla corruzione e dalla malvagità degli uomini. Ma sono davvero così cattivi gli esseri umani? Eboshi, la nemesi di San, è una donna che offre protezione e ricovero ai malati, ai contadini senza terra, alle donne senza un futuro; allo stesso tempo il cuore di San si è indurito, la Principessa Mononoke sa anche esprimere odio e rabbia. Miyazaki racconta il conflitto tra umanità e natura attraverso la filosofia dello Yin e dello Yang: ogni parte contiene in sé il seme per il proprio opposto, le due fazioni posso coesistere solo se trovano un equilibrio. Quando questo equilibrio è finalmente raggiunto, la magia di Miyazaki si realizza in tutta la sua maestosità.

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Recensione “Kiki consegne a domicilio” (“Majo no takkyūbin”, 1989)

Continua la spledida iniziativa della Lucky Red, che anno dopo anno sta riproponendo su grande schermo la cinematografia di uno dei più grandi maestri del cinema d’animazione, Hayao Miyazaki. “Kiki” è un film di formazione, probabilmente meno avvincente rispetto ad altre pellicole più ispirate e più appassionanti regalateci dallo Studio Ghibli (penso a “Laputa – Il castello nel cielo”, “Porco rosso”, “La città incantata” o “Il castello errante di Howl”, per citarne alcuni). Ad ogni modo è una storia che racchiude a sé molti degli elementi che hanno reso Miyazaki una persona alla quale voler davvero bene: i suoi film sono dolci, pieni di calore umano, che quasi abbracciano lo spettatore, regalandogli poesia, umanità, voglia di star bene.

La strega Kiki, come da tradizione, compiuti 13 anni lascia casa sua per trascorrere in un’altra città il suo anno di apprendistato. A cavallo della sua scopa e in compagnia del gatto parlante Jiji, Kiki si lancia alla ricerca di una nuova città, finendo nella immaginaria Koriko. Qui vive i primi momenti di difficoltà, dovuti all’approccio con questo luogo ancora sconosciuto, ma affascinante. Con l’aiuto di una fornaia dal cuore d’oro Kiki comincia un’attività di consegne a domicilio, conosce i primi amici e imparerà a conoscere le sue possibilità, i suoi talenti, fino a raggiungere l’ispirazione e una nuova maturità.

Come disse Marco Muller alla consegna del Leone d’Oro alla carriera a proposito del regista giapponese: “La filosofia di Miyazaki unisce romanticismo e umanesimo a un piglio epico, una cifra di fantastico visionario che lascia sbalorditi. Il senso di meraviglia che i suoi film trasmettono risveglia il fanciullo addormentato che è in noi”. Al termine di un film di Miyazaki (e “Kiki” non fa eccezione) si ha infatti sempre il desiderio impossibile di tornare bambini per un momento, per godere delle infinite possibilità di quell’età, della spensieratezza e della gioia di vivere la giornata, costruendoci giorno dopo giorno il nostro futuro. È per questo forse che il suo cinema è così amato: sa cullare i sogni del nostro passato, anche quelli che avevamo dimenticato, dandoci in qualche modo la possibilità di viverli. È sempre bello lasciarsi andare di fronte ad un suo film: lunga vita ad Hayao Miyazaki.

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Capitolo 173

Dal Giappone alla Francia, da Parigi a Roma, fino ad arrivare in Russia. In questo capitolo facciamo un piccolo giro del mondo con una manciata di film, tra cinema, anteprime, proiezioni per pochi adepti e un bel Festival. Non potendo fare affidamento sulla Roma, né sulle instabili condizioni atmosferiche di questa strana primavera, mi consolo almeno con il cinema..!

Il castello nel cielo (1986): Senza Miyazaki il mondo sarebbe un posto peggiore, di questo sono certo. Un applauso alla Lucky Red che continua a proporci i capolavori del maestro giapponese, stavolta la pellicola è addirittura del 1986, la prima prodotta dal mitico Studio Ghibli, che in Italia non è mai uscita dal cinema. Inseguimenti, esplosioni, ironia e tanta tenerezza. Da vedere e rivedere.

Tous au Larzac (2011): Come ogni anno mi sono fatto un giro al Rendez-vous, il Festival del cinema francese a Roma. Quest’anno ho avuto modo soltanto di vedere questo bel documentario sul Larzac, una regione francese in cui si è sviluppato un movimento di protesta contadina durato oltre dieci anni. La causa? I militari volevano espandere il loro territorio comprando e abbattendo decine e decine di fattorie della zona, uccidendo ogni sostentamento per i suoi abitanti. Il film ripercorre attraverso interviste e immagini d’archivio (memorabili le fasi delle proteste parigine) i momenti più importanti di questa lotta contadina. Forse troppo lungo, ma molto interessante.

