Il meglio del Sundance Film Festival 2019

La settimana scorsa si è conclusa l’ultima edizione del Sundance, festival di cinema indipendente creato da Robert Redford, ormai diventato un punto di riferimento fondamentale per i cinefili di tutto il mondo: pensate soltanto che a questo festival, negli anni, sono state presentate pellicole come “Le Iene”, “The Blair Witch Project”, “Little Miss Sunshine”, “Donnie Darko”, “Clerks”, “Moon”, “500 Giorni Insieme”, “Whiplash”, “Boyhood”, “Manchester by the sea”, “Prossima Fermata: Fruitvale Station” o la sorpresa degli Oscar 2018 “Scappa – Get Out”, solo per fare alcuni nomi. L’edizione 2019 è stata vinta da “Clemency”, un dramma ambientato nel braccio della morte, firmato dalla regista Chinonye Chukwu.

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Recensione “Jersey Boys” (2014)

A Clint Eastwood deve essere successo qualcosa. Un regista che in passato ci ha regalato meraviglie e capolavori (alcuni a caso: “Gli spietati”, “Million Dollar Baby”, “Mystic River”, “Gran Torino”) adesso non riesce più a realizzare un film che vada oltre la sufficienza, anzi, sembra quasi essere in continua involuzione. Già “Invictus” avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme, seguito dai deludenti “Hereafter” e “J. Edgar”, ma probabilmente il punto più basso della sua produzione è proprio questo biopic su Frankie Valli e i Four Seasons: a tratti sembra una lunga puntata di “Glee” diretta da un ex-grande regista che sta ormai sparando le sue ultime cartucce. Non tutto è da buttare, certo, ma pensate per un momento al Clint Eastwood dello scorso decennio. Fatto? Ecco, non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro.

Nella Little Italy degli anni 50 il giovane Tommy DeVito e i suoi amici entrano ed escono con disinvoltura da penitenziari e istituti correzionali. Una vita che però Tommy vuole evitare al talentuoso Frankie, dotato di una voce fuori dal comune, ammirata anche dal boss del quartiere. L’occasione per rilanciare se stesso e il giovane amico arriva grazie alla musica: Tommy fa entrare Frankie nella sua band e in breve arriverà anche il successo. Ma il successo spesso deve fare i conti con l’altro lato della medaglia: la grave assenza dalla famiglia, gelosie interne, spaccature, mancanza di punti di riferimento nella vita. La storia di un sound unico a quei tempi, ma soprattutto la storia di Frankie Valli e di un gruppo di ragazzi del New Jersey alle prese con un mondo forse più grande di loro.

A tenere in piedi la baracca ci pensa quando può Christopher Walken, ma non basta: il gruppo di attori esordienti, il protagonista John Lloyd Young su tutti, rovina la riuscita del film. Volti freschi e voci pulite strappati direttamente dal palco di Broadway, dallo spettacolo omonimo dal quale è stato tratto il film. Il manipolo di ragazzotti, magari bravissimi a teatro, non è sembrato altrettanto pronto per il grande salto nel cinema, dove, è il caso di dire, si suona tutta un’altra musica. Al di là di questo il film di Eastwood funziona di più quando descrive le dinamiche di un’affascinante Little Italy di metà Novecento piuttosto che come film musicale, ma trattandosi proprio di un film musicale (condito dai soliti cliché legati a questo genere di film, dalla struttura ormai vista e rivista), è ovvio che l’obiettivo non è stato raggiunto. Per fortuna che almeno la colonna sonora è decisamente piacevole.