I 400 colpi (1959): Una libreria a San Lorenzo, nel cuore di Roma. Una proiezione per pochi intimi (nella saletta non entravano più di venti persone), il gusto e il piacere di sentirsi parte di una sorta di setta cinefila, quasi clandestina, incantata dalle scorribande del piccolo Antoine Doinel. Il primo film di Truffaut è uno dei miei film del cuore, e ogni volta che lo rivedo riaccende a me l’amore per il cinema: la scena finale mi regala sempre un brivido. Dopo la proiezione mi sono lanciato all’inseguimento di un autobus notturno, e con il mio giacchetto nero mi sentivo proprio come Antoine Doinel in fuga verso il mare…

To Rome with love (2012): Il tanto atteso film romano di Woody Allen. Avevo sentito dire cose terrificanti, “un cinepanettone per radical chic”, “Un film dei Vanzina girato da Allen” e altri complimenti di questo tipo. In realtà a me non è dispiaciuto del tutto, un paio di episodi li salvo (quello con Woody Allen ovviamente e il personaggio di Baldwyn che ricorda il Bogart di “Provaci ancora Sam”)M; la parte con Benigni è inizialmente simpatica e via via diventa ripetitiva, mentre la scena con la coppietta di Pordenone è talmente retrò da far impallidire (sì, è un omaggio a Fellini, ma bisogna pur saperlo fare). È così Roma vista da un americano? Forse sì, e non è un caso se i due episodi più riusciti riguardano americani a Roma, e non personaggi italiani. La trovata geniale però c’è anche in questo film: il novello tenore italiano che riesce a cantar bene solo sotto la doccia!

Silent souls (2011): Ai russi piace stare in silenzio, questo si è capito. Il film è un road movie molto particolare, dove due amici viaggiano attraverso regioni desertiche portando con loro il corpo della moglie di uno dei due, scomparsa da poco. Una sorta di “Weekend con il morto” immerso nei silenzi di un paesaggio quasi irreale, dove il vuoto dell’ambiente circostante si trasforma in una sorta di corrispettivo fisico e spaziale dell’animo dei due protagonisti. Uscirà in sala a fine maggio, buona fortuna.

 

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Recensione “Il castello nel cielo” (“Laputa”, 1986)

Qualche mese fa scrissi che “ogni volta che si vede un film di Miyazaki si esce dalla sala con la splendida sensazione di sentirsi delle persone migliori. Il miracolo dello Studio Ghibli si rinnova di film in film, restituendo al cinema quella funzione di macchina dei sogni che gli è stata assegnata sin dalla nascita, e che al giorno d’oggi si fa quasi fatica a ritrovare, nascosta in quel marasma di blockbuster senza anima e macchine produttive che riempiono le sale di questi anni 2000. Ma finché ci sarà un Miyazaki, esisterà il piacere di vivere un film e di emozionarsi davanti a delle immagini disegnate”. Questo film del 1986, riproposto oggi nei cinema grazie alla Lucky Red, conferma le parole espresse in precedenza. Il primo film del mirabolante Studio Ghibli, e forse l’opera più ricca di avventura di tutta la produzione di Miyazaki.

Sheeta, giovane orfana discendente di una potente famiglia, viene tenuta prigioniera su un’aeronave dal colonnello Muska, un inviato dei servizi speciali del governo. Durante il volo la nave viene attaccata da una banda di pirati, intenta ad assicurarsi il ciondolo magico della ragazza. La pietra conservata da Sheeta permette di localizzare la leggendaria isola volante di Laputa, che contiene tesori inestimabili e una fonte di potere ineguagliabile. Durante l’arrembaggio Sheeta riesce tuttavia a fuggire, finendo in un piccolo paesino di minatori dove incontra il giovane Pazu, che da quel momento si lancerà insieme a lei alla scoperta di Laputa.

Inseguimenti, esplosioni, ma anche tanta ironia e tenerezza, in pieno stile Miyazaki. Due giovani intrepidi, costantemente braccati dal cinismo del colonnello Muska e dalla colorata brigata piratesca di Dola: un racconto pieno di entusiasmo e azione, che sembra mescolare nei suoi intrecci richiami a Jonathan Swift e a Jules Verne, con atmosfere che sembrano uscite fuori dall’isola del tesoro di Stevenson. Un’altra meraviglia firmata da Miyazaki, che sembra rendere magico ed emozionante tutto ciò che tocca, dove i pirati hanno un cuore d’oro e perfino robot distruttivi sembrano godere della pace e della bellezza della natura. Senza Miyazaki il mondo sarebbe un posto peggiore.

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Andiamo al cinema: le uscite di Aprile 2012

È arrivata la primavera, le temperature si alzano, e forse si esce un po’ di più per andare al cinema. Come il mese scorso, anche stavolta vi segnaliamo le uscite migliori nei prossimi trenta giorni, in modo tale da indirizzarvi sempre meglio nella scelta del film da guardare, perché con i prezzi delle sale italiane, sbagliare film è quasi un delitto.

06.04.12
Piccole bugie tra amici: Bellissimo film francese diretto da Guillaume Canet, con Marion Cotillard e (in una piccola parte) il premio Oscar Jean Dujardin. Una sorta di “Grande Freddo” alla francese, con una colonna sonora meravigliosa ed una sceneggiatura corale dove tutti sono protagonisti. Amici, risate e anche momenti di riflessione. Molto bello.

Pollo alle prugne: Il nuovo film di Marjane Satrapi, l’autrice dell’acclamato “Persepolis”. La storia di un violinista che parte alla ricerca di un nuovo strumento: nel suo viaggio incontrerà diavoli, matti e amori perduti. A Venezia non ha riscosso commenti troppo entusiastici, ma sono curioso.

13.04.12
Diaz: Il film europeo più bello e necessario degli ultimi 5-10 anni. Intenso, fortissimo, colpisce lo spettatore con la crudezza di un manganello. Bellissimo, imperdibile. Grazie a Daniele Vicari, ci ha reso orgogliosi del cinema italiano.

20.04.12
To Rome with love: Attesissimo, il nuovo film di Woody Allen girato a Roma. Dopo il successo di “Midnight in Paris” aspettiamo di vedere la città eterna dal punto di vista del nostro amato Woody. Con Roberto Benigni e il ritorno sulla scena dello stesso Allen. Staremo a vedere.

25.04.12
The rum diary: Johnny Depp si trasferisce dalla caotica New York a Porto Rico, per scrivere su un quotidiano locale. Le giornate passano tra un bicchiere di rum e un altro, finché la minaccia del capitalismo mette in pericolo la vita rilassata dell’isola… Sembra interessante, tratto dal primo romanzo di Hunter S. Thompson.

Il castello nel cielo: La Lucky Red continua con la splendida iniziativa di riproporre in sala i primi capolavori di Hayao Miyazaki. Dopo “Porco Rosso”, è il turno di questo film del 1986, di cui non c’è bisogno di parlare visto che il nome del regista è già di per sé un buon motivo per andare a vederlo.

Recensione “La collina dei papaveri” (“From up on Poppy Hill”, 2011)

Scritto dal premio Oscar Hayao Miyazaki e diretto dal figlio Goro, alla seconda regia dopo “I racconti di Terramare”, il film prodotto dalla fabbrica dei sogni dello Studio Ghibli fa venire voglia di tornare giovani e innamorarsi. Un soffio di dolcezza che spira sul Giappone degli anni 60, in una Yokohama in cui il periodo storico (il boom economico in seguito alla Seconda Guerra Mondiale e i preparativi per le Olimpiadi di Tokyo) si muove sullo sfondo con una personalità propria, influenzando il racconto e i caratteri dei suoi splendidi personaggi, che tentano con tutte le forze di salvaguardare il loro passato difendendo il presente, e sognando il futuro. In questo incantevole ritratto di una cittadina di mare ritroviamo i soliti colori, il solito calore, oltre al suono tiepido di un’allegra confusione umana, impronta stilistica di ogni miracolo di Miyazaki senior.

La giovane Umi vive un periodo di grande fermento dovuto alla disputa per la demolizione o la salvaguardia di un edificio della scuola, fulcro essenziale delle attività extrascolastiche dei suoi compagni, come il giornalino, il circolo di filosofia, di chimica, di astronomia e quant’altro. Con uno di essi, l’intraprendente Shun, nasce una tenera amicizia, finché i due non vengono a conoscenza di un segreto che riemerge improvvisamente dal loro passato, cambiando totalmente ed inevitabilmente il loro rapporto. Ma se il passato è là, perentorio, immutabile, il presente invece può raccontare mille nuove storie, riservando sorprese capaci di riscrivere anche il passato stesso, restituendo la verità ai protagonisti.

Ogni volta che si vede un film di Miyazaki (che sia Hayao o Goro) si esce dalla sala con la splendida sensazione di sentirsi delle persone migliori, e con una terribile voglia di guardarsi intorno in cerca di emozioni, amore e calore umano. Il miracolo dello Studio Ghibli si rinnova di film in film, restituendo al cinema quella funzione di macchina dei sogni che gli è stata assegnata sin dalla nascita, e che al giorno d’oggi si fa quasi fatica a ritrovare, nascosta in quel marasma di blockbuster senza anima e macchine produttive che riempiono le sale di questi anni 2000. Ma finché ci sarà un Miyazaki, esisterà il piacere di vivere un film e di emozionarsi davanti a delle immagini disegnate: lunga vita alla famiglia Miyazaki.

